L’aureo pegno del destino ritrovato solo per la fede minerale di un uomo

Oggetto fuori dal contesto è la bizzarra forma posta sopra un piedistallo rotativo, a una distanza poco significativa dal centro sfolgorante del piano di gioco del casinò Gold Nugget, a Las Vegas downtown. Là dove il relativo silenzio dell’androne dell’hotel accoglie il pubblico pagante, sempre ben disposto ad acquisire nuove immagini nella memoria di attrazioni interessanti, anomale o in qualsiasi modo inusitate. Soltanto quando ci si trova al suo cospetto, dunque, si realizza quello che stiamo vedendo. Questo abbozzo molto vago di una mano con il dito alzato verso l’alto costruita, in verità, con dozzine di chilogrammi di oro puro. Non dall’opera sapiente di un addetto ai lavori, bensì la forza stessa della terra e della natura. Di sicuro, viene da pensare, qui dev’esserci una storia interessante. Alla luce di un pensiero condiviso, si aprano in questo momento le tende di un sipario generazionale.
Il lavoro del bracciante agricolo può essere difficoltoso, soprattutto quando a meno di 40 anni subisci un infortunio che comporta un intervento alla spina dorsale e devi rassegnarti al lungo periodo di degenza che ne consegue. Così Kevin Hillier verso la fine degli anni ’70 nello stato dell’Australia Occidentale, trovandosi a dover lasciare il proprio impiego, decise d’investire i soldi dell’assicurazione nell’acquisto di due cose: un pullman restaurato da impiegare come dimora familiare, da usare per un viaggio avventuroso nel vasto entroterra della sua nazione. Ed un metal detector modello Coinmaster 6000/D della White, con prestazioni leggermente superiori alla media di un modello amatoriale del tempo. Il piano, molto semplice: tentare la fortuna, così come fatto dai suoi connazionali del secolo precedente in quella che passò alla storia come corsa all’oro di Victoria, tra il 1851 e 1860, in larga parte responsabile della crescita ed espansione della città di Melbourne. È cosa nota a tal proposito, che il più desiderabile ed al tempo stesso ambito dei metalli, pur non presentando la capacità intrinseca di reagire al magnetismo, genera una conducibilità elettrica rilevabile mediante i meccanismi del mondo contemporaneo. Verso cui gli insigni predecessori all’epoca, semplicemente, non potevano di certo fare affidamento. Qui le cronache si fanno frammentarie, con i due figli di Kevin e la moglie Beryl, alias Bep che lo supportano mentre s’industria nel condurre lunghe camminate, seguendo il consiglio dei suoi medici, ascoltando il suono ricorrente del suo apposito strumento. E riportando a casa, appare logico pensarlo, piccole ma speranzose quantità di quel metallo prezioso. Fino all’episodio del 26 settembre 1980, quando la piega della vita di ciascuno di loro avrebbe preso, da un momento all’altro, una piega assai difficile da prevedere…

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Il saltellante cercatore di tartufi che permette agli eucalipti di prosperare

Possente e ruvida colonna con le sue diramazioni, l’alto tronco di eucalipto può sembrare la più solida delle presenze presso il vasto margine del bush. Con i suoi 80 metri massimi d’altezza, e fino a 2 metri di diametro, distribuiti lungo l’asse verticale di un arbusto che soltanto il vento può riuscire a scuotere, soltanto il peso della pioggia può portare temporaneamente a flettersi alle ombrose estremità della sua chioma. Eppure stolido e naturalmente quasi indistruttibile, mai potrebbe profilarsi con queste caratteristiche senza la convergenza di una serie di essenziali condizioni, svariate di queste riconducibili al continuo intervento di specie animali. Tra cui forse la più umile, e di gran lunga meno conosciuta fuori dall’Australia può essere individuata nella partecipazione doverosa di un minuto marsupiale il cui appellativo generalista si configura come ratto-canguro, nettamente distinto del topo-canguro di Merriam, roditore originario del meridione degli Stati Uniti. Questo perché gli appartenenti all’intera famiglia dei Potoroidae/Potoroo, o per meglio specificare la quantità relativamente ridotta delle specie ancora sopravvissute, presentano un’effettivo grado di parentela con il più imponente e celebre dei saltatori australiani, facendo anch’essi parte del gruppo dei Macropodidi con somiglianze sia dal punto genetico che morfologico. Il che non toglie il fatto, chiaramente determinante, di come le loro abitudini e comportamenti siano quanto di più diverso possa esistere sotto l’incombente Sole d’Oceania. O per rimanere in tema, la Luna, giacché siamo qui di fronte al tipico e palese esempio di una compatta creatura notturna (400 mm di lunghezza, 2 Kg di peso) la cui esistenza consiste nell’uscire dal suo rifugio ben nascosto tra la fitta vegetazione dopo l’ora del tramonto, andando in cerca di fonti di cibo mentre resta in stato d’allerta per l’arrivo di eventuali predatori, che dovrebbero idealmente includere esclusivamente rapaci, serpenti di media taglia ed in particolari zone geografiche, il varano. Se non che questa terra lontana, fin dagli albori e con l’inizio dell’epoca Moderna, ha visto estendersi per sua sfortuna l’ombra vorace di creature come la volpe, il gatto e il cane inselvatichito, per cui nulla appare maggiormente appetitoso che un mammifero a misura di spuntino, la cui unica tecnica di autodifesa include salti corti e irregolari, decisamente non paragonabili alla rapida e affinata corsa della sua controparte trofica europea, la lepre. Un danno le cui ramificazioni iniziano soltanto adesso a palesarsi, con la tardiva presa di coscienza di cosa occupi in maniera dominante la dieta di questi erbivori obbligati, tra cui sussistono determinate varietà il cui scopo nella vita sembra essere soltanto quello di scavare e andare in cerca di un nascosto, preziosissimo tesoro: i corpi fruttiferi ipogei delle molteplici varietà di funghi micorrizici presenti nell’altrimenti arido ed infertile territorio australiano. Il tipo di laboratorio sotterraneo creato lungo il corso d’incalcolabili millenni da parte degli arcani meccanismi della natura, soltanto per essere ogni giorno calpestato con totale indifferenza dalle successive schiere delle alterne generazioni umane…

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L’eco dell’oceano nella grotta che racconta le precipue connessioni tra le genti dei mari del mondo

Non esiste un momento leggendario o iconico del primo contatto coi nativi australiani, paragonabile con la vicenda di Pocahontas e l’ottimistico risvolto del Giorno del Ringraziamento. Forse a causa del maggior grado di organizzazione dei primi coloni europei, giunti fino a queste terre non prima del XVIII secolo, pienamente forniti di provviste e il necessario per assicurarsi un’ottimale sopravvivenza. O magari a causa della forma mentis di una nuova classe dirigente, che vedeva la Bothany Bay di Cook principalmente come un sito punitivo, letteralmente l’ideale per la costruzione di un vasto ed autosufficiente insediamento penale. Successivamente quindi, con l’istituzione delle prime spedizioni scientifiche e fonti antropologiche in materia, gli aborigeni vennero presentati al mondo in un modo spassionato e privo di alcun sentimentalismo latente: ecco un popolo, affermavano gli accademici moderni supportati dai propri ritrovamenti archeologici, che sussiste fin dall’epoca del primo Olocene (11.000-10.000 anni fa). In questo lungo susseguirsi di secoli, non è cambiato in modo significativo, né ha sviluppato alcun tipo di manifestazione operativa degna di essere chiamata “civilizzazione”. Con l’espansione degli interessi e conseguente spartizione delle sfere d’influenza nella cosiddetta Oceania o Polinesia Vicina, entro quello che in origine era stato il compatto continente oggi sommerso di Sahul, gli uomini del settentrione non ebbero alcun tipo di esitazione verso il conquistare e sottomettere l’odierna Papua Nuova Guinea. Luogo suddiviso in una quantità d’innumerevoli gruppi umani e idiomi, tutti egualmente primitivi, indifferenti alle fondamentali questioni del dominio e lo sfruttamento dei tesori tanto generosamente messi in mostra dalla natura. Dove non c’è un senso d’unità tra le diverse nazioni e tribù indigene, d’altronde, come poteva svilupparsi un qualsivoglia tipo di resistenza?
La successiva introduzione di una coscienza storica e necessità di giustificazione legale per l’esproprio di determinati spazi, particolarmente a partire dal famoso caso Mabo v. Queensland del 1991, avrebbe portato alla percezione collettiva dell’esistenza di determinate soluzioni amministrative, da parte dei popoli indigeni, che vedevano l’umanità e il suo ambiente come interconnessi in modo intrinseco, fin da quando quest’ultimo era stato plasmato dalle nebulose entità sovradimensionate della leggendaria Età del Sogno. E per la successiva notazione etnografica, più volte confermata a partire dalla prima analisi da parte dell’antropologo Roy Wagner nel tomo analitico di Pamela Swadling, Plumes of Paradise, di eroi creatori itineranti, come la figura transnazionale di Sido/Souw, che viaggiò attraverso le isole rendendo manifeste mappe, rotte commerciali e punti d’incontro. Ponendo le basi di un’euristica realizzazione destinata a palesarsi verso l’inizio degli anni 2000, relativa all’esistenza di un sistema di cultura indiviso, capace di estendersi attraverso i vasti confini d’Oceania. Fino a gruppi etnici dell’entroterra che da sempre erano stati considerati non soltanto atavici ed ingenui, ma anche del tutto isolati dai loro più operosi contemporanei costieri…

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Saltavano? Correvano? Mangiavano l’acacia? Le molte controversie sui canguri giganti del Pleistocene

Tra tutte le creature sovradimensionate andate incontro all’estinzione al termine del più recente periodo comunemente identificato come un’era glaciale del pianeta terra, oltre la metà appartenevano alla famiglia dei macropodidi, oggi soprattutto rappresentata da canguri, wallaby, pademelon e quokka. Animali di un continente australiano che pur mantenendo il proprio clima arido e determinate caratteristiche ecologiche, non si sarebbe più trovato a raggiungere le stesse basse temperature e venti incessanti, che battevano 40 milioni di anni a questa parte gli ampi territori di una terra emersa notevolmente più estesa. Ciò a causa della sussistenza di ampi corridoi migratori attraverso lo stretto di Bass, che separa oggi nettamente il continente principale dalla Nuova Zelanda, con un’ampia piattaforma occupata da un arcipelago con laghi interni d’acqua dolce, dove gli antenati degli odierni saltatori erano soliti rifugiarsi nei periodi maggiormente secchi ed ingenerosi. Creature migratorie dunque, per cui le ingenti dimensioni rappresentavano un sistema per proteggersi non solo dal freddo estremo, ma anche schiere dagli agguerriti predatori coévi quali il leone marsupiale (Thylacoleo carnifex) gli agili coccodrilli di terra (Quinkana) e le lucertole goanna giganti (Varanus priscus). Mediante una approccio che potremmo definire per lo più intimidatorio, viste le comprensibili limitazioni alla mobilità di casi estremi quali il genere Procoptodon, i cui esemplari di cui abbiamo ritrovato i resti potevano agevolmente raggiungere i 2 metri di altezza e 240 Kg di peso. Abbastanza da lasciar lungamente sospettare gli scienziati che essi fossero, diversamente dal caso dei loro cugini e discendenti, del tutto incapaci di saltare limitandosi a deambulare con velocità sostenuta, come uno struzzo o i tauntaun del pianeta Hoth nel secondo film della serie di Guerre Stellari. Visione finalmente smentita in questo inizio del 2026, grazie ad uno studio pubblicato da scienziati della Manchester University (Jones, Nudds et al.) capace d’identificare talune caratteristiche nelle ossa in questione, indicanti la presenza di tendini rinforzati e muscoli possenti tali da offrire quanto meno la predisposizione biomeccanica, se non necessariamente quella comportamentale, a compiere ben più che qualche occasionale balzo. Aprendo la disquisizione in merito a una caratteristica fondamentale di queste creature così come già era avvenuto negli anni passati, sul tema di quale utilizzo potessero fare per bilanciarsi della loro coda comparativamente corta, idealmente necessaria a bilanciarsi durante l’assunzione della posizione curva di animali che brucavano direttamente l’erba sul terreno. Così da avvalorare ulteriormente l’ipotesi che fossero dei mangiatori di foglie sopraelevate, specialmente di alberi di acacia ed eucalipti come rilevato dalle marcature della dentatura sottoposta ad analisi, che potevano facilmente raggiungere grazie all’altezza e la postura molto più eretta dell’odierno canguro rosso (O. rufus) tanto da vantare il possesso di un sistema di ossa pelviche notevolmente simile a quello degli umani. Completando il quadro di creature che probabilmente offrivano una vista familiare, con i loro musi accorciati idonei all’ambiente desertico e gli occhi posizionati nella parte frontale, mentre si spostavano in modo quasi scimmiesco da una macchia d’arbusti all’altra. Il che non sembrerebbe aver contribuito a suscitare, in alcun modo, la clemenza dei primi gruppi di caccia organizzati posti in essere dai nostri antichi predecessori…

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