Uno dei più drammatici momenti di transizione sul finire del periodo medievale inglese fu la dissoluzione di monasteri, sistematica serie di processi e conseguenti provvedimenti legali di confisca messa in moto per volere del sovrano Enrico VIII per il tramite del suo primo ministro, il laico Thomas Cromwell. Era l’estate del 1534 quando, con l’approvazione del parlamento, quest’ultimo iniziò a visitare le sacre istituzioni abitate da monaci e suore, con il fine segreto d’inventariare le loro ricchezze terrene. Affinché l’anno successivo, attraverso accuse ad ampio spettro di crimini come stregoneria, corruzione e sodomia, lo stato potesse provvedere a sequestrarli. Ciò senza riuscire ad ottenere la quantità d’introiti originariamente prospettati dal sovrano, il che non tolse, ad ogni modo, la creazione di un vuoto economico e nell’amministrazione delle terre, da cui alcuni riuscirono a fare la propria fortuna. Tra questi, si ritiene, la famiglia Moreton, proprietaria di una vasta tenuta agricola a sud-ovest di Congleton nel Cheshire, già cresciuta in modo esponenziale nei due secoli antecedenti, a seguito della ridistribuzione dei terreni per le conseguenze della peste nera. Operando a partire da una semi-sconosciuta dimora fortificata, circondata da un fossato accessibile soltanto tramite l’impiego di un ponte di pietra, da cui per l’appunto il nome di mor (palude) e ton (cittadella). Il cui aspetto è ad oggi meramente immaginabile, causa l’estensivo progetto di rinnovamento ed ampliamento portato avanti da tre generazioni della famiglia nel corso dell’epoca dei Tudor, a partire dal suo capo William attorno al 1480 aveva già iniziato a costruire l’estensiva magione destinata a rendere, più di ogni altra cosa, il nome della propria discendenza incancellabile dai libri della storia architettonica d’Inghilterra. Sua l’idea dunque, analogamente a quanto fatto da molti altri membri dell’ascendenza della nuova gentry, classe media non composta da nobili o depositari di particolari privilegi, a parte quelli economici, di costruire sul terreno della vecchia casa una great hall, il tipo di ambiente comunitario normalmente utilizzato per eventi formali e ricevimenti nei castelli dei signori feudali. Privo d’altro canto in questo caso di funzioni difensive inerenti, essendo le vigenti mura edificate tramite la tecnica del rinforzo ligneo a graticcio, il che avrebbe donato all’edificio centrale e successiva ala est il caratterizzante cromatismo chiaroscuro, capace di spiccare come un elegante gemma nel paesaggio della brughiera. Struttura con la pianta simile ad una lettera H in questa prima fase, la magione aveva tuttavia il destino di crescere ancora, quando l’erede William Moreton II, succeduto all’amministrazione del patrimonio familiare dopo il decesso del padre nel 1526, decise di aggiungere un secondo piano, estenderne le progressioni adiacenti con cortili, gallerie e magazzini, nonché aggiungere ampie sale panoramiche con vetri piombati all’indirizzo degli antistanti giardini. Famosa l’iscrizione aggiunta sotto i timpani della finestra principale della grande sala, che recita: “Dio è Tutto in Tutte le Cose. Questo splendido lavoro fu portato a termine da William Moreton nell’Anno del Signore 1559”. Fu dunque il figlio di quest’ultimo, il cui nome era John, a continuare dal 1563 l’estensivo progetto multi-generazionale, con l’aggiunta di un’ala sud ed una spettacolare galleria situata al terzo piano, adibita alla pratica di eventi sociali come giochi, attività fisica e la pratica delle arti civili. Idea, quest’ultima, destinata ad avere un effetto non propriamente benefico per la solidità della struttura. Giacché la pianta stretta dell’ambiente, non appoggiato in modo diretto su alcuna parete strutturale, avrebbe indebolito la struttura già posticcia del tentacolare complesso, già situato sopra un suolo non propriamente né eccessivamente compatto. Così che la grande casa, gradualmente, cominciò a piegarsi sopra il proprio stesso, enorme peso…
Geometricamente imprecisa ma stolidamente resistente, la dimora di Little Moreton Hall tutt’ora sorge nonostante tutto nello stesso appezzamento di terreni dove, all’epoca di Elisabetta I, si trovavano due mulini, 1.300 acri di terreni, di cui 500 dedicati ai pascoli, 500 coltivabili e 100 ad una redditizia torbiera. Aspetto notevole ed al tempo stesso singolare, fu il modo in cui al concludersi delle tre generazioni fin qui citate, ulteriori progetti di rinnovamento furono costantemente accantonati dagli eredi successivi di tali fortune, lasciando agli storici il prezioso patrimonio di un edificio mantenuto attivamente nelle condizioni di quell’epoca a cavallo del passaggio verso il Rinascimento. Costruita tramite l’applicazione di tecniche di carpenteria all’apice dei loro tempi, la dimora patronale è al tempo stesso un chiaro esempio di eclettismo e priorità anti-convenzionali, con le proprie stanze interconnesse ed una delle piante più bizzarre, spesso incomprensibili dell’intera Inghilterra. Con un’espansiva disposizione attorno ad un cortile centrale, ulteriore contributo alla complessità della sua pianta, la casa vede i grandi spazi ufficiali nel proprio piano terra circondati da una quantità di scale a chiocciola, che ascendono alle stanze personali dove gradualmente, col trascorrere degli anni, si sarebbero spostati gli uffici dedicati all’amministrazione del crescente patrimonio famigliare. Dettaglio interessante, la quantità decisamente superiore alla media di bruciature apotropaiche o “segni della strega” presenti all’interno degli ambienti, spesso inclusi all’epoca come salvaguardia contro la magia nera messa in opera dagli avversari politici e nemici giurati di una stirpe. Laddove gli elementi decorativi propriamente detti includono dipinti a tema sacro che raffigurano scene della bibbia e novelle dal tema moralista, bassorilievi in gesso dedicati ad allegorie della Fortuna e del Destino, ed intagli con il ricorrente motivo di una testa di lupo, probabilmente eletto al rango di stemma dinastico durante il periodo Elisabettiano. Benché lo stemma vistosamente incluso sopra il camino monumentale costruito nel 1559 nelle sale dedicate agli ospiti vedesse campeggiare, doverosamente, l’emblema della regina stessa. Anticipazione, se vogliamo, della difficile posizione in bilico tra autorità indipendente affine a quella di un lord sanzionato dalla legge e sottomissione al potere centrale, destinata a raggiungere l’apice nel secolo successivo durante la guerra civile inglese del 1642. Quando gli allora discendenti dei Moreton, già sottoposti ad un calo pregresso del proprio patrimonio ed influenza, fecero l’errore di schierarsi dalla parte dei Realisti a supporto di Carlo I, diversamente dalla scelta dei loro vicini che si dichiararono piuttosto alleati delle Teste Rotonde, sotto la guida del riformatore puritano Oliver Cromwell. Il che avrebbe portato le truppe della New Model Army a requisire la grande casa, facendone una caserma e sito di addestramento. Al termine del conflitto e con la restaurazione degli Stuart nel 1650, l’allora patriarca William Moreton III riuscì dunque ad ottenerne la restituzione per vie legali, senza tuttavia che la sua fortuna potesse mai riprendersi del tutto. Morì quindi quattro anni dopo, con ingenti debiti a suo nome. Gli eredi non ebbero altra scelta, dunque, che affittare Little Moreton Hall a vari agricoltori locali, il che gli permise di mantenerla ragionevolmente integra per i due secoli a venire, sebbene fosse diventato sostanzialmente impossibile compensare la sua naturale tendenza a piegarsi da una parte all’altra per l’effetto della subsidenza del suolo adiacente alla vecchia palude.
Diventato nel frattempo un sito di riferimento per gli ideali romantici di artisti visuali e letterari, la cadente dimora venne quindi ereditata nel XIX secolo dalla facoltosa suora anglicana Elizabeth Moreton dopo la morte di sua sorella, all’età di 71 anni. Decidendo quindi di fare il possibile per preservare il nome di famiglia, fu lei ad ordinare grandi opere di restauro e rinnovamento, prima di donarla al cugino Charles Abraham, vescovo di Derby, a patto che non venisse mai venduta. Promessa destinata a raggiungere l’obiettivo sperato quando, dopo aver completato le opere di consolidamento, il figlio di quest’ultimo l’avrebbe donata nel 1938 al fondo per la tutela storica del National Trust.
Costruzione secolare dalle molte caratteristiche notevoli, Little Moreton Hall è oggi un’attrazione turistica di primo piano nel Cheshire, visitata da centinaia di persone al giorno per l’attrazione della sua struttura, gli spazi museali interni ed il giardino geometrico accuratamente ricostruito, sulla base delle conoscenze e predilezioni orticulturali dell’epoca dei Tudor e quelle immediatamente successive. Sito di numerosi eventi a cadenza annuale, è soprattutto celebre per le mop fairs tenute in primavera ed estate, rievocazioni in costume delle occasioni in cui i fittavoli della famiglia si recavano al cospetto dei loro amministratori, offrendo le merci ed i servigi che potevano a vantaggio di quello che possiamo definire unicamente come un vero e proprio castello, escluso l’aspetto difensivo di alte mura fortificate e feritoie aperte contro l’avanzata di eventuali nemici. Una risposta, se non altro, in qualche modo ottimista nei confronti dei mutamenti storici e sociali di quell’epoca. Durante cui il conflitto tra i diversi modi di vedere il mondo trovò nuovi e non meno terribili pretesti per condizionare la vita delle persone. Uno schema ripetuto, che fin troppo bene conosciamo, anche nell’odierna progressione della storia comunitaria.


