Nascere con un destino eccelso poteva significare, in determinate circostanze, intravedere la grandezza in un momento trionfo, per analogia con gli antenati e l’atmosfera delle loro dimore. Così Carlo Edoardo Stuart, il Giovane Pretendente nato in Italia e cresciuto in Francia, durante l’esilio della propria dinastia, credette veramente di essere vicino al ruo ritorno, quando la violenta carica dei suoi alleati highlanders aveva spodestato l’armata inesperta degli inglesi a Prestonpans. Era il 21 settembre del 1745 dunque quando fu deciso, assieme ai capi dell’esercito ribelle, che la vittoria fosse meritevole di una celebrazione. Da compiersi, grazie alle fortuite circostanze, nel vicino luogo che da sempre aveva simboleggiato il potere degli Stuart in Scozia: il più magnifico palazzo di Giovanni I, II, III, IV e V. Il luogo di nascita di Maria Stuarda. Ed una delle meraviglie architettoniche più eccezionali dei suoi tempi. Che come la monarchia britannica, in quel momento non si trovava certamente al suo meglio. I tetti ormai mancanti, le mura usurate, le sale un tempo auguste sottoposte a lunghe generazioni di saccheggi e la deturpazione ad opera delle armate del dittatore puritano Oliver Cromwell. Eppure quando Carlo giunse in questo luogo, al cospetto dei suoi molti nobili seguaci, l’antica fontana con i simboli della Corona, dell’arte, della musica e dell’eloquenza era stata ripulita ed a quanto si narra, adeguatamente preparata da qualcuno con un gusto prossimo al Barocco del secolo antecedente. Allorché i rubinetti vennero aperti, e sotto la luce del Sole zampillarono archi eleganti di vino suscitarono l’encomio dell’altezzoso, e non sempre così allegro aspirante al trono del Regno Unito. Pochi giorni dopo, in seguito alla sua partenza verso i campi della tragica Culloden, quello che restava del palazzo prese immantinente fuoco, ardendo fin quasi alle fondamenta. Qualcuno dice per una lanterna lasciata distrattamente sulla paglia. Altri, per un atto vandalico e vendicativo delle forze inglesi del Duca di Durham, che era giunto nel frattempo con il proprio contingente nella regione. Quale che fosse la ragione, con il rogo di Linlithgow era sopraggiunta la fine di un’Era. Anche se non propriamente in quell’auspicabile maniera prospettata, inizialmente, dai consiglieri e i molti sicofanti del Bonnie Prince.
Un luogo che costituiva un simbolo, un emblema e per molti versi sia fisici che metaforici, un punto di passaggio tra due luoghi distinti. La rocca di Edinburgo e quella del castello di Stirling, tanto per cominciare, così come al fine di difendere quel sito strategico nell’epoca antecedente alla storia scritta qui trovavano collocazione i cosiddetti crannog, fortini sopra il lago utilizzati dalle genti gaeliche di allora. E già sul finire del XIII secolo, Edoardo I detto il Martello degli Scozzesi aveva fatto costruire una fortezza, nota con il nome di Castello del Peel. Almeno finché grazie ad un acuto stratagemma, il Re Roberto I di Scozia noto come The Bruce non fu capace di conquistarlo. Annoverandolo, a partire da quel fatidico momento e per i numerosi secoli a venire, nel patrimonio tangibile del grande regno di Scozia…
Inghilterra
La geometrica imponenza dei bovini come simbolo della ricchezza nei dipinti dell’Ottocento inglese
“Perché dipingere uno scoiattolo o un uccello? Gli animali domestici fanno parte delle nostre vite da millenni. Ci hanno reso ciò che siamo, e continuano costantemente a migliorare. Questo è ciò che dovremmo celebrare.” Così affermo il grande Ross Butler (1907-1995) fotografo e pittore specializzato sul tema della vita di campagna e le creature che, più di ogni altre, sembrano caratterizzarne il paesaggio. A macchie ed uniformi, con le corna lunghe oppure corte, riconoscibili con gli occhi chiusi all’emissione di quel verso roboante, il muggito. Volendo affermare non soltanto esprimere un profondo sentimento, bensì ritornare con la mente a una pregiata tradizione, tipica dell’Inghilterra Vittoriana, consistente nel ritrarre ed elevare la figura idealizzata del bovino sopra un piedistallo. Il teatro leggendario, eppur fondato su parametri del tutto razionali, che interpretava il ruolo dell’allevatore come un qualcosa di ulteriore rispetto al mero proprietario di una fonte di cibo. Ovvero l’unico custode di un preciso e intramontabile mandato, finalizzato al perfezionamento della condizione umana fin dall’alba della propria partecipazione ed al concludersi di una stagione d’incessante lavoro. Improver era il termine, letteralmente “[Colui] che migliora” riferito ad una simile categoria, dedita al segregare i sessi degli animali della fattoria, permettendone l’accoppiamento solo tra esemplari con tratti desiderabili, così da incrementarne sensibilmente il valore. Esiste, a tal proposito, un preciso evento della storia e singolo esemplare, il celebre “Bue di Durham”, a seguito del quale l’opinione pubblica riuscì ad accedere a una tale consapevolezza. Che un bovino poteva avere proporzioni eroiche dentro la cornice di un dipinto, ed in un certo senso metaforico, lo stesso valeva per il suo padrone.
Toro castrato destinato a vivere esattamente undici anni a partire dal 1796, l’animale era nato sotto la supervisione del suo proprietario Charles Colling, membro della gentry di Ketton, vicino Darlington nella contea di Durham, celebrato assieme a suo fratello come il creatore di una varietà standardizzata di bovini, selezionata attentamente a partire da talune caratteristiche emergenti dai tori e mucche di quella particolare regione. In primo luogo le corna corte, rispetto alla razza coéva delle cosiddette Dishley Longhorn, ma soprattutto una massa complessiva persino maggiore, capace di raggiungere nel caso più famoso le 3.024 libbre, pari a 1,3 tonnellate. Il che gli valse innumerevoli vittorie nei concorsi e l’occasione di girare trionfalmente in tutta la nazione, almeno finché durante uno dei suoi complicati trasferimenti, cadde fratturandosi l’anca a febbraio del 1807, dovendo essere sopresso e andare incontro a macellazione. Ma non prima che il suo inusitato successo portasse ad un particolare ritratto creato dal pittore John Boultbee nel 1802, che replicato in stampe popolari e sui recipienti di porcellana, diventò un motivo ricorrente nella case, nei pub e le dimore principesche della sua Era. Mostrando l’enfasi di eccezionali proporzioni, quali mai nessuno avrebbe precedentemente ritenuto possibili o persino probabili in un quadrupede artiodattilo dei tempi moderni…
Macinando semi con il quern, la pietra che cambiò le regole dell’alimentazione umana
Tra i resti delle 15 capanne circolari neolitiche rinvenute a Fordingbridge nello Hampshire inglese, durante gli scavi di preparazione per un cantiere residenziale l’estate scorsa, il team della Cotswold Archaeology avrebbe estratto e catalogato decine di frammenti di arenaria verde, immediatamente identificati come provenienti da un celebre centro minerario nella ragione del Sussex. Il che suscitò quasi immediatamente il sospetto su quale fosse la natura originaria dell’oggetto da cui esse provenivano, dato l’impulso necessario affinché un simile materiale fosse fatto oggetto di uno scambio commerciale e conseguente importazione locale. Idea immediatamente confermata con lo scavo di una fossa, da cui emerse come nulla fosse un raro, perfetto esemplare di forma circolare. Simile alla ruota stereotipica delle vignette disegnate sul tema della Preistoria, ruvida ed attentamente cesellata, con due fori incorporati nel progetto: quello grande al centro come un mozzo ed il secondo, più piccolo, ai margini della circonferenza in questione. L’antico manico perduto, ormai da tempo disgregato per l’effetto della marcescenza dei millenni trascorsi. Eppure solida restava una certezza. Se i resti di questi antichi uomini fossero stati trovati in un vicino luogo di sepoltura, essi avrebbero mostrato le stesse anomalie scheletriche notate per la prima volta ad Hureyra, in Sira, presso un sito databile al 9.000 a.C. Quelle conseguenti da un lavoro chino e prolungato, consistente nello spingere possentemente con le spalle verso il basso mentre il moto delle braccia si faceva ritmico e ripetitivo. Tutto questo per la produzione di quel versatile, fondamentale ingrediente: la farina.
“Se gli esseri umani fossero stati fatti per volare, avrebbero posseduto le ali” è la più tipica nozione dello scetticismo, tipicamente attribuita ai vecchi pensatori, gli ecclesiastici ed altri tradizionali oppositori del progresso. Che può essere egualmente estesa ad una vasta serie di effettive circostanze. Dopo tutto tra le molte pratiche creazioni dei nostri progenitori, la meno semplice da contestualizzare è il pane. Una pietanza che deriva dalla pratica lavorazione, modellazione e cottura di sementi concepiti dall’evoluzione in via specifica per essere del tutto indigeribili, passando intonse da un estremo all’altro dell’organismo di creature che non hanno un apparato digerente specializzato. Come noi. Almeno fino a quando non venne notato che se il seme dei cereali selvatici, sotto la dura scorza del proprio involucro all’esterno, nascondeva un nucleo nutriente e straordinariamente saporito. Che poteva diventare raggiungibile, previo un gesto di processazione adeguato. Fu la nascita, alle origini della tecnologia manuale, di un processo calibrato sulla base del più utile tra i materiali naturali: la pietra. Così scolpita nella forma dell’oggetto che in lingua proto-germanica, quindi anglosassone avrebbe preso il nome di kwirn/quern: la macina manuale. Destinata ad avere profondissimi, imprescindibili cambiamenti nello stesso concetto di convivenza comunitaria…
Assedio mancato ed esplosione sui confini di un Impero: quando caddero i bastioni di Bomarsund
In una delle narrazioni più famosamente collegate al ciclo dei miti arturiani, Avalon era l’isola eccezionalmente fertile perennemente nascosta dalla nebbia, per volere della sorella del Re di Camelot, la strega Morgan le Fay. La sua alta torre, visibile talvolta dalle coste della terraferma, sarebbe stata dunque un giorno allontanata dal mondo materiale per volere di quest’ultima, elevandosi come un miraggio tra la foschia del regno cui era sempre appartenuta. Il che rende, oggettivamente, assai difficile comprendere se tale terra fosse in verità Glanstonbury o una delle isole Fortunate sul confine dell’Atlantico, associate dal filosofo greco Esiodo al concetto dei Campi Elisi. O persino la Sicilia, come ipotizzato da alcuni. Gli alti castelli o simili strutture, dopo tutto, non scomparivano davvero da un giorno all’altro. Almeno fino all’invenzione dei più potenti esplosivi dell’Ottocento, come la nitroglicerina liquida di Ascanio Sobrero o il fulmicotone creato dal chimico tedesco Christian Friedrich, imbevendo di una miscela orribilmente instabile il bianco cotone. Qualsiasi cosa l’uomo o il popolo fatato abbia deciso di costruire vive l’effettiva necessità di rispondere alle leggi fisiche che regolano il rapporto tra ogni causa ed effetto del nostro prevedibile pianeta. E ad una deflagrazione sufficientemente potente, corrisponde sempre l’assoluto e imprescindibile principio dell’annientamento senza alcuna possibilità di scampo.
Questa l’idea di partenza, assai probabilmente, della spedizione messa in campo agli inizi dell’estate del 1854, da forze britanniche del Regno Unito e della Francia, onde rispondere alle voci preoccupanti sulla prossima realizzazione di un vecchio sogno. Quello nato successivamente alla conquista delle isole di Aland, situate tra la Svezia e la Finlandia, da parte dello Zar Alessandro I al tempo della guerra del 1812, e quindi alacremente coltivato dal suo fratello e successore Nicola I, per la costruzione di una roccaforte che costituisse il più utile e imprendibile avamposto del paese nei mari d’Occidente: una struttura da costruire in base ai crismi inaugurati nel XVII secolo dal maresciallo di Luigi XIV, Sébastien Le Prestre de Vauban, ma che avrebbe fatto a meno dell’ormai canonica forma stellare, al fine di sfruttare al meglio le particolari caratteristiche del paesaggio circostante. Edificata in corrispondenza dello stretto (sund) di Bomar dante il nome all’attuale municipio dove si trovava il rilevante cantiere, la sua collocazione era pensata al fine di dividere i due possibili passaggi navigabili a disposizione, bersagliandoli se necessario tramite l’impiego di una serie di feritoie disposte a ventaglio. Sfruttando inoltre un’atipica diposizione basata su torri indipendenti, piuttosto che un singolo alto bastione centrale, la fortezza avrebbe potuto difendere ogni possibile tratto di costa raggiungibile da una squadriglia di battelli militari. Questa era l’idea, fondata sulle osservazioni dei conflitti conosciuti fino a quel fatidico momento, in bilico tra due diversi stadi dell’evoluzione tecnologica condotta innanzi, come tanto spesso capita, dal bisogno percepito di risolvere i conflitti tramite l’impiego di strumenti sempre più avanzati. Tempo che le ostilità ebbero di nuovo modo di concretizzarsi, con lo scoppio l’anno prima di quella che sarebbe passata alla storia come guerra di Crimea, il rinomato ammiraglio britannico Charles Napier assieme al collega francese e futuro senatore Alexandre Deschenes poterono disporre in quel frangente di un qualcosa che giammai Alessandro I avrebbe potuto immaginare: caldaie a vapore, capaci di spingere i natanti negli stretti canali che circondavano l’isola di Aland. Così da poter aggirare l’arco di tiro della maggior parte dei pezzi d’artiglieria russi, andando a raggiungere direttamente il nucleo di quel problema…



