La pesantezza del silenzio, il senso della solitudine e l’effetto complessivo di tali spazi architettonici, bianche mura rese ruvide ed assottigliate dal tempo. Una rovina, fondamentalmente, questo è: il ricordo visitabile di quanto aveva caratterizzato il dolce spirito di un tempo, per essere dimenticato dall’avvicendarsi inarrestabile di dipartite e nascite guidate innanzi dal senso della più totale indifferenza. Non c’è vita in questo luogo, se si eccettua quella dei rampicanti e corvi. Niente può rinascere dove la pioggia ha consumato il tetto e gli operosi vermi, ormai, corrodo le fondamenta dall’interno. Eppure può sussistere un momento, in determinate circostanze o attimi di storia, in cui la sopravvivenza resta possibile. La fiamma può essere tenuta viva e dal suo tenue e impercettibile baluginìo, un’alba nuova sorgere potente, per permettere alle antiche usanze di venire trasformate in tradizioni. Visioni imprescindibili di come un luogo possa e debba ancora assolvere alla sua funzione. Nonostante l’essenziale differenza sopraggiunta nel suo modo di riflettere la luce dell’Esistenza.
Così un condottiero della Mercia, da lungo tempo in guerra coi Danesi, stanco di combattere raggiunse la terra di Croyland nell’Anglia Orientale tra il 699 ed il 714. E deposte le sue armi, vestito il saio di eremita, costruì un rifugio per condurre il resto della propria vita in preghiera. Guthlac era il nome, di cui si narra della lunga battaglia che avrebbe condotto, in questa terra paludosa, contro i demoni che in più frangenti vennero a perseguitarlo, nel furioso tentativo di portarlo sotto i flutti ed annegarne i sentiti auspici di redenzione. Trionfale ed indefesso, egli riuscì dunque a coltivare un seguito, che dopo la sua morte avrebbe costruito sopra la sua tomba un sito di venerazione. Anni dopo, quivi sorse l’abbazia destinata a ricevere la guida della regola Benedettina, dedicata alla Santa Vergine, all’apostolo Bartolomeo e lo stesso Guthlac. Sebbene la Divina Provvidenza fosse incline, inaspettatamente, a volgere il suo sguardo protettivo verso distanti lidi e alternative comunità religiose. Se è vero che nel corso dell’ottavo o nono secolo, durante le copiose razzie vichinghe della zona dei Fens, pirati normanni sbarcarono a ridosso dell’alto edificio, saccheggiandolo ed ardendone la costruzione lignea senza il benché minimo riguardo nei confronti del senso del sacro e prendendo per se i tesori degli Anglo-Sassoni del ricco meridione. Dalle ceneri di questa prima iterazione, tuttavia, qualcosa di più solido sarebbe stato ricostruito, per volere dello stesso Re dell’ormai compatta Inghilterra, Edoardo il Vecchio, incline ad inviare il suo fedele servitore Thurcytel, parente dell’arcivescovo di York. Sotto la cui supervisione alte mura di pietra, possenti e almeno in parte ignifughe, avrebbero donato all’edificio parte dell’aspetto che mantiene ancora. Sebbene molto pochi, a guardarlo, penserebbero che quello fosse stato l’ultimo imprevisto nel corso della sua complessa e articolata parte, da interpretare nella lunga storia di questo paese…
Soltanto qualche secolo dopo l’auspicata ricostruzione nel X secolo dunque, nel 1439, l’abbazia venne colpita da un nuovo e disastroso imprevisto: un devastante incendio, destinato a sgretolare ogni singolo elemento architettonico non ancora costruito nella solida pietra calcarea proveniente dal vicino villaggio di Barnack. Di nuovo ridotta ai minimi termini, neppure allora l’abbazia venne del tutto abbandonata. Come meta d’innumerevoli pellegrinaggi, capaci di coinvolgere anche famiglie dei potenti e persino carovane di stirpe reale, essa fu di nuovo oggetto di un completo progetto di rinnovamento, in base allo stile tardo gotico del XV secolo, fino alla grandezza di nove campate con navate laterali lunghe 90 metri, un’abside di 30 metri ed una torre separata da cui inviare il richiamo per i fedeli. Seguì un periodo di prestigio e prosperità, nel corso del quale l’abbazia diventò un centro culturale di rilievo nonché luogo d’istruzione clericale. Proprio qui venne installata, a quanto si narra, la prima campana di bronzo delle Isole, non senza l’incidente del crollo disastroso di una trave verso gli operai sottostanti, che tuttavia non subirono vittime causa l’intercessione della mano salvifica dello stesso spirito di San Guthlac. Famosa la lettera inviata da un certo abate John nel 1537 al primo ministro di Enrico VIII, Lord Thomas Cromwell, che accompagnandosi a un dono di pesce di affermava: “Voglia sua Signoria accettare questo lauto pasto, accettando di essere altrettanto buono nei confronti della mia povera casa.” Tentativo destinato a risultare tuttavia fallimentare, nei confronti del volere del sovrano e del suo fedele esecutore, ormai avviati verso il drammatico progetto storico della dissoluzione dei monasteri. Così spogliato di ogni ricchezza entro i due anni successivi, svuotato dei suoi monaci e sacerdoti, il complesso abbaziale venne nuovamente e parzialmente demolito, iniziando un processo di disfacimento destinato a durare per i secoli a venire. Senza tuttavia perdere la sua stretta connessione al Sacro, se è vero che in mezzo agli spazi residuali la comunità cristiana cittadina avrebbe posto in essere la propria stessa parrocchia, utilizzando lo stesso altare e i vecchi ambienti dove un tempo si erano avvicendati i seguaci di San Guthlac.
Temporaneamente utilizzato come fortezza da Realisti durante la guerra civile del 1642, venne nuovamente sottoposto a l’ignominia della distruzione il 15 aprile del 1884, a causa del grave terremoto di Colchester del grado 5,5, che distrusse parte della navata, danneggiò la torre ed inflisse crepe significative alle pareti residuali Ma un restauro approfondito di quanto ancora resisteva sarebbe bastato, ancora una volta, a mantenere in piedi uno dei simboli architettonici più incancellabili dell’Inghilterra del Medioevo.
Curiosamente suddivisa nella parte aperta agli elementi, con i sostegni del tetto scomparso ancora ben visibili, la chiesa mantiene nonostante tutto il proprio aspetto ponderoso e monumentale. Con la facciata residuale riccamente ornata da bassorilievi risalenti al XII e XIII secolo, possibilmente ispirati alla cattedrale di Wells. Qui figurano sculture di uomini di chiesa, possibilmente santi ed alcune creature surreali, tra cui un gargoyle sconfitto simile ad un maiale. L’immagine di una nicchia con la forma di una stella, nell’opinione di alcuni storici dell’arte, potrebbe costituire la raffigurazione della cometa di Halley, passata sopra la testa degli operai durante la più significativa delle ricostruzioni abbaziali. Sotto la navata principale, oggi ornata da maestose e variopinte vetrate, campeggia ancora il volto pagano dell’Uomo Verde, antica divinità circondata da fronde tradizionalmente incline a campeggiare nei luoghi di culto dell’antica Inghilterra. Completa il contesto architettonico di grande interesse, l’antistante ponte triplo di Crowland, attraversamento multi-via di quelli che rappresentavano all’epoca i corsi del fiume Welland e un suo tributario, ormai da lungo tempo deviati verso zone limitrofe dell’area geografica dei Fens. Dove uomo ed acqua hanno convissuto fin dai tempi dei nostri più remoti predecessori, nel modo largamente desumibile dall’integrazione residuale offerta dalle cronache e le storie interconnesse ai trascorsi della religione. Giacché ogni santo interconnesso a questi popolosi luoghi, viene rappresentato spesso come costruttore di alte mura e solide strutture destinate a sopravvivere alle successive generazioni. Spesso in netta contrapposizione coi presupposti latenti. E tutto quello che comporta l’opprimente, soltanto in apparenza necessaria accettazione di un crudele destino.


