Riconoscibile struttura reticolare in acciaio, l’alto fusto fiancheggiato da due braccia orizzontali, la Croce del Millennio alta 66 metri è il moderno monumento che più di ogni altro è stato nello scorso secolo associato alla cima del monte Vodno, massiccio che getta la sua ombra sulla capitale della Macedonia del Nord, Skopje. Ma la popolazione dell’antica città lungo il corso del fiume Vardar, in un periodo ormai superiore a 10 anni, ha avuto tutto il tempo di abituarsi alla vistosa controparte, dall’estetica non necessariamente conforme, capace di sovrastare il precedente simbolo con la sua altezza grosso modo tripla. Gli agevoli 155 metri della Телекомуникациска кула o “Torre delle Telecomunicazioni” trovano del resto un ulteriore giustificazione nella sua funzione pratica, di raggruppare e coordinare l’eminente pletora di segnali radio, televisivi e d’altro tipo indotti a sovrapporsi dalle infrastrutture plurime disseminate lungo queste irte pendici. Sebbene al primo sguardo, ciò non sembrerebbe particolarmente evidente. Finalmente completato per lo meno negli esterni dal gennaio scorso, l’edificio appare infatti definito da una sagoma immediatamente distintiva, che vede svilupparsi una serie di quattro fusti spiraleggianti attorno al massiccio pilastro in calcestruzzo centrale. Ciascuno dei quali, culminante in una piattaforma a sbalzo circolare che sembra uscita a pieno titolo da una struttura dell’Era Spaziale. Eppur restituendo, nel suo complesso, un’impressione organica vegetativa, al tempo stesso stravagante e da un certo punto di vista, adeguata. Interessante notare, a tal proposito, l’assenza di un autore specifico associato alla progettazione del gigante da 1.600 tonnellate di cemento, col solo appellativo di riferimento dello studio Stone Design, uno dei principali marchi architettonici della Macedonia del Nord, famoso per il suo utilizzo di volumi semplici e geometrici, l’attenzione alla praticità e l’integrazione tra finalità creative e tecnologia costruttiva all’avanguardia. Che nel presente caso, tramite la prima applicazione nazionale del sistema di una cassaforma scorrevole idraulica autoportante PERI, sembrerebbe aver cercato l’effettiva comunione tra due mondi nettamente distinti: il Brutalismo del tardo periodo sovietico e una sorta di Modernismo espressionista, il più possibile lontano dai crismi ripetitivi del cosiddetto stile Internazionale. Verso l’edificazione di un’auspicabile calamita per gli sguardi in grado di stagliarsi, lassù tra gli alberi, cercando l’immediatezza iconografica di oggetti come la Tokyo Tower, il Donauturm di Vienna, l’Avala di Belgrado o perché no, la stessa opera reticolare di Monsieur Eiffel. O per lo meno questa era l’idea iniziale, prima che una serie interminabile di contrattempi, mancanza di fondi, cavilli burocratici e persino la pandemia contribuissero a spostare l’inaugurazione dall’ambiziosa e controversa serie di ammodernamenti del 2013 prospettata dall’allora premier Nikola Gruevski, fino alla possibile, persino probabile (non ancora confermata) del prossimo 2 agosto 2026…
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Piccolo Windsor tra gli stagni artificiali: il castello di Hluboká, corona di torri che si specchia nella sua memoria
La maggior parte dei luoghi fortificati e piazze d’armi nasce con un obiettivo strategico, che viene perso lungo il tragitto dei secoli trasformando le antiche architetture in un tipo di simbolo identitario, il volto emblematico di una nazione. Ciò tende ad avvenire, tuttavia, verso il termine del Medioevo, con l’introduzione di munizioni più potenti ed esplosivi migliori. Un esempio significativo del contrario può essere immediatamente rintracciato nello zámek (château) di Hluboká lungo il fiume Vltava, una delle residenze nobiliari più famose della Repubblica Ceca, situata lungo uno degli assi di collegamento principali per raggiungere da meridione la grande città di Praga. Oggi a un paio d’ore di treno, il che rende questo sito al tempo stesso fuori dagli itinerari più diretti ad altamente desiderabile da punto di vista turistico, per il modo in cui riesce a riassumere tra le sue bianche mura oltre 800 anni di correnti architettoniche, soluzioni strutturali e gusto estetico del quadrilatero boemo. Da un palcoscenico sopraelevato, grazie alla collocazione su di un promontorio roccioso ad 83 metri sopra il corso delle acque, da cui la prima iterazione risalente al XIII secolo supervisionava il transito d’imbarcazioni e carovane commerciali, con gran guadagno da parte della discendenza dei suoi committenti, il clan nobile dei Vítkovci. Fortuna e contrattempo nello stesso momento, visto il modo in cui una delle figure di spicco di tale dinastia, Záviš di Falkenštejn, decise nel 1285 di sfidare l’autorità dei Přemyslidi, sposando la regina madre dopo la morte di Re Ottocaro II per governare in vece del giovane Venceslao II. Il che avrebbe in ultima analisi portato al suo arresto ed il trascinamento forzato sotto le mura dei suoi sostenitori, implorandoli di arrendersi per aver salva la vita. Uno stratagemma dei poteri forti che avrebbe funzionato ovunque tranne a Hluboká, innanzi alla fortezza del fratello Vítek, che rifiutò d’arrendersi e per questo venne a sua volta sconfitto, catturato e messo a morte nel 1290. Senza grandi o memorabili battaglie, né assedi degni di nota; questo perché lo zámek in questione, già allora, non vantava grandi mura inconquistabili o opere difensive particolarmente durature. Semplicemente, in quanto simbolo svettante del potere, non ne aveva mai avuto la necessità. Il che non toglie la sua notevole importanza destinata ad essere raggiunta e mantenuta negli anni a seguire, attraverso un susseguirsi di passaggi di mano come pegno ai servitori più stimati della Corona, che a tratti lo abbellirono e mantennero in condizioni relativamente dignitose per i due secoli successivi. Fino al subentro di Vilém II di Pernštejn, che nel 1490 decise di fare quanto molti altri avevano tentato prima della sua epoca, con diversi gradi di successo: integrare l’acqua stessa come simbolo del potere costituito. Trasformando chilometri quadrati d’acquitrino in parte stessa dei distretti, e cornice inconfondibile del suo alto, magistrale palazzo…
Ucronia e cemento a Bucarest: quattro milioni di tonnellate per il domicilio di una nazione
Nelle torbide stagioni di un passato dove il sangue non scorreva come acqua, bensì lava del vulcano della sofferenza condivisa dalle moltitudini, la creatura fuoriusciva dalla veste rigida della propria strisciante fase larvale. Dissepolta di recente, del colore della primavera, la cicala che gestisce l’esercizio del potere emerse dunque con l’intento dichiarato di cambiare in meglio il mondo, il suo paese, le persone. Ma furono soltanto i giudici della prosperità, ed il popolo col sacrosanto compito di nutrirla e mantenerla in salute, a possedere le ragioni per esprimere un giudizio in materia. Quando questo essere, sinonimo dell’esercizio del potere, concluso il grido riecheggiante della sua mansione, dovette confrontarsi con le conseguenze delle proprie dispendiose decisioni. Eppur parecchi anni dopo il suo decesso, il magnifico splendore di quell’esoscheletro tutt’ora spicca sopra la corteccia del contorto albero della Storia. Non è forse magnifica visione, quell’esuvia, persino per le schiere d’imenotteri che furono costrette a venerarla? Non è una memoria di grandezza, sebbene costruita sulle schiene di coloro che dovettero lasciare indietro ogni diritto, ogni proposito d’umanità residua?
Come molte altre zone d’Europa in tempi sorprendentemente prossimi all’epoca contemporanea, anche il principale paese comunista non-sovietico dell’Est dovette fare i conti con un’approssimazione del Faraone. Già oltre un decennio e mezzo era durata, tra feroci repressioni e un culto della personalità d’inusitata ferocia, il predominio di Nicolae Ceaușescu, erede di una Rivoluzione che non aveva mai direttamente conosciuto. O almeno, non ancora. È tuttavia indubbio come la particolare convergenza di fattori storici e sociali, uniti ad una mano ferrea nell’impugnare e sventolare i magnifici colori del vessillo nazionale, avessero permesso alla sua cricca di offuscare il vero stato delle cose, nascondendo la miseria dietro alla munificenza di un paese che credeva veramente ai meriti del predominio ininterrotto. Fu a questo punto una comune conseguenza dello spirito comune, la reazione indotta da Colui che Aveva il Compito nell’ora più terribile vissuta dalla capitale: quando il 4 marzo del 1977, non troppo lontano dalla città di Bucarest ebbe luogo un grave terremoto della magnitudine di 7,5, destinato ad uccidere 1.578 persone e demolire o danneggiare un gran totale di 32.900 edifici. Ponendo le basi in essere, in via collaterale, per il più grande progetto di ricostruzione edilizia nella storia recente di quel paese. Un’occasione irripetibile, avrebbero detto alcuni, per fare le cose in maniera migliore. “Costruite una piramide più alta”, disse allora il Faraone. E che sia magnifica alla vista e in ogni modo, priva di difetti! Questo il nocciolo della questione per la costruzione del nuovo centro cittadino, dominato dall’alta collina di Dealul Spirii, in passato un luogo di venerazione e il sito dell’arsenale. Che fosse in quel fatidico momento, il punto di partenza per un nuovo simbolo di riconoscimento nonché utile ad ognuno, in quanto utile a colui che aveva dato l’ordine di farlo in quel particolare modo. Il potere assoluto, dopo tutto, non è un cuscino…
L’utopica visione dell’ottagono, per vivere sotto la cupola più stravagante della Victorian age
Se è vero che le forme o circostanze strutturali atipiche tendono a generare diffidenza nel senso comune, non è difficile comprendere le molte leggende sorte tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo nella verdeggiante contea di Westchester, non poi così lontano dalla Grande Mela, relativamente alla presunta infestazione sovrannaturale di quello che è ormai da oltre 160 anni un imprescindibile, appuntito e rosato elemento del paesaggio rurale. La tipica casa signorile di quei tempi, il che nello specifico tende a prevedere una forma alta e stretta, imponenti torrette, colonnati e ringhiere in ferro battuto, così come previsto a corollario delle migliori narrazioni con intento pauroso. Eppure ciò che incorpora la lungamente celebre ed altrettanto imponente Armour-Stiner House, così chiamata in onore del suo originale costruttore e di colui che, vent’anni dopo, ne avrebbe modificato profondamente aspetto e caratteristiche, presenta due fondamentali tratti distintivi, il primo dei quali è la forma non esattamente rettangolare né affine a quella di un cerchio, bensì grosso modo a metà tra questi due estremi. Essendo di per se conforme al perimetro simmetrico di un ottagono, sebbene il tetto tenda a mascherare tale caratteristica. Ciò per la presenza sopra il culmine delle sue mura verticali dall’altezza di 22 metri ed una diagonale piana di 18, di un’imponente cupola capace di aggiungerne ulteriori 7, giungendo a ricordare il profilo di un antica chiesa o luogo di culto. Essendo effettivamente stata dichiarata l’ormai atavica dimora, il cui architetto resta ad oggi sconosciuto, come direttamente ispirata alla struttura del Tempietto del Bramante a Roma, nel cortile del convento di San Pietro del Gianicolo, a sua volta riproposizione rinascimentale della struttura del tholos, un tipo di edificio classico, tipicamente tondeggiante e circondato da un portico di colonne. Le quali rientrano e contribuiscono, nel moderno caso, ad un profilo decorativo straordinariamente ornato con le sue finestre a bovindo dagli abbaini triangolari i motivi a pan di zucchero e i puntali metallici attorno al perimetro e sopra l’alto nido del corvo centrale, corrispondente essenzialmente al quinto piano dell’edificio. Tanto da essere stata lungamente paragonata ad una sorta di scultura gastronomica, come un pan dolce o torta decorata (nonché pandoro, se vogliamo usare la prospettiva italiana) sebbene essa abbia costituito in passato, assieme ad un altro migliaio di esempio coèvi, la risultanza tangibile di una particolare scuola del pensiero architettonico statunitense. Nata, in modo alquanto raro, dal successo editoriale di un testo pubblicato nel 1848 a beneficio del pubblico generalista…



