Lo sguardo severo della statua che influenza i successi sportivi di Philadelphia

Abolizionista, politologo del concetto di Unione (al punto di teorizzare, per primo, il concetto di un Parlamento Europeo) pacificatore di accordi con le popolazioni dei Nativi Americani. Gli unici scritti destinati, tra l’altro, ad essere rispettati dall’uomo bianco! Per essere stato un soldato nella marina del Commonwealth sotto il comando del generale rivoluzionario Oliver Cromwell, contribuendo perciò in maniera indiretta alla sconfitta militare, la cattura e infine la decapitazione nel 1649 del sovrano protestante Carlo I, si trattava di una persona piuttosto placida e bonaria. Sto parlando del figlio dell’ammiraglio e politico William Penn, destinato ad ereditare il suo nome, cognome e la fortuna di una famiglia inglese dalle ascendenze nobili, pur scegliendo di condurre la propria vita secondo i precetti di una particolare visione del mondo. E letteralmente all’altro capo dello stesso! A seguito dell’acquisto dei terreni per la fondazione in America della colonia denominata, non a caso, bosco di Penn (Pennsylvania). Egli aveva esattamente 23 anni infatti quando, sei anni dopo la guerra e nel corso di una missione nei Caraibi, entrò per la seconda volta in contatto con il missionario ed amico Thomas Loe, devoto appartenente a una particolare comunità religiosa, egualmente invisa ai cattolici e i puritani protestanti. Quella degli Amici o Quaccheri, ferventi pacifisti, praticanti dell’astinenza dalle pulsioni più basse dell’animo umano incluso il conflitto armato, mediante l’accesso immediato al sacerdozio di tutti i credenti e proprio in funzione di ciò il rifiuto di ogni forma di gerarchia ecclesiastica. Potrebbe per questo sembrare piuttosto strano, oltre quattro secoli dopo quegli eventi, che gli eredi di una lunga linea di sangue che può condurci fino alle attuali luci e colori della città di Philadelphia, gli abitanti di un tale luogo possano credere in una sua ferma & fondamentale assenza di comprensione rispetto ai crismi della modernità architettonica, tale da far abbattere la furia degli antenati nei confronti di una delle massime aspirazioni, e più importanti lussi di qualsivoglia comunità statunitense.
Potremmo perciò affermare, nell’America (crudele antonomasia) dedita alle venerazioni quotidiane del canale sportivo ESPN, che al giorno d’oggi esistano quattro pilastri: il football, il baseball, il basket e l’hockey su ghiaccio. Così volgendo lo sguardo all’amena città sul corso del fiume Delaware nell’anno di nostro Signore 1987, non potremmo rivelare null’altro che le auspicate grazie della sua Divina Provvidenza, per le rispettive gesta degli Eagles, partecipanti sconfitti soltanto al XV Superbowl (1980), i Phillies vincitori delle World Series di mazza e palla del 1980 ed ’83, mentre sul fronte del pattinaggio su ghiaccio anche i Flyers potevano vantare un duplice trionfo, quello delle Stanley Cup del ’74 e ’75. Mentre sul fronte dell’NBA, i 76ers avevano vinto le finali del 1983, arrivando più volte a disputarle di nuovo nel corso di quell’epico decennio. Una scia di trionfi destinati tuttavia a interrompersi, come avrete a questo punto potuto immaginare, proprio in funzione di uno specifico momento di svolta per quella che i razionali definiscono “Preparazione sportiva e tattica delle squadre” e molti altri, invece, “Volubile natura del crudele Dio dello sport”. Benché in molti pensarono, fin da subito, che in tutto questo potesse esserci lo zampino di un uomo. O per meglio dire, quello della sua più famosa e svettante statua bronzea, posta all’altezza di 167 metri sulla vetta di uno dei primi grattacieli della Terra: la notevole torre in muratura, mattoni d’arenaria e marmo, del glorioso municipio di Philadelphia, oggi il più grande edificio governativo degli Stati Uniti.

Osservando la città di Philadelphia da lontano, come può capitare di fare attraverso le riprese via drone sullo schermo di un computer, non è possibile mancare di notare un certo rapporto conflittuale tra antico e moderno. In una maniera che noi europei potremmo forse trovare riprovevole, ma è dopo tutto l’anima, e il fondamento stesso alla base del fascino architettonico americano.

La maestosa sede di un prestigio e potere politico che si estende per tutta la Pennsylvania, questo edificio in stile Secondo Impero venne costruito in un periodo di esattamente 30 anni tra il 1871 e il 1901 su progetto degli architetti John McArthur e Thomas Walter, al costo complessivo di 24 milioni di dollari di allora. Perciò inizialmente concepito come l’edificio più alto del mondo (sarebbe stato ben presto superato dall’obelisco di Washington e la Torre Eiffel) esso doveva presentarsi inizialmente come una struttura sobria ed elegante, virtualmente priva degli ornamenti e la grandiosità dei ponderosi palazzi europei. Almeno finché nel progetto non vennero coinvolti gli scultori William Struthers ed Alexander Milne Calder, responsabili di aver convinto la commissione ad utilizzare tali candide mura per onorare tutto il genio, l’arte e la conoscenza dei magnifici Stati Uniti, attraverso la raffigurazione di oltre 250 figure storiche di varia natura e provenienza. Ed a regnare dall’alto su tutti, necessariamente, null’altro che l’effige del fondatore della prima colonia di Pennsylvania, quel William dal riconoscibile cappello e la lunga tunica da quacchero, intento a sostenersi per praticità logistica ad un tronco di legno facente parte dell’impegnativo gruppo statuario. Undici metri d’altezza per 24 tonnellate di peso, fuse dalla Tacony Iron Works su progetto dello scultore di origini scozzesi Alexander Milne Calder, già autore di svariate opere apprezzate presso il territorio d’Inghilterra all’altro lato dell’Atlantico ormai distante. Conducendo con evidente rapidità procedurale all’operazione certamente non facile, né economica, di smontarla in 18 pezzi e trasportarla fin lassù nell’anno 1894, momento in cui acquisì il record che mantiene tutt’ora, di più alta statua ad essere stata posta sulla sommità di un edificio. Ma non più quella, purtroppo, di un’intera città!
Nel corso del Novecento venne così propagato un mito folkloristico, secondo cui nessun edificio nella città di Philadelphia avrebbe mai dovuto superare per altezza il grosso cappello di William Penn, pena la ricaduta sulla stessa dell’ira del suo sacro fondatore, con conseguenze terribilmente difficili da prevedere o Dio non volesse, dover prevenire. Almeno finché a qualcuno, nell’amministrazione cittadina, non venne in mente di approvare la costruzione del grattacielo alto 288 metri dello One Liberty Place, mettendo immediatamente alla prova la volontà di un così venerato antenato. Ed apparve perciò fin da subito chiaro, come nessuno avesse in alcun modo da guadagnarci: a partire dall’inaugurazione del nuovo edificio nel 1990, infatti, i quatto pilastri dello sport cittadino iniziarono a sgretolarsi: agli Eagles non sarebbe più riuscito di arrivare al Superbowl fino al 2003. I Phillies furono sconfitti nella World Series dai Toronto Blue Jays nel 1993. i Flyers persero la coppa Stanley due volte, perdendo con gli Edmonton Oilers nel 1987 e i Detroit Red Wings nel 1997. Ai 76ers mancò la coppa del basket, causa fantastica partita giocata dagli LA Lakers nel 2001. Mentre nel frattempo, anche gli altri sport soffrivano: le squadre dei college di Philadelphia, un tempo rinomate, iniziarono a perdere in diverse competizioni di rilievo, mentre sul fronte delle corse dei cavalli il purosangue Smarty Jones mancò di poco il conseguimento della Tripla Corona, vincendo le tre principali gare statunitensi della sua categoria. Mentre al collega equino Barbaro andò ancora peggio, quando s’infortunò e dovette essere abbattuto durante il Preakness Stake del 2006. A nulla servì la reiterata goliardata di vestire la statua con cappelli o sciarpe delle diverse squadre cittadine, come venne fatto nel 1993 e 1997. Qualunque fosse la ragione di una simile serie di sfortune, e che ci fosse davvero lo zampino di William Penn o meno, apparve a quel punto chiaro che qualche cosa dovesse essere fatto e presto. L’occasione, per fortuna, non tardò a presentarsi…

L’interno del municipio di Philly si compone di oltre 700 stanze, molte delle quali ricche di fantastici elementi decorativi dall’ispirazione neoclassica

Si usa generalmente dire che due torti non possono fare una ragione ma forse, nel caso della possibile maledizione statuaria di Philadelphia, è vero esattamente l’inverso. Il sacro mandato di non superare mai in altezza l’austera figura sulla cima del municipio venne infatti nuovamente violato nel 2007, con il completamento del grattacielo sulla XVII strada del Comcast Center (297 metri) tutt’ora rappresentante il più alto edificio della città di Philadelphia. Quale migliore occasione, dunque, per restituire il primato al nume tutelare degli antichi boschi sylvani, che quella inventata dagli operai John Joyce e Dan Ginion? Che ben pensarono durante la posa delle ultime travi di metallo, d’incollare su quella più alta una minuta riproduzione in scala della statua del fondatore (che tra l’altro venne immediatamente rubata, portando alla necessità di sostituirla con una ancora più piccola). Così che l’effetto, incredibilmente, risultasse apprezzabile fin da subito: il 29 ottobre del 2008, quando i Phillies vinsero le World Series di Baseball contro i Tampa Bay Rays. Ed ancor di più il 4 febbraio 2018, al trionfo degli Eagles nel LII SuperBowl, per la prima volta dal remoto 1960. Mentre nel frattempo anche i successi negli sport minori ritornavano a palesarsi ed anche i cavalli alle corse, miglioravano chiaramente i propri presupposti di raggiungere la tarda età e riprodursi.
Ma chi può dire, realmente, quale potesse essere la verità? E se il proprietario terriero e teorico religioso, che avrebbe permesso l’esistenza di tutto questo durante il corso di un secolo travagliato, fosse realmente in grado d’influenzare le fortune sportive di un remoto domani… Né se davvero, avesse potuto possedere la motivazione personale a farlo. Poiché sebbene sia vero che tutte le statue desiderano essere poste in alto, alcuni piedistalli più metaforici sovrastano il guano dei secoli in maniera trascendentale. E vince senz’altro la considerazione dei discendenti, sull’opportunità di offrire un trespolo agli albatross di passaggio verso terre lontane.

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