Yamabushi, gli arcani monaci delle montagne giapponesi

C’è un senso di meraviglia e scoperta nel breve documentario del video-giornalista berlinese Fritz Schumann, in visita presso la prefettura della parte settentrionale dell’Honshu di Yamagata, presso alcuni discepoli di quell’antica tradizione religiosa fatta discendere in maniera indiretta dalla corrente buddhista dello Shingon, la “vera parola” per come era stata interpretata dal monaco vissuto nell’VIII-IX secolo Kūkai. Ma anche un senso di spontaneità e modestia, che poco sembrerebbe abbinarsi alle vesti altamente caratteristiche, il tenore formale e la rigorosa preparazione psico-fisica di questi quattro individui, per cui la meditazione non consiste semplicemente nello stare seduti e svuotare la mente, bensì camminare lungo irti sentieri fino allo sfinimento, nell’attesa e la speranza che una scintilla di consapevolezza superiore giunga a visitarli nell’attimo in cui stanno per transitare verso uno stato di momentaneo riposo. Sono, queste figure insolite e a loro modo memorabili, moderni discepoli dello Shugendō (修験道 – Via del Potere Mediante l’Ascesi) che assumono tradizionalmente il nome di Yamabushi (山伏 – Coloro che si Prostrano di Fronte alla Montagna) secondo una precisa dottrina che sembrerebbe avere origine nel 699 d.C, quando il primo di loro venne bandito, per ragioni largamente ignote ma apparentemente connesse a “stregoneria oscura”, dalla Corte dell’imperatrice Jitō ad Omikyō (odierna Otsu) verso l’isola remota del Pacifico di Izu Ōshima. Ne parla per la prima volta quasi un secolo dopo il testo storiografico Shoku Nihongi (797 d.C.) aggiungendo storie sui molti prodigi che erano stati compiuti nell’area del monte di Katsuragi nella zona di Nara da colui che sarebbe passato alla storia col nome postumo di En no Gyōja, inclusivi di miracolose guarigioni, conversioni di demoni infernali e il ritrovamento per concessione divina di molte vene nascoste di minerali preziosi, da lui venduti per costruire santuari e rendere manifesta l’eredità di svariate montagne. Non a caso, in effetti, il corpus dell’eredità mistica di del sant’uomo viene geograficamente collocata molto più a meridione del luogo mostrato nel nostro documentario, tra i confini della vasta penisola di Kii che si estende verso l’isola sottostante di Shikoku.
Ciò che accomuna comunque tutti i discepoli della Shugendō, per quanto ci viene offerto da reinterpretare attraverso la loro interpretazione nella cultura popolare del mondo contemporaneo (e l’occasionale riferimento in letteratura) è un’allineamento spontaneo alla trasmissione di tradizioni per via rigorosamente orale, circondando di un alone di mistero ogni gesto compiuto attraverso le messa in opera del loro particolare stile di vita. Pur essendo naturalmente associati come svariati gruppi del tutto indipendenti tra loro ad alcuni dei più famosi templi di diverse zone rurali del Giappone, gli Yamabushi non percepiscono alcun tipo di stipendio e proprio per questo praticano per la maggior parte del tempo un qualche tipo di professione principale, da cui l’isolamento auto-imposto delle loro lunghe e faticose escursioni montanare finisce per costituire più che altro una diversione occasionale, per quanto carica di significato spirituale e un senso d’innata responsabilità. Detto questo, c’è un preciso metodo, nella loro particolare ed altamente indicativa forma di follia…

È palese la differenza tra il costume dei monaci mostrati in apertura e questo esponente della setta meridionale del Tendai, caratterizzato da alcuni notevoli e caratteristici pom-pom. Alcuni elementi tuttavia restano in comune, come la grande conchiglia Hora-gai utilizzata come tromba per richiamare a se gli spiriti della foresta.

La domanda che ci si dovrebbe porre a questo punto è se, trattandosi di una tradizione fatta discendere convenzionalmente dal buddhismo Shingon, la pratica dello Shugendō debba essere considerata come un’altra tradizione importata dall’Occidente, attraverso quei famosi viaggi dei pellegrini (per lo più leggendari) che li portarono fino alla remota terra d’India. Ma poiché l’evidenza è che siamo di fronte a un particolare metodo messo in pratica soltanto nell’arcipelago giapponese, ciò non può fare altro che riconfermare quanto in molti, comunque, avrebbero sospettato: c’è una forte componente shintoista nella disciplina degli Yamabushi, forti sostenitori della visione tipicamente nipponica secondo cui non esiste, o per meglio dire non dovrebbe esistere, alcuna linea di confine tra le due religioni. Lo stesso concetto di recarsi in visita a luoghi elevati e solitari, per rendere silenziosamente omaggio alla natura, è un atto facilmente riconducibile a quello della venerazione dei Kami (神 – Dei) entità primordiali che crearono questo paese ed ancora lo abitano, pervadendo lo spirito dei luoghi ed oggetti più disparati. Una visione non del tutto dissimile da quella del Mikkyō (密教 – insegnamento segreto) del Buddhismo esoterico e tantrico, punto d’origine d’infiniti misteri. Mentre il particolare abbigliamento di questi monaci, candido per associazione al sudario dei defunti, è stato spesso raffigurato nell’arte indosso ad esseri fantastici e sovrannaturali, come i Tengu (天狗) uomini uccello e presunti insegnanti di spada di almeno uno tra i più rinomati guerrieri della storia, che incidentalmente, venne accompagnato da uno Yamabushi combattente nel corso delle sue molte peripezie fantastiche e leggendarie.
Una delle rappresentazioni più popolari in Occidente di questi monaci in effetti è quella, fatta derivare da alcune fotografie di inizio del Novecento scattate nei centri urbani più importanti dell’epoca Edo (1603-1868) di fieri guerrieri in armatura, con l’unica concessione monastica del particolare copricapo candido come la neve. Il che è in effetti riconducibile alla categoria, assai diffusa durante tutto il lungo e travagliato periodo che avrebbe condotto all’unificazione del paese, dei Sōhei (僧兵 – monaci militanti) che annoverarono più volte tra le loro fila, per lo più in veste d’irregolari, particolari gruppi di Yamabushi, convenzionalmente esperti nel combattimento al fine di difendersi da eventuali briganti nel corso delle loro escursioni solitarie. Benché il tipo di arma associata a tali figure sul campo di battaglia assieme alle loro presunte stregonerie, la ponderosa e terribile lancia naginata, non fosse tecnicamente del tipo più facilmente trasportabile durante una spedizione sul terreno accidentato di un passo di montagna. Esistono comunque almeno due casi in cui i monaci Yamabushi furono determinanti nel corso di una particolare svolta storica del paese: la prima durante la fuga e la successiva Restaurazione voluta dall’imperatore Go-Daigo, che si ribellò al potere dello shogun di Kamakura nel 1333 (aprendo la strada, suo malgrado, alla venuta di un diverso signore della guerra) e la seconda durante il lungo conflitto tra i due daimyō (signori feudali) di epoca Sengoku, Takeda Shingen ed Uesugi Kenshin, che portò ad una serie di cinque sanguinose battaglie tra il 1553 e il 1564. Con i guerrieri religiosi che aiutarono principalmente il primo contro il secondo, benché proprio quest’ultimo fosse un probabile seguace della Shugendō ed amasse farsi raffigurare con un particolare copricapo, incidentalmente simile a quello dei monaci mostrati nel nostro documentario di apertura.

Alcuni Yamabushi di Shingu, Wakayama, mettono in atto un dei più classici prodigi di natura mistico-religiosa: la camminata sui carboni (e in questo caso, tronchi) ardenti, rigorosamente condotta a piedi nudi da loro e chiunque si sentisse pronto a partecipare tra i presenti.

Oggi la venerazione condotta dai monaci di montagna rappresenta una tradizione largamente ignota alle nuove generazioni, nonostante il suo stretto legame con la cultura popolare di ampie zone del paese. Per alcuni, tuttavia, stanchi della frenetica vita cittadina tipica di quel mondo e i duri ritmi che vengono convenzionalmente imposti agli impiegati giapponesi dei settori più diversi, può rappresentare un valido pretesto per prendere fiato e ritornare, soltanto temporaneamente, a uno stato di serenità primordiale. Negli ultimi anni a tal proposito, per quanto si riesce facilmente a trovare su Google, sono nati svariati itinerari per lo più turistici centrati sopratutto nell’area delle Dewa Sanzan (出羽三山 – Tre Montagne Sacre) della prefettura di Yamagata, rappresentanti rispettivamente il passato (m. Gassan) presente (m. Haguro) e futuro (m. Yudono). Compiendo i quali, attraverso lunghe camminate, abluzioni e attività votive si presume che i manager della tragica esistenza contemporanea possano uscirne in qualche modo del tutto rigenerati. Pronti a veicolare, ancora una volta, l’insegnamento di quel nuovo tipo di sapienza, ormai del tutto priva di confini nazionali, che deriva dalle esigenze economiche della moderna globalizzazione.
Ma questo, come si usa dire, è un tutt’altro tipo di oscuro sentiero. Che neppure Yoshitsuna e Benkei, sul filo delle loro formidabili spade, sarebbero riusciti ad esorcizzare.

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