Le grandiose corna del bovino che sorregge il sole d’Uganda

Il re è quella figura, nelle diverse possibili espressioni dell’esistenza individuale, che riceve un qualche tipo di mandato, ereditario, militare o divino, a esercitare il potere assoluto sulle disparate compagini del consorzio dei viventi. Ma un sovrano veramente responsabile non può e non deve essere soltanto questo: poiché egli rappresenta, nel cuore e nella mente del suo popolo, un simbolo e la pietra di paragone della virtù. Ecco perché esiste lo specifico cerimoniale, ricco di formule, procedure e metodi per presentarsi a corte. Il più tipico occupante di quel trono, inoltre, presenta un’ulteriore affettazione: quella d’indossare, almeno nelle cerimonie pubbliche, un particolare copricapo. Grandi, alte, sfolgoranti di gioielli; la corona è quell’oggetto che, indipendentemente dalla sua nazione di provenienza, si distingue sempre per l’estetica e il valore della materia prima di cui è composta. E “Beato chi può toglierla!” Potremmo facilmente immaginare l’esclamazione di colui o colei, se non fossimo del tutto in grado di riuscire a decifrare quel muggito, che sin da tempo immemore (gli archeologi riportano all’incirca il 4.000 d.C.) personificò nell’idea egizia il forte cuore, la forza e lo spirito del faraone. Il toro amitico dalle lunghe corna, manifestazione del dio Apis, spesso rappresentato con il disco sulla fronte, rappresentativo di sua madre Hator, dea della danza, della gioia e della fertilità. Col trascorrere dei secoli e dei millenni, quindi, la vicinanza geografica con l’India favorì l’importazione di diverse vacche, forse meno appariscenti ma più redditizie, sia per il popolo che i suoi sovrani. Mentre le costanti migrazioni verso sud, causate da dinamiche sociali, conflitti e la comprensibile ricerca dell’indipendenza, portarono le genti del Nord Africa a dirigersi altrove, assieme a quei bovini che rappresentavano, sotto svariati punti di vista, tutta la ricchezza delle tribù. E fu proprio lì, nella terra di Ankole (nome originario: Nkore) anche nota come corridoio fertile d’Uganda, che l’Occidente tornò a scoprire nuovamente quei leggendari animali, grazie a una serie di progetti d’esportazione per i concorsi e le mostre agrarie del Centro Europa. E che magnifica esperienza dovette costituire, per coloro che la fecero, tornare con lo sguardo ad epoche preistoriche dimenticate…
L’aspetto complessivo della mucca cosiddetta Ankole, o Ankole-Watussi nella sua versione ibridata particolarmente popolare negli Stati Uniti, è quello di un essere proveniente non da una nazione come le altre, bensì qualche dimensione direttamente parallela alla nostra. Grazie a materiale genetico di provenienza oggi difficile da rintracciare, benché si sospetti la diretta partecipazione di un qualche antenato zebù d’Etiopia (più che altro, per la gobba) che lo ha dotato del più favoloso, spropositato ed incredibile paio di corna ricurve. Tanto alte da gettare la propria ombra sulla fronte degli allevatori, così imponenti, da consentirgli di superare in altezza la maggior parte delle recinzioni. Un qualcosa che nei fatti risulta essere ben più che un semplice tratto distintivo, assolvendo a uno scopo e una funzione perfettamente definiti: permettere al bovino di regolare, grazie alla presenza di una fitta rete di vasi sanguigni al loro interno, la propria temperatura sotto il cocente sole d’Africa, incrementando ulteriormente la sua capacità di mantenersi in ottima salute indipendentemente dai fattori ambientali vigenti. Il perfetto sopravvissuto alle sue antiche migrazione, dunque, per non dire la diretta rappresentazione di un eroe animale favorito dall’evoluzione…

Magnifica, regale e talvolta demoniaca, la vacca Ankole di discendenza pura si presenta in genere con una colorazione marrone chiaro (Bihogo) benché variazioni alternative ed a macchie siano comunque riconosciute dagli enti internazionali per la classificazione delle razze.

Per farsi un’idea quanto meno basilare dell’effettiva storia di questa razza, oggi tenuta in alta considerazione nel mondo per la qualità notevole del latte e della carne che ne viene prodotta, si può fare riferimento al sintetico ma puntuale documento stilato da Elizabeth Katushabe nel 2009, per il simposio relativo alla conservazione e definizione di questa razza a rischio potenziale di sparizione. Questo per la progressiva diffusione, anche nel suo paese di provenienza, dell’ubiqua mucca Holstein a macchie proveniente dall’omonimo stato tedesco, che pur resistendo meno al caldo e le malattie di questo specifico territorio, vanta innegabilmente una dimensione e proliferazione di maggiore ed encomiabile entità. Ciò detto, particolarmente tra le genti dell’area geografica di Sanga, la mucca tradizionale di Ankole continua a rappresentare un’alternativa altrettanto valida e non soltanto per il suo valore simbolico, assai difficile da misurare grazie agli strumenti della modernità. Nel documento si parla, quindi, dell’origine remota di questa specie, fatta risalire alle figure semi-mitiche degli Abachwezi, fondatori dell’antico regno di Nkore. Ed in particolare a una specifica leggenda legata alla figura del re ”Omugabe” Nyabugarobwera Ntare, il quale nel momento della più chiara necessità del suo popolo, quando ogni armento sul territorio pareva essersi estinto e le famiglie erano costrette a pagarsi vicendevolmente la dote mediante l’impiego di semplici frutti, si ritirò a meditare nella sua capanna del comando. E quindi, emergendo con l’arco e le frecce dal nome di Enfumura Iguru ben stretti tra le sue mani, scagliò un dardo dritto verso il cielo, dando inizio a quattro giorni e quattro notti di pioggia ininterrotta. Finché al diradarsi delle nubi i suoi sudditi, emergendo di nuovo e dirigendosi verso i campi, non li trovarono occupati da una nuova spettacolare genìa di vacche, che da quel momento, diventarono il principale segno di ricchezza dei Bachwezi. Molti sono effettivamente gli usi, nel suo territorio originale di provenienza, della caratteristica vacca Ankole, che non soltanto viene allevata per la sua carne ed il latte, di cui oggi produce una quantità inferiore alle Holstein, ma anche per le presunte qualità terapeutiche dei farmaci tratti dalle sue corna, gli zoccoli, le ossa e persino sterco e urina, capaci di curare problemi come la tosse, il mal di stomaco e favorire una buona guarigione dalle fratture. Particolari popoli e tribù ugandesi, nel frattempo, sono soliti trarre una celebre bevanda dall’insolita mescolanza tra il latte ed il sangue dello stesso animale, che si dice possa garantire una maggiore forza a beneficio dei loro guerrieri nel momento in cui devono avviarsi per la battaglia.

La variante Watusi di questi bovini, creata con il significativo contributo dell’iconico longhorn texano, viene prevalentemente allevata negli Stati Uniti per il suo valore ornamentale, benché non manchino estimatori specifici delle sue carni.

Molte sono, inoltre, le qualità associate a una così notevole linea genetica, che si dice essere caratterizzata dalla rara capacità di resistere a qualsiasi malattia, sopravvivere per lunghi periodi anche in assenza del contributo umano, ignorare i bruschi mutamenti climatici e produrre, addirittura, un muggito particolarmente melodioso, il cui suono viene tradizionalmente associato a presagi di rinascita e spesso considerato di buon auspicio. Altrettanto celebre risulta essere, a tal proposito, il comportamento prototipico delle madri di questa razza, che quasi mai abbandonano il singolo cucciolo (più raramente, due; quasi mai tre) venuto ai natali tra febbraio e marzo scegliendo piuttosto di accudirlo fino al raggiungimento dell’indipendenza, con attenzioni ancor maggiori rispetto a quelle dei loro proprietari umani.
Può dunque sembrare strano voler accudire attitudini e propensioni regali a una specie che sin da tempo immemore è servita principalmente allo scopo di soddisfare, spesso a proprio discapito, il benessere di coloro che ne hanno mantenuta artificialmente la lunga linea genetica priva d’interruzioni. Già nella concezione egizia del potere, tuttavia, esisteva il concetto di un faraone che dovesse idealmente servire il popolo, così come quest’ultimo, a sua volta, garantiva quella posizione di assoluto e incrollabile predominio. Ecco, dunque, un qualcosa che non dovremmo mai provare a dimenticare: indipendentemente dalla dimensione e l’aspetto stravagante dell’ornamento che pesa sulla sua testa, il sovrano è tutt’altro che libero di rifiutare il suo ruolo. E se proprio quest’ultimo l’ha dimenticato, allora non è più degno di ricevere la benedizione di Apis, toro che sorge ogni giorno per illuminare le preziose distese fertili della nostra Terra.

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