Tanto preoccupati erano i cultori della prima scienza tassonomica nel cercare il cosiddetto anello mancante tra l’uomo e la scimmia, che tardarono nel comprendere come quest’ultima potesse costituire, a sua volta, una stazione di collegamento intermedia. L’essere perfettamente simile, essendo nel contempo differente, a noialtri come la vivente guisa primordiale della sua primaria essenza: la strepsirrina, non per niente detta “proscimmia”. Non che la distribuzione del sottordine in questione, da principio, fosse un grande aiuto in tal senso. Potendo disporre come termini di paragone, entro i confini dell’Africa continentale, dei soli lorisidi e galagidi, piccole famiglie di creature per lo più notturne, composte da specie compatte, ecologicamente collaterali agli altri primati dello stesso territorio di riferimento. Fu dunque solo successivamente, con l’esplorazione della maggior isola dell’antistante Oceano Indiano, che i colleghi di Darwin si trovarono a comprendere quanto potessero diversificarsi i lemuri, e fino a che punto risultassero capaci d’influenzare il proprio territorio. Come sperimentato dallo stesso biologo britannico John Edward Gray, alle prese nel 1867 con alcuni campioni da museo raccolti di una bestia rara, il manto nero e gli occhi, in base ai resoconti, di un profondo color azzurro cielo. Allorché descritti al tempo come una mera sottospecie del già conosciuto Eulemur macaco, cui venne aggiunto per loro il termine in lingua latina flavifrons, simili abitanti dell’alta canopia custodirono per lungo tempo i propri misteri. Restando privi per oltre un secolo d’informazioni in merito alla località di provenienza e osservazioni appropriatamente documentate. Finché ad oltre un secolo di distanza, nel 1983, studi sul campo (Koenders et al.) non ne segnarono di nuovo l’occorrenza, presso la punta nord-occidentale della grande isola, in un’area situata in mezzo ai fiumi di Andranomalaza e Maeverano. Il lemure dagli occhi azzurri, anche detto “di Sclater” esisteva veramente e non solo, fu possibile trovarne a tutti gli effetti due varietà distinte: una di colore nero, già in origine documentata, e un’altra marroncina-rossastra, per il resto identica da ogni punto di vista rilevante. Non ci volle successivamente molto a lungo, tramite l’osservazione e lo studio genetico, per comprendere di essere di fronte rispettivamente ai maschi ed alla femmina dello stesso animale, in un raro caso tra i mammiferi di manifesto dimorfismo sessuale. Sul piano cromatico ed al tempo stesso, comportamentale: giacché lo stile di vita di questi lemuri prevede, in modo altrettanto atipico, che siano le signore a governare i gruppi di sei-dieci esemplari, accoppiandosi più volte con i maschi che combattono tra loro per guadagnarsi tale imprescindibile privilegio. Lo sguardo attento e concentrato, che sembra riecheggiare di distanti territori nordici battuti dalle gelide sferzate del limpido maestrale…
occhi
Gli occhi più che millenari del titano con lo sguardo che perfora il tetto della montagna
Prima dell’introduzione su larga scala degli algoritmi generativi, ed il conseguente odio-amore collettivo per la cosiddetta Intelligenza Artificiale, l’avversione degli utenti di Internet sembrava concentrarsi a chiazze nei confronti dell’impiego presumibilmente dilagante del Photoshop. Avendo individuato nella manipolazione ad arte di un’immagine, per quanto messa in opera da mani umane, la perfetta evoluzione digitalizzata di un inganno, il tentativo prototipico d’incrementare a torto i meriti di un luogo, una persona o un’idea. Così l’ammasso dei pixel poco più che immaginifici poteva fare la fortuna, ed al tempo stesso rovinare la magnifica spontaneità potenzialmente inconfutabile, dei suoi soggetti eletti a polo d’attenzione della gente. Come il sito bulgaro di Prohodna alias Oknata, il celebrato “Passaggio dei Camini” diventato solamente in epoca recente e grazie a un plebiscito popolare, “Grotta degli Occhi di Dio”. Con l’aiuto certamente significativo di uno degli scatti social paesaggistici più apprezzati dell’ultima decade, in cui il soffitto di una tale meraviglia appare fotografato dal basso, con le due aperture perfettamente simmetriche a forma di mandorla e una luna piena dai contorni straordinariamente definiti incorniciata in una esse, completa dei gradienti dei suoi mari e le forme di svariati crateri. Impossibilità visiva, al pari della luce intensa ma soffusa che riesce a sottolineare le ruvidità eminenti della roccia, la sua conformazione ed i solchi ricavati dai lunghi secoli di piogge già cadute, come lacrime di un’entità superna. Questo perché in tale scena non c’è quasi nulla di reale. Tranne la cosa più importante, ovvero l’esistenza di Prohodna stessa, con la sua altezza di 45 metri ed una lunghezza di 262. Perché, allora, tentare di migliorare ulteriormente una conformazione più unica che rara nell’intero panorama della geologia mondiale? Una sola risposta appare possibile, esemplificata dall’inconfutabile inclusione di una tale meta tra i 100 luoghi turistici maggiormente apprezzati del paese, meta d’infinite visite annuali alla ricerca della miglior foto instagrammabile o (più raramente) dei momenti introspettivi da tenere al sicuro nel proprio segreto scrigno dei ricordi. Il turismo, dopo tutto, è linfa della crescita economica di una regione come la facilmente raggiungibile provincia di Lovech, nota per le molte straordinarie formazioni create dal carsismo della propria antichità pregressa. Come la sorgente dalle acque blu intenso di Glava Panega, la grotta delle stalattiti di Saeva Dupka o la vasta camera squittente di Devetashka, anche detta cattedrale dei pipistrelli. Tutte creazioni pienamente o parzialmente dovute al corso mutevole di quello che oggi è fiume Iskar, intrappolato nella gola che oggi dà il nome all’interno parco naturale circostante. Sebbene l’attenzione del pubblico sembri sempre ritornare e polarizzarsi, per qualche ragione, unicamente verso quella coppia di aperture orizzontali, apparenti portatrici di un significato simbolico trascendente, spesso ricondotto al concetto della Divina Provvidenza. O in un più raro, ripetibile frangente, quella di un gigante che ci osserva, da cui l’altro nome certe volte ripetuto: Grotta degli Occhi del Demone. L’altro lato, raramente illuminato, di un luogo non del tutto privo d’implicazioni malefiche o sinistre…
Con quattrocchi come protezione, il primo vertebrato nell’oceano popolato dai voraci predatori della Preistoria
Circa 500 milioni di anni fa: tra i vortici di un mare ribollente reso acido dalla creazione di multipli rift sottomarini, mentre le placche dei continenti proseguivano nella deriva destinata a dare il mondo l’aspetto attuale, il piccolo essere disegnava traiettorie imprevedibili a ridosso di un fondale scarsamente illuminato. Cercando i brucatori di batteri nella polvere dei sedimenti, intento e sollevarsi, sporgersi soltanto un guizzo ogni due, attento ad individuare l’eventuale sagoma di un qualsivoglia tipo di presenza ostile. Allorché dal marchio di un pertugio soltanto semi-visibile, la bocca sifonata di un Ottoia si prefigurò improvvisamente lungo il suo percorso, subito evitata con un rapido scatto a sinistra. Niente cibo, tempo di fuggire! Comprese allora che quel il suo tragico momento non era neanche prossimo a risolversi, visto il palesarsi di un secondo predatore, lungo e segmentato, il corpo ricoperto di mostruosi aculei: il sinuoso Peytoya aprì a raggera le sue fauci pensili nel vano tentativo di afferrarlo. Ancora più velocemente, comprendendo con l’istinto i margini richiesti, colui che aveva forte percezione della sua mortalità salì rapidamente verso l’alto, lasciandosi alle spalle la cortina protettiva delle prospettive oblique del sabbioso paesaggio. Scelta destinata a dimostrarsi poco conduttiva alla risoluzione del malcapitato susseguirsi di eventi, quando a gettare un’ombra sul suo cranio osseo apparvero i lobi simmetrici di ciò che un giorno, in molti, avrebbero paragonato ad una seppia o calamaro. Ma con occhi peduncolati e lunghe zanne in grado di piegarsi per formare una spirale, così da chiudersi sul corpo di coloro troppo disattenti, o stolti, da riuscire ad evitarne l’estendibile portata operativa. Anomalocaris, simbolo possente della fine! “Io ti vedo” sembrò dire il pesciolino, “Con questo secondo paio d’occhi” L’organo pensato per schivare ciò che giunge dagli spazi soprastanti. Colui o coloro che non possedevano neanche l’OMBRA di una spina dorsale. Che proprio per questo, il progredire dell’evoluzione avrebbe gradualmente posto in ruolo di subordine rispetto ai discendenti di colui che praticava con simile abilità la nobile arte della fuga sottomarina. Myllokunmingiide era il nome. Le multiple diottrie oculari, il proprio pane quotidiano e sostanziale meccanismo necessario alla conquista del suo domani.
Così hanno dedotto gli scienziati dell’università dello Yunnan non troppo lontana dal luogo dove sono stati trovati la maggior parte dei resti rilevanti, Xiuangtong Lei, Sihang Zhang e colleghi. Nel sito esemplificato dal nome scientifico dell’animale stesso, derivazione dei due termini dal greco μύλλος, “pesciolino” e Kunming, nome della città limitrofa di provenienza dell’olotipo fossilizzato scoperto nell’ormai remoto 1999. Durante i nuovi studi messi in atto mediante le moderne tecnologie d’ingrandimento ottico, nel tentativo di approfondire la morfologia di tali creature prive di mandibola e non più lunghe di 2 centimetri e mezzo. Generando i presupposti destinati a rivoluzionare ciò che per due decadi e mezzo, a pressoché chiunque, era sembrata una semplice applicazione della logica commisurata alle circostanze…
Il cielo nello sguardo: perché in questo villaggio del Sulawesi serbano l’infinito attorno alle proprie pupille
Paradigmatica è la presa di coscienza in merito al fattore più importante per chi tenta di catalogare le vigenti differenze tra comunità geneticamente distinte: il fatto che non possa esistere, per quanto sembri ragionevole pensarlo, una corrispondenza tra il “successo” di una particolare etnia e l’estensione del suo territorio. Poiché troppo complessa è la potente convergenza di fattori che giungono a costituire il pretesto necessario all’espansione di un gruppo sociale, incluse le individuali aspirazioni dei suoi multiformi, del tutto imprevedibili componenti. Esse stesse, in quanto parti di un puzzle fondamentale, fortemente variabili all’interno di un singolo gruppo sociale. Basti prendere, ad esempio, una terra emersa dai confini chiaramente definiti eppure un territorio ricoperto da una fitta giungla, rilievi insuperabili, strade impercorribili. Guarda la mappa: siamo in Sulawesi, Indonesia. Ed è del tutto naturale, persino prevedibile, che ad ogni dozzina di chilometri tradizionalmente aperti in mezzo alla vegetazione grazie all’uso del machete, un diverso villaggio compaia caratterizzato dalle proprie usanze totalmente scevre di un contesto trasversale nei confronti dei vicini storici o latenti. Buki, Makassaresi, Mandar, Toraja… Ciascun gruppo dedito alla propria religione, sia questa sciamanica o monoteista. Ciascuno condizionato dalle proprie more o tabù, talvolta totalmente contrastanti. Ciò che l’ipotetico esploratore di un tempo non avrebbe certo avuto modo di aspettarsi, così come il turista dei giorni moderni a bordo della sua automobile lasciata nel parcheggio adiacente alla piccola comunità sull’isola vicina di Buton, Kaimbulawa, sarebbe stato di trovarsi all’improvviso innanzi ad individui che, fatta eccezione per la tonalità della pelle, il colore dei capelli, l’idioma parlato, il modo di porsi, i lineamenti del volto, usi, costumi ed abiti… Avrebbero potuto provenire da un ambito paleartico europeo come la Scandinavia e l’Islanda. Ovvero in base a quel tratto somatico che siamo soliti chiamare, a torto o a ragione, lo specchio dell’anima. Nient’altro che il colore dell’iride all’interno dell’orbita oculare così (relativamente) poco significativo in termini evolutivi, quanto lungamente sfruttato nella scienza della genetica per giungere a fondamentali conclusioni sul tema di una particolare discendenza. Traferendoci dal vago allo specifico, immaginate a questo punto l’immediato senso di soddisfazione ed entusiasmo immediatamente sperimentati nel settembre del 2020 dal geologo con l’hobby della fotografia Korchnoi Pasaribu (alias su Instagram: geo.rock888) al concludersi di un lungo viaggio e l’attesa realizzazione del suo vertiginoso obiettivo. Aver trovato un valido biglietto, non soltanto verso la celebrità o mostrare al mondo qualche cosa di stupefacente, ma anche e soprattutto l’occasione di massimizzare l’efficacia di un messaggio ecologista, fino a quel momento emerso solamente per gli osservatori attenti del suo pregresso lavoro…



