Quanto dev’essere remoto, inaccessibile o tortuoso un luogo, affinché l’esistenza di una creatura di un centinaio di Kg possa eludere la scienza fin quasi al termine del XX secolo, comparendo all’improvviso nei cataloghi come un criptide zoologico frutto del folklore e l’immaginazione popolare? La prima probabile impressione ricevuta da Vũ Văn Dũng, John MacKinnon e gli altri zoologi della spedizione esplorativa, che nella primavera del 1992 si trovarono al cospetto di una scena senza dubbio singolare, tra le mura di un’abitazione in un villaggio della Riserva Naturale di Vũ Quang, nella provincia di Hà Tĩnh, Vietnam centro-settentrionale. Quando il cacciatore ivi residente mostrò con orgoglio il suo più raro e beneamato trofeo: la coppia corna lievemente arcuate, insolitamente fusiformi, lunghe attorno ai 40 cm. Il cui aspetto e geometria anatomica apparivano conformi a quelli di un bovino, benché differissero con ampio margine da quelle del gaur (Bos gaurus) e del serow continentale (Capricornis sumatraensis) sollevando il dubbio ragionevole che potesse trattarsi di un pezzo d’importazione, un manufatto di alta qualità o la rara testimonianza di un esemplare deforme. Se non che già il giorno successivo, continuando il viaggio in una comunità vicina, il gruppo trovò un secondo esempio residuale di quella che poteva essere soltanto la stessa identica creatura, chiamata dai parlanti della lingua Tao col nome di “saola”, termine impiegato al fine d’indicare il palo verticale su cui può essere imperniata la ruota di un fuso. Descritta dai locali come una presenza rara ma tutt’altro che inaudita, la cui esistenza risultava dimostrabile con ulteriori reperti, quali zoccoli, pelli ed ossa craniche ereditate dai propri insigni predecessori. Il che lasciava, per esclusione, una singola possibile spiegazione: l’esistenza nelle foreste d’altura dei monti Annamiti, al confine tra Laos e Vietnam, di un grande mammifero mai descritto in precedenza. Una sorta di antilope esteriormente simile ai tragelaphini africani con le corna a spirale o i capridi propriamente detti, ma che dai dati raccolti appariva nei fatti più strettamente imparentata con bovini come il bufalo e il bisonte. Una sorta di anello mancante o fossile vivente, in altri termini, separatosi dalla sua categoria tassonomica in un periodo pari a circa 14 milioni di anni a questa parte, trasformandosi nell’unico ramo superstite di un intero genere, oggi rimasto privo di termini di paragone. Seguì dunque la pubblicazione di un studio atipico, consistente nella classificazione di un tale animale in absentia con denominazione binomiale di Pseudoryx nghetinhensis (dai nomi delle province Nghệ An ed Hà Tĩnh) causa l’impossibilità di scovarne un esemplare vivo e tanto meno catturarlo, nonostante gli sforzi dedicati dai rappresentati del servizio forestale vietnamita. Una condizione tale da far scaturire nel settore la metafora dell’unicorno asiatico, come se il saola fosse una sorta di creatura fantastica, mero figmento creato dalla fantasia delle persone. Uno stato temporaneo e nondimeno incline ad essere completamente dissipato nel giro di appena una mezza generazione…
rischio d’estinzione
L’irsuto popolo che nasce nei cunicoli dell’isola di Amami
Un intero arcipelago formato dalla furia incontenibile del magma primordiale, emerso dal profondo oltre il punto di cesura dello stretto di Tokara, in epoche geologicamente e cronologicamente remote. Ma neppure la sua colonizzazione ad opera di genti provenienti dal vicino Giappone, risalente ai periodi arcaici di Jōmon, Yayoi e Kofun, sarebbe stata sufficiente ad esplorare e contestualizzare ogni singolo mistero delle Ryukyu, dorso delle tartarughe metaforiche del tutto circondate dal vuoto dell’oceano senza tempo. Dove strane cose, e strani individui, si aggirano tra le ombre longilinee degli alberi di kadsura e i banani. Oscuri, subdoli, mimetizzati: sono i Kenmun, folletti antropomorfi associati allo scorrere delle acque, per certi versi vicini ai più famosi Kappa della tradizione nazionale, visto il possesso di una ciotola concava sulla cima della testa, fonte in base alle leggende della loro forza sovrannaturale. Ma di colore scuro, con gli occhi rossi e ricoperti di una folta peluria, possibilmente fatta scomparire a comando soltanto nel momento in cui s’infiltrano tra le persone per giocare qualche dispetto o tiro mancino. Pur non essendo, nella maggior parte delle circostanze, dotati di connotazioni veramente maligne. Questo perché simili creature, come tanti esseri facenti parte del distintivo e inconfondibile folklore nipponico, possono venire ricondotti a specie animali realmente esistenti. E caso vuole che per quanto riguarda i possessori di tali prerogative, l’ipotesi predominate porti dritta a un animale che non ha istinti aggressivi, né capacità di nuocere a chicchessia. Il parimenti timido, notturno, silenzioso e al tempo stesso intraprendente Pentalagus furnessi, che tutti chiamerebbero coniglio “di Amami” pur essendo maggiormente simile a una lepre tozza del colore di un tasso del miele. Ovvero di un grigio scuro inframezzato da tonalità divergenti, come nel tipico manto ricercato in determinate razze di cani che incontra la definizione tecnica di “sale & pepe”. Essere piuttosto sconosciuto fuori dal suo territorio di appartenenza, pur superando anche in tal senso le legittime aspettative, vista l’esistenza stimata ad oggi di un massimo di 5/6.000 esemplari, come determinato dal conteggio delle caratteristiche sferette di sterco disseminate lungo tutto il territorio isolano. Tutti concentrati, per l’appunto, entro il sopracitato ambito territoriale e per questo imprescindibilmente a rischio di essere colpiti da possibili agenti patogeni, disastri naturali o il tipo di fraintendimenti causati dalle intenzioni, il più delle volte benevole, dei loro coabitanti umani. Vedi il caso dell’introduzione artificiale in questi siti attorno alla fine degli anni ’70 di 15 coppie in età riproduttiva della piccola mangusta indiana o Herpestes javanicus, con l’intento di favorire l’eliminazione sistematica delle pericolose vipere Kume Shima habu/P. flavoviridis (o più semplicemente habu) se non che trattandosi di creature dalle abitudini notturne, contrariamente al vorace carnivoro del continente, quest’ultimo avrebbe presto cercato, con gran soddisfazione, una preda elettiva maggiormente conduttiva ai propri bisogni. Individuandola, per l’appunto, nell’Amami no-kuro-usagi (アマミノクロウサギ 奄美野黒兔 – Coniglio nero selvatico dell’isola di A.) anch’esso abituato a muoversi dopo l’ora del tramonto, ma purtroppo per lui non altrettanto abile a scomparire durante il passaggio delle ore diurne. Una grave mancanza, per un letterale spuntino ambulante, privo di altro metodo di autodifesa che la capacità di correre via veloce. E tanto spesso, neppure quello…
Dichiarato estinto in Cina, il placido dugongo continua imperterrito a brucare
È sorprendente quanto possa essere difficile, persino oggi, determinare l’effettivo stato di conservazione e prospettive future di una specie animale. Nonostante gli studi statistici, l’analisi delle probabilità, gli strumenti di rilevamento satellitari e il sonar delle navi oceanografiche, soprattutto per creature naturalmente timide, che evitano i contatti umani per quanto possibile e tendono a vivere in acque torbide dove non vengono frequentemente avvistate. Basta inoltre consultare brevemente l’indice dello IUCN (Unione Mondiale per la Conservazione della Natura) per scoprire come non sempre il numero di esemplari rimasti, sulla base dei dati di cui disponiamo, corrisponda all’attribuzione di uno dei terribili bollini “vulnerabile”, “a rischio” e “stato critico”, dovendo a tal fine considerare anche fattori pendenti come la pressione sull’habitat di appartenenza, l’andamento statistico e le azioni di conservazione già intraprese fino ad ora. Se ce ne sono state, s’intende: esiste anche il caso d’altra parte che un intero paese tra i più grandi al mondo, per questo dotato di una burocrazia altrettanto stratificata e complessa, possa attendere per anni di ricevere un rapporto convincente dai propri amichevoli scienziati di riferimento. Mentre il futuro di una determinata categoria biologica, dimenticata sotto ogni aspetto tranne quello formale, continua drammaticamente a peggiorare. Fino a che…
Tale storia rappresenta non affatto, per quanto avremmo certamente preferito che lo fosse, un mero esempio teorico e del tutto privo di riferimenti. Come ampiamente dimostrato nello studio dello scorso agosto di scienziati internazionali d’istituzioni come l’Istituto di Zoologia di Londra e l’Accademia delle Scienze di Sanyan, provincia dello Hainan, intitolato in modo tristemente esplicito “Estinzione funzionale del dugongo in Cina”. Stiamo parlando per intenderci del sirenide Dugong dugon, unico rappresentante del suo genere ma membro di quella categoria informale con il nome di “mucche dei mari” che comprende i lamantini dei mari del Nuovo Mondo (gen. Trichechus) ed annoverava tra le sue file fino al 1768 anche la ritina di Steller (Hydrodamalis gigas) prima che la caccia spietata che ne era stata fatta nell’intero corso dell’epoca delle esplorazioni la portasse alla scomparsa non recuperabile dai mari di questa Terra. Creature come questi grossi erbivori purtroppo, nonostante la forte costituzione ed assenza di significativi predatori una volta raggiunta l’età adulta, sono del tutto incapaci di mettersi in salvo dall’equipaggio determinato di un’imbarcazione, fornendo di contro alla loro dipartita preziosissime risorse alimentari, di grasso, denti ed ossa adatte alla lavorazione artigianale, per di più associate a un’ampia serie di credenze ed un profondo significato culturale in molte delle culture presenti nel suo vasto territorio di diffusione. Che si estende dall’Australia settentrionale all’Africa Orientale, passando per Indonesia, Filippine, Sud-Est Asiatico, India ed Arabia, con una particolare concentrazione nel Golfo dell’Oman. Dislocazione variegata a dire il vero capace di rendere più complessi, piuttosto che semplificare, i processi normativi necessari all’implementazione di possibili programmi di protezione…
La misconosciuta tenerezza dell’orsetto cuscus, strano-possum dell’arcipelago indonesiano
L’eccezionale varietà di specie animali note non viene in genere considerata sufficiente a prescindere dal fatto che, nella stragrande maggioranza dei casi, sia possibile individuare un certo tipo di affinità tra gli esseri umani e gli altri mammiferi, soprattutto se graziosi e soffici, di questa Terra. Delle creature di siffatta natura, in effetti, conosciamo spesso la storia biologica per filo e per segno, il loro stato di conservazione, cosa mangiano e le particolari strategie di sopravvivenza che derivano dai millenni d’evoluzione trascorsi fino a questo fatale momento. Il che si applica, indipendentemente dalla località di appartenenza geografica, ai bambini come agli adulti, ed invero molto spesso soprattutto ai primi, con una passione che spesso stupisce e affascina chi ormai ha dovuto dedicarsi ad aspetti più pragmatici dell’esistenza. Sono pronto a scommettere, tuttavia, come una percentuale sorprendentemente bassa tra le contrapposte ondate generazionali disallineate da questo specifico territorio di provenienza, di fronte alle riprese di un rappresentante peloso del genere di marsupiale Ailurops, famiglia indonesiana Phalangeridae, potrebbero restare inizialmente e dolorosamente perplessi. Qualcosa di simile… Esiste? Una versione assolutamente tangibile della creatura fantascientifica nota agli amanti di Star Wars col nome di Ewok, meno la lancia e quello strano cappello, ma dotata in cambio di un’espressione saggia che parrebbe conoscere i segreti stessi dell’Universo? Possente e al tempo stesso imprevedibile, è la Forza, anche fuori dall’Australia. E incline a dare fondo all’indole creativa della natura, nonostante il negativo influsso delle schiere di armigeri al servizio dell’Impero del male.
Quello che il più comunemente detto cuscus orsino rappresenta, nella declinazione delle sue due specie distinte tra cui la più comune è per l’appunto l’Ailurops ursinus, costituisce il tipo di creatura cui viene attribuita nell’ambito della conservazione naturale la qualifica di “specie Cenerentola” per via della maniera in cui letteralmente nessuno, nonostante il suo aspetto grazioso e accattivante, sembrerebbe essersi appassionato alla sua vicenda. Con non poche conseguenze negative nei territori dell’Indonesia occidentale da cui proviene, soprattutto a causa della caccia tradizionale della sua genìa, finalizzata alla preparazione di un’ampia varietà di pietanze tipiche durante per la prassi indigena del tola-tola, una festa consistente nella consumazione di copiose quantità di alcol assieme a carne procurata direttamente dal cuore della giungla, condita con spezie dall’alto grado di piccantezza. Una questione lungamente considerata dagli enti statali, e scoraggiata con la nomina di tutti gli Ailurops a condizione di creature protette, benché l’impossibilità di controllare i più sperduti villaggi responsabili di un simile comportamento si sia rivelata a più riprese poco percorribile, con risultati facilmente immaginabili. Dal che iniziative come quella dell’ente ecologico Progres Sulawesi, finalizzate a sensibilizzare direttamente la popolazione delle isole circostanti l’eponima vasta terra emersa, nella speranza che alle antiche pratiche possa riuscire a sostituirsi un’apprezzabile attenzione per la natura. Approccio particolarmente importante in tale zona, proprio per la presenza della varietà più prossima all’estinzione degli orsetti in questione, quell’Ailurops melanotis (“dalle orecchie nere”) di cui molti scienziati ancora oggi, nonostante la sua prima classificazione all’inizio del secolo scorso, ancora faticano a riconoscere l’esistenza…



