L’osservatore alle prese col cammino che si estende dalla nascita all’ultima stagione della non-esistenza può trovarsi all’improvviso intrappolato in mezzo alla foschia di una visione; la cancellazione temporanea di ogni passo e presupposto, in mezzo alle pareti verticali che derivano dalla possente sperimentazione di uno schema memorabile della natura stessa: un cielo terso che riluce del potente mezzogiorno, la cascata tra le rocce, la montagna che si staglia immensa contro il tiepido lucore dell’astro lunare. Qualche volta può trattarsi di un pratico frutto delle circostanze pratiche. Certe altre, pure suggestioni del momento, sviluppate grazie all’uso degli spazi immaginifici dell’esistenza. Quelli propri, o l’offerta frutto dell’estetica di qualcun Altro. Questo è un po’ l’effetto, allora come adesso, ricercato dall’ambiente architettonico di un luogo sacro. Chiesa o cattedrale dove ogni angolo o profilo della prospettiva ciascun banco e affresco alle pareti, è inteso come un’espressione del magnifico ed intenso amalgama della Natura. Così come le finestre, che non filtrano la luce solamente. Bensì la veicolano, secondo collaudate convenzioni, tramite l’impiego artistico del vetro colorato in accurate sagome, compenetrate l’una all’altra per formare delle valide figure visuali. Togli l’edificio, cosa resta? Soprattutto l’arte e solamente quella. Frutto di una tradizione lunga e ininterrotta, che si estende fin dall’epoca del Medioevo e fino ai nostri giorni, scevri di simbologia inerente tramite l’introduzione della libertà dai crismi ereditati dai presunti manovali di un tempo. Ma questo crea dei metodi altrettanto incarcerati nello studio di quegli stessi modelli. In molti casi, eccetto quello che possiamo contestualizzare grazie all’opera di Judith Schaechter, artista delle vetrate che opera principalmente dal suo studio presso la città statunitense di Philadelphia. Così un vortice di scene interconnesse, lo splendore delle stelle e degli uccelli e i fiori ed i paesaggi, si trasformano all’interno degli spazi ad ella attribuiti in quello che possiamo definire unicamente come il “contesto”. Entro cui figura prevalentemente, nella stragrande maggioranza delle opere, la sagoma riconoscibile di una figura umana. Contorta e sofferente, le sue proporzioni disarmoniche allusive ad uno stato di profonda sofferenza. Così come nell’Espressionismo della scuola austriaca e tedesca, dove le inumane contorsioni dell’Urlo veicolavano l’intima sofferenza dell’imponderabile eventualità dei giorni. Previa l’inclusione del simbolo capace di veicolare la rinascita della speranza; in altri termini, la luce stessa. In altri termini, lo spirito profondo della stella diurna, flusso inarrestabile dal baratro dell’energia dell’Universo…
colore
Rosso avadavat, con l’aspetto di una fragola fuggita dalla macedonia volante
All’epoca della prima creazione di un sistema tassonomico coerente, quando Linneo pubblicò il suo rivoluzionario catalogo delle specie nel Systema Naturae, capitava frequentemente che i naturalisti sopravvalutassero il numero delle specie d’uccelli. Questo per i casi di marcato dimorfismo sessuale tra maschio e femmina, caratteristica piuttosto frequente in tutti i casi in cui la competizione tra i possibili partner d’accoppiamento tendeva a svolgersi sul piano estetico, piuttosto che essere decisa dall’abilità nel canto, nella danza e la ferocia nel controllo del territorio. A tale fraintendimento poteva dunque aggiungersi l’idea che una delle suddette categorie potesse risultare migratoria, comparendo unicamente in determinati periodi dell’anno quale, ad esempio, il concludersi della stagione delle piogge nel subcontinente indiano ed Asia Meridionale. È perciò una chiara testimonianza della vasta popolazione ed ancor più significativo areale di questo bengalino estrildide, classificato in un primo momento dall’autore svedese come Frigilla amandava, se la sua situazione e storia biologica furono fin da subito chiaramente descritte, nonostante sussistesse il potenziale di significativi passi falsi in materia. La caratteristica maggiormente distintiva di questi passeriformi, piuttosto somiglianti ai diamanti mandarini (gen. Taeniopygia) benché biologicamente distinti, è proprio il mutamento stagionale del piumaggio dei maschi, che si verifica ogni anno verso il finire del mese di maggio e continua a sussistere fino a novembre. Un processo che vede il piccolo uccello di un grigio-bianco mimetico tingersi progressivamente di chiazze color vermiglio, inclini gradualmente ad incontrarsi in una singola, ininterrotta livrea puntinata di bianco. Mentre il becco del volatile, normalmente nero, diventa anch’esso del colore di un tramonto in una tersa giornata di primavera. Mentre il comportamento stesso dei prescelti li trasforma in esseri cospicui e chiassosi, rendendo molto più probabile la cattura da parte di eventuali predatori. Un chiaro esempio di dimostrazione dei fenotipi appropriati ed il valore genetico del proprio patrimonio, poiché la natura presume che soltanto i migliori a correre un rischio simile possano dirsi possessori dei presupposti necessari a cavarsela, un proposito tutt’altro che semplice sia per le figlie di Venere che i discendenti di Marte. Creature per lo più inclini a nutrirsi di semi e germogli, i bengalini comuni possiedono inoltre l’inerente propensione a catturare varie tipologie d’insetti, tra cui preferiscono in modo particolare le formiche, termiti e miriapodi di varia natura. Nei confronti dei quali appaiono, indubitabilmente, come dei terribili e spietati predatori…
Il fagiano che indossa la maschera color cobalto della cosmogonia indonesiana
Si narra che all’origine dei tempi, presso la montagna che prendeva il nome di Katiku Tana Mata Wai (“La Testa della Terra da cui Sgorgano le Acque”) sette uccelli si riunirono per sette volte, allo scopo di determinare il fato degli esseri viventi e il moto stesso dei corpi celesti. Su incarico del sommo Creatore, che ultimata la preparazione di ogni luogo ed elemento, era giunto a un fondamentale dilemma: quanto a lungo sarebbero durati i cicli della vita materiale, prima di procedere a rigenerare se stessi cominciando dai principi della loro esistenza? Secondo il piccione di foresta dal piumaggio variopinto, mangiatore di frutta dell’isola del Borneo, il tramonto non avrebbe dovuto mai giungere sul nostro pianeta, così come gli esseri umani avrebbero dovuto vivere per sempre. Per questa ragione, di essi avrebbero dovuto esisterne soltanto qualche decina allo stesso tempo, se non addirittura un paio soltanto, un uomo e una donna. Contrariamente alla sua opinione, l’uccello detto Ciko Cako riteneva che la notte avrebbe dovuto giungere entro il trascorrere di un certo numero di ore, seguìta altrettanto velocemente dall’alba, e che le persone avrebbero dovuto riprodursi liberamente, ma morire al concludersi della loro esperienza materiale. Nella maggior parte delle interpretazioni filologiche, questo personaggio leggendario corrisponde al Filemone di Taninbar (P. plumigenis) agile passeriforme delle foreste pluviali dell’entroterra di Sumba. Ma nell’interpretazione di taluni e certe versioni del mito, si tratterebbe piuttosto di una varietà di kuau, un tipo di fagiano che tutt’ora razzola nel sottobosco emettendo il proprio querulo richiamo. Della più diffusa e celebre famiglia di galliformi selvatici in queste terre a noi remote, d’altra parte, esistono diversi rappresentanti, principalmente appartenenti al genere Lophura dai colori scuri o la livrea a strisce, spesso comunemente definiti con il termine ibrido di gallopheasants, per metà latino e l’altra metà inglese. Così che, volendo dare per giusta una simile associazione, non permangono particolari dubbi su quale potesse essere l’effettiva e singola specie a prendere parole in un simile convegno mistico di primaria importanza: chi, se non il Sempidan kalimantan o fagiano di Bulwer (Lophura bulweri) semplicemente uno dei volatili più esteriormente notevoli di questo intero pianeta? Creatura dallo spiccato dimorfismo sessuale, la cui femmina presenta il semplice aspetto di un’abitante in grado di mimetizzarsi tra gli alberi e la corteccia del proprio ambiente d’appartenenza, mentre il maschio sembrerebbe dare la priorità a tutt’altro. Con le piume scure sormontante dal clamoroso disco candido di una stretta ed alta coda simile alla vela di una nave, nonché il complicato bargiglio di colore azzurro a forma di falce che circonda e corona la sua testa, capace di gonfiarsi e prendere bizzarre configurazioni durante il fondamentale rituale di corteggiamento. Ma questo affascinante partner riproduttivo, almeno in apparenza portatrice di un’antica sapienza, non può formalmente scegliere di dare fondo al suo splendore in singole e particolari circostanze. Vivendo in conseguenza di ciò in uno stato di costante pericolo, il che lo ha reso attraverso i secoli particolarmente schivo e attento ad evitare la prossimità degli esseri umani. Ragion per cui, probabilmente, si era già trasformato in una vista ragionevolmente rara anche nei suoi territori isolani di Sabah, Sarawak, Kalimantan, Malesia, Indonesia e Brunei, ancor prima che la progressiva riduzione del suo habitat e conseguente sofferenza in termini di popolazione contribuisse a renderlo eccezionalmente raro.
Scoperto e descritto scientificamente per la prima volta dallo zoologo e biologo inglese Richard Bowdler Sharpe, che nel 1874 decise di dedicarne il nome all’insigne amministratore coloniale del Borneo Sir Ernest Henry Bulwer Gascoyne, questo uccello dall’aspetto straordinariamente insolito sarebbe diventato in seguito un importante simbolo dei suoi particolari territori d’appartenenza. Potendo fare affidamento, di fronte alla visione collettiva delle cose naturali, sui propri 75-80 cm di straordinaria ed innegabile unicità…
Lezioni di prudenza da una rara vipera color del cielo d’agosto
Ci sono persone che li amano, li accudiscono proprio come noi potremmo fare con un cane o un gatto venuto a vivere in mezzo alle mura di casa nostra. Padroni in grado di comprenderli, accudirli e addirittura accarezzarli, sebbene raramente i rettili risultino essere capaci di capire pienamente la psicologia dell’uomo e tutto quello che vi ruota intorno. Eppure addirittura tra di loro, questa è una creatura che in parecchi preferiscono trattare con i guanti. Poiché non esiste antidoto, allo stato attuale, capace di ridurre l’efficacia del tremendo fluido emorragico contenuto nelle zanne di un simile serpente, capace di provocare dolore, rigidità, paralisi e necrosi degli arti. Potendo contare a tal fine su un istinto perfezionato dall’evoluzione che ha insegnato al pericoloso essere protetto dalle scaglie a mordere senza lasciare poi la presa, per assicurarsi di riuscire a inoculare fino all’ultima goccia di veleno. Il che non diminuisce d’altra parte, in alcun termine apprezzabile, l’incredibile bellezza della sua presenza ed il colore della suddetta armatura in rombi sovrapposti, di un ceruleo tono che alcun modo può essere considerato frequente in natura. Come il cielo, come il mare, come una farfalla, qualche uccello e poco altro, fatta eccezione per l’enorme quantità di oggetti prodotti artificialmente dall’uomo in questa gradazione. E ciò in quanto, nell’intero spettro di un arcobaleno possibile, non c’è alternativa maggiormente amata dalle moltitudini, di quella rappresentata da ciò che il mondo non è stato in grado di produrre biologicamente su larga scala, lasciandolo principalmente l’appannaggio del regno chimico e minerale. Una vera falsa pista sulla via della nostra sopravvivenza in ipotetiche circostanze naturali, quando si considera come una creatura dal mordente aspetto disallineato voglia fare il possibile al fine di significare, mediante i tratti ereditati dalla propria linea di sangue, “pericolo” & “timore” più di qualsiasi altra cosa, una bandiera tanto spesso accompagnata dall’effettiva realtà dei fatti. Tanto spesso, incluso quando si abbia l’intenzione di parlare delle vipere dell’arcipelago indonesiano, adattatosi attraverso i secoli a sopravvivere e difendersi nell’ambiente tutt’altro che accogliente della giungla tropicale. Arrampicandosi sui rami degli alberi, dalla cui cima pendono tentando di ghermire uccelli, piccoli mammiferi e lucertole di passaggio. Niente di così particolare se non fosse che tra loro esiste la particolare specie, Trimeresurus insularis, di un color verde brillante particolarmente intenso. Che talvolta, senza alcuna evidente ragione di contesto, viene al mondo di un brillante color giallo paglierino (si tratta di esemplari albini) piuttosto che in diverse tonalità tendenti al blu, il celeste e l’azzurro. Visione fantastica, per non dire trascinante, in grado di coinvolgere i facili entusiasmi della folla digitale, rimbalzando come uno spaghetto da un recesso all’altro della blogosfera e relative pagine dei social network più frequentati. “Serpente. Azzurro. Una meraviglia ed un mistero! Il più ricercato occupante dei terrari!” Benché siano davvero poche le persone, persino all’interno dell’eclettica categoria degli erpetofili, a poter disporre delle competenze veramente necessarie a fare propria una simile gemma potenzialmente pericolosa nonché dolorosissima, ed in certi rari casi, persino letale.
Il serpente blu chiamato occasionalmente vipera isolana dalle labbra bianche, da un tratto in realtà presente soltanto in una certa percentuale di esemplari, rientra quindi nell’ampia famiglia dei crotalini o in lingua inglese pit vipers, così chiamate per i due piccoli buchi (pits) che si trovano tra le narici e gli occhi, in realtà pertugi sensoriali interconnessi a dei particolari organi protetti da una sottile membrana, capaci di percepire lo spettro luminoso dell’infrarosso ed assieme ad esso, concentrazioni di temperatura superiori agli appena 0,2 gradi Celsius. Permettendogli in tal modo di riuscire a giudicare distanza ed esatta posizione di una specifica preda, anche nel buio più totale, un vantaggio straordinariamente significativo nei loro metodi di caccia in uso fin dalla Preistoria. Che gli hanno permesso di raggiungere l’assoluto predominio della catena alimentare, per lo meno all’interno di specifici ed autonomi ambienti isolani…



