Heimaey 1973: coraggio nordico e l’arma sorprendente della plastica contro il potere della montagna di fuoco

L’aria era densa della foschia proveniente dal vapore, mentre lapilli scintillanti disegnavano archi discendenti verso l’indistinta superficie marina. Come un’ombra ultramondana, l’alto scafo della Sandey si stagliava in primo piano, innanzi a un’orizzonte illuminato da un bagliore surreale che pareva alludere all’inferno stesso. A dirigere le operazioni, l’ormai celebre figura umana del geologo Þorbjörn Sigurgeirsson, come un capo dei vichinghi in equilibrio sulla prua di un’agile testa di drago. Nessuna vela tuttavia, a sospingere il suo sforzo, bensì gli affidabili motori della scavatrice nautica Sandey, fatta giungere all’inizio di marzo dalla terra principale d’Islanda. Fin presso le coste dell’ardente Heimaey delle isole Vestmannaeyjar, che dal 23 gennaio stava gestendo l’infuriata contingenza dell’assedio di elementi provenienti dalle inconoscibili regioni ctonie del pianeta stesso. Terra. E Fuoco. Non dal cono o dal cratere di un vulcano precedentemente conosciuto e sottoposto a sorveglianza, bensì la formazione lavica del promontorio stesso, improvvisamente fessurato e intento al catastrofico rigurgito, là dove oltre 400 nuclei familiari avevano costruito le proprie case. Giungendo a costituire uno dei porti commerciali più importanti dell’intero paese. Infrastruttura adesso minacciata, assieme al resto dell’insediamento, dall’immensa forma di un nemico senza esperienze antecedenti: Flakkarinn il Vagabondo, un grumo lavico formato dall’intera porzione craterica settentrionale della neonata Eldfell, ovverosia letteralmente la “Montagna di Fuoco” sufficiente a spazzar via ogni cosa che costoro avessero mai amato, costruito o conosciuto nel corso delle proprie comparabilmente insignificanti esistenze. Se non che Sigurgeirsson, sulla base di un esperimento condotto sei anni prima durante una delle frequenti eruzioni della vicina isola di Surtsey, era giunto dalla capitale con un piano tanto elaborato quanto semplice dal punto di vista esecutivo. Che vedeva squadre di maestranze, pompieri e addetti alle costruzioni frapporre il proprio stesso essere dinnanzi all’inarrestabile fronte di morte fiammeggiante. Spruzzandogli con pompe e manicotti la sostanza che costituiva la sua antitesi fin dalla notte dei tempi. L’acqua gelata dell’Atlantico, ovviamente. Dopo i primi tentativi incoraggianti effettuati per l’intero mese di febbraio, tuttavia, si era ormai giunti ad un punto di svolta. E se il Vagabondo non fosse stato arrestato, di lì a poco non sarebbe più rimasto nulla da poter pensare di trarre in salvo. Mentre i tecnici impugnavano con mano salda le oblunghe maniche del poderoso impianto, dal ponte stesso lo spregiudicato geologo diede l’atteso segnale. Allorché i tortuosi tubi di condutture d’acciaio, ombre scure sulla lava tratteggiate a diramarsi come inconcepibili radici dalla potente pompa dell’imbarcazione stessa, iniziarono a vibrare per l’immenso volume d’acqua che passava all’interno. In un minuto simultaneo, il pezzo di montagna iniziò ad essere colpito da più lati allo stesso tempo. In quel fatidico frangente, sembrò quasi che le Norne avessero bloccato il flusso delle cause pendenti. Gli stessi Dei e jötunn, dalle regioni delle proprie iperboree dimore, osservano con interesse l’esito di tale scontro tra l’umanità e l’incontenibile potenza del Destino…

Leggi tutto

L’intreccio ereditario del passero che occulta le sue uova dentro un dedalo costruito su misura

Frutti anomali che crescono in maniera indifferente sopra salici, pioppi ed ontani. Di color grigio-marrone, la scorza solida e compatta, la forma vagamente simile ad un otre. La cui imboccatura superiore, ripiegata verso il basso, sembra sottintendere l’occupazione interna da parte di una qualche mistica o bizzarra creatura. Teoria che si realizza, all’apice della stagione, quando un cinguettio indistinto accompagna la comparsa dove il ramo incontra quell’oggetto di un uccello lungo una decina centimetri, dalla vistosa mascherina nera che circonda gli occhi intenti a valutare la presenza di un pericolo eventuale. Come il verme della mela, può sembrare, finché il partner della piccola creatura non arriva a fargli visita, con un ciuffo di lanugine ben stretto nel suo becco simile alla punta di una matita. Che accuratamente preme, quindi inizia ad intrecciare sull’oggetto pendulo in base a un qualche tipo di progetto iscritto a chiare lettere nella propria immaginazione. Cosa costruita e non dalla genetica del condominio vegetale che la ospita, dunque, tale massa globulare si agita per pochi attimi nel vento. Ed è allora che la femmina decolla, mentre il maschio dalla colorazione lievemente più marcata, scivolandogli al di sotto, scompare nelle tenebre all’interno.
Tutti gli animali, nel corso della propria esistenza, compiono i precisi passi di un qualche tipo di danza. Questo è quello che s’intende quando viene menzionata l’effettiva “strategia evolutiva” dei loro metodi finalizzati alla sopravvivenza, che può consistere in precise serie di movenze attentamente calibrate nel momento della caccia, per garantirsi la riproduzione o mettere al sicuro le sorti della prossima generazione. Quest’ultima, in effetti, la categoria entro cui figurano i Remizidi, famiglia di passeriformi con esempi negli ecosistemi dei tre continenti del Vecchio Mondo. Ciò sebbene qui da noi, per antonomasia sia comune riferirsi ad essi per il tramite del cosiddetto pendolino eurasiatico (Remiz pendulinus) il cui nome descrittivo fa riferimento, per l’appunto, alla forma notevole di quel notevole e del tutto impenetrabile rifugio per la nidiata. Una costruzione tanto solida, in effetti, che nel XVI e XVII secolo esistono attestazioni in paesi dell’Est Europa di madri umane che recuperato il volatile costrutto ne avevano lievemente adattato la forma, così da utilizzarlo a guisa di pantofole per i propri bambini. Circostanza, quella della predazione e cattura da parte di noialtri, difficilmente scongiurabile da chi costruisce in bella vista i propri sistematici capolavori. Nella ragionevole certezza, parimenti, di poter soprassedere alla furtività, riuscendo a fare affidamento ad un diverso tipo di contromisure situazionali…

Leggi tutto

Dietro il più grande aratro sub-oceanico creato per proteggere l’energia del nostro domani

È stata in questi giorni presentata alla stampa, con effettiva produzione prevista nei prossimi mesi, una macchina gigante la cui dimensione sovrasta agevolmente un’intera squadra di automobili, riuscendo ad essere paragonabile a quella di un camion di trasporto minerario. Con una significativa differenza, ancor prima ancora delle altre: la chiara assenza di una postazione di controllo. Giacché il luogo dove opererà l’NKT 3600, nuova creazione in parte automatizzata che proviene dalla collaborazione tra la britannica Helix Robotics Solutions Ltd. e la storica specialista dei cavi sottomarini Nordiske Kabel og Traadfabrik, non risulterebbe facilmente visitabile, né in alcun modo consigliabile da un equipaggio umano. Il che non significa, d’altronde, che possa risultare in alcun modo meno fondamentale dal punto di vista strategico, né per quanto concerne la logistica energetica dei tempi odierni.
La sofisticata operazione di danneggiamento intenzionale dei tubi 3 e 4 dell’oleodotto del gas naturale Nord Stream nel 2022, che ad oggi gli investigatori tedeschi attribuiscono ad una piccola squadra di sabotatori ucraini, mentre questi ultimi accusano ovviamente i russi, ha costituito uno dei risvolti di maggiore risonanza mediatica durante il primo anno del conflitto. Indipendentemente da chi sia riuscito effettivamente a portarla a termine, vista una catena d’indizi tutt’ora difficile da verificare, essa è riuscita ad aprire gli occhi dell’opinione internazionale in merito a quanto sia effettivamente fragile il sistema d’infrastrutture, collegamenti vicendevoli ed approcci tecnologici impiegati dall’approvvigionamento delle risorse necessarie all’alimentazione degli odierni stili di vita. Se era successo nel Baltico, poteva capitare altrove. Ed ogni tipo di contromisura preventiva, allo stato attuale delle circostanze, avrebbe necessariamente comportato l’investimento di copiosi investimenti tecnologici in progetti di durata decennale. Ogni presupposto di procedere in tal senso, dunque, da parte di entità europee risulta ad oggi poco più che una mera ipotesi, nella rassegnata attesa che attentati ulteriori possano verificarsi per fornire presupposti operativi più convincenti. Il che non significa che, nell’installazione delle linee attuali e future, non si possa procedere coi metaforici piedi di piombo, o per meglio dire, cingoli di osmio delle veicolari circostanze operanti.
Volendo a questo punto offrire la risposta per l’implicita domanda relativa a come, in senso pratico, risulti possibile proteggere una condotta o cavo situato a decine, se non centinaia di metri di profondità, l’unico sentiero è riferirsi al collaudato gesto contestuale, che consiste essenzialmente nello scavo di una buca longilinea, onde procedere in maniera conseguente a seppellirlo tra le sabbie del fondale stesso. Ciò che prende il nome di trincea sottomarina, in altri termini, il cui scavo dovrà essere idealmente contestuale alla deposizione stessa, dato il continuo spostamento delle implacabili correnti e relativa sovrapposizione di detriti e sedimenti…

Leggi tutto

Tagliente skidgine, il distruttore d’alberi che abbatte la foresta per salvarla dal fuoco

Significative evoluzioni possono verificarsi in campi lungamente acclarati nel momento della verità e derive sistematiche collaterali, utili in particolari circostanze, svelarsi all’opinione pubblica con tutto il potenziale che, indipendentemente dal contesto di applicazione, avevano in realtà da lungo tempo saputo manifestare. Così nell’ambito dall’elevato grado di urgenza del controllo degli incendi boschivi, poco adatto alla sperimentazione per il fattore rischio, nel corso dell’estate del 2021 quando, per una grave contingenza di fattori, la contea di Klamath nel rurale Oregon venne per sei settimane ricoperta da un fitto manto di fumo, derivante dai 413.000 acri coinvolti in uno dei più vasti e distruttivi incendi nella storia degli Stati Uniti. Nebbia della guerra in più di un senso ed accezioni convergenti, stando alla narrazione degli addetti alle ardue operazioni, visto il coinvolgimento doveroso di squadre molteplici prestate da dipartimenti privi d’esperienza particolare nelle operazioni extra-urbane, oltre a completi neofiti in ruoli di supporto. Eppure nonostante le oltre 70 case e 100 edifici di vario tipo rimasti coinvolti, nessuno perse la vita in quello che sarebbe passato alla storia come il Bootleg Fire, grazie all’abile coordinamento dell’USDA Forest Service che si dimostrò capace di sfruttare, su una scala quasi del tutto priva di precedenti, tattiche e contromisure dall’impatto estremamente significativo. Tra questi, tra tutto, l’impiego esperto delle squadre HE (Heavy Equipment) ovvero dotate di mezzi pesanti non necessariamente forniti da tipiche caserme dei pompieri. Ma che più che altro parevano emersi in maniera pressoché diretta da un documentario sul disboscamento della foresta amazzonica. Famoso è il detto universale “Violenza chiama violenza” considerato negativo nei rapporti umani, poiché all’origine di tragedie epocali come la guerra tra nazioni distinte. Ma mai superfluo nel riuscire contrastare forze impersonali e distruttive come il fuoco stesso. E fu così che a Klamath, dimenticando ogni tipico riguardo per la salvaguardia della natura, dinosauri di metallo comparivano lungo le linee di contenimento, schiacciando rami ed alberi o arrivando sradicare quelli più imponenti. Mentre benne o vomeri di simili bulldozer facevano ciò per cui erano stati costruiti: oltrepassare la materia, come se non fosse mai effettivamente esistita. Affinché nel momento della verità finale, l’equipaggio sulla macchina potesse impugnare la pompa integrata. Liberando scrosci di salvezza sulle braci dell’Apocalisse infernale…

Leggi tutto

1 2 3 5