I molti benefici dello Sputnik elitrasportato che rimbomba per svegliare la neve di primavera

Nulla è maggiormente immoto ed invitante che la candida montagna, qualche giorno dopo che è caduto l’ultimo fiocco di neve. Sotto il manto spesso della coltre soffice, panna montata soffice che chiama gli sciatori, a raccolta, l’uno accanto all’altro, discendendo in eleganti diagonali verso con il tiepido sentore diurno del sole alle spalle. Sparito il gelo dell’inverno, non più soltanto il canto rigido del pettirosso ad accompagnarlo, ma l’orchestra che trillando annuncia l’ora del sopraggiunto risveglio. Ma è proprio in questo clima lieto e la crescente sensazione che i giorni duri sono ormai passati, che l’accumulo latente di un gravoso potenziale attende silenziosamente l’occasione di lasciarsi andare. Quando il vento e il caldo e la parziale liquefazione, di quel mistico cappello, si distacca giù dal capo dei massicci del nostro mondo. Diventando, col terrore a fargli da vessillo, valanga, slavina, seppellimento della vita e tutto ciò che essa comporta. Previa noncuranza, ciò è palese, allorché l’impiego di tecniche specifiche può prevenire almeno in parte l’insorgenza di quei problemi. Approcci consistenti, per l’appunto, nel prendere il controllo ed istigare, prima che subire, un così pericoloso evento. “Chi semina onde sonore, raccoglie annientamento” potrebbe essere il detto, ancor più maggiormente pertinente, quando nell’espletamento di una simile funzione riesce ad essere coinvolta la fervente rotazione di quell’assemblaggio di pale volanti. Elicottero impiegato, tanto spesso in precedenza, per portare in posizione gli appositi sistemi fissi di dispersione facenti affidamento sull’impiego di deflagrazioni nei punti critici. E che ancor prima, perseguendo quello stesso fine, lanciavano direttamente gli esplosivi dai finestrini. Ma che dalla seconda metà della decade partita con l’anno 2000, hanno trovato un progressivo impiego nello schieramento di un tipo di dispositivo in grado d’incarnare i principali vantaggi entrambi i mondi; da ogni punto di vista, un pezzo d’artiglieria fluttuante, pronto a percuotere il bersaglio che necessità dell’opportuna stimolazione al movimento. Creato in origine dalla compagnia francese TAS – Technologie Alpine de Sécurité, che si dice avesse collaborato all’epoca con i due avieri di soccorso italiani Gabriel e Marco Kostner operativi nella zona della Val Gardena, il sistema DaisyBell è dunque una campana collegata con un lungo cavo alla struttura portante dell’apparecchio in grado di effettuare il volo librato. Finché la pressione di un apposito pulsante, da lassù nella cabina di guida, intervenga scatenando la funzione per cui è stato concepito: evocare, in senso perpendicolare al suolo, la furia esplosiva dello spazio della propria cavità svasata. Per trasmetterne il significato implicito alla neve sottostante: “Cadi adesso, non domani.” Diventa inerzia e quindi giaci nella valle, inerte. Affinché l’estate possa scioglierti, senza far danni…

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Niente scali per il chiurlo dell’Alaska che raggiunge in 10 giorni le remote cime della Nuova Zelanda

Silenziosa e inesorabile, la canoa waka hourua col doppio scafo solca gli interstizi tra le onde lasciandosi alle spalle il mare dei ricordi e delle conoscenze pertinenti al mondo dai cui tronchi è stata costruita. Con perizia e un senso pratico affinato dai lunghi anni di esperienza, la stessa che da molti giorni guida quei navigatori verso l’obiettivo che sapevano essere al di là del grande spazio vuoto tra i continenti. Un’isola, o gruppo di queste, dove poter essere finalmente liberi, allevando la propria discendenza lontano da conflitti o dispute territoriali antiche quanto la distante sommità delle montagne. Osservano le stelle di notte, il sorgere del sole e il suo tramonto. Percepiscono il flusso dei venti e controllano le condizioni di quel clima non del tutto imprevedibile, per chi ne conosce le cause ed effetti. Ma soprattutto usano l’istinto, eredità dei saggi con il compito di reggere il timone, per le usanze dei Polinesiani di un tempo. La cui conoscenza include un punto fermo che ha importanza sottolineare: non sempre il volo di coloro che si stagliano contro l’azzurro cielo è un segno di prossimità alla terraferma. Allorché simili esseri, presentandosi in formazioni geometricamente regolari, apparivano distinti dal possesso di un lungo becco lievemente curvo. Caratteristica capace di distinguere il pennuto kuaka, il cui tragitto è certo, almeno quanto il moto imprescindibile di costellazioni e maree. Un grido, un gesto una parola. Subito seguito dalla frase speranzosa: “Navigatori, il fato è dalla nostra. Seguite quell’uccello. Siate la sua ombra fino al sito della terra che ci aspetta al termine di questa prova della nostra convinzione. Delle nostre tramandate conoscenze…”
Nessuno sa, in effetti, che cosa stimolò la grande migrazione degli antichi popoli predestinati a colonizzare nel corso di lunghi secoli Tonga, Samoa, le Isole di Cook, le Hawaii, Tahiti e la Nuova Zelanda. Pur sussistendo la distinta possibilità che alcuni, tra di loro, avessero potuto percepire la fattibilità di tale impresa dal ritorno reiterato di un certa stirpe di pennuti. Che scomparivano e tornavano ogni volta, puntualmente, al palesarsi della bella stagione. Trasportando sulle proprie ali il percepibile ricordo di una serie di luoghi straordinariamente lontani… Molti uccelli migrano, d’altronde, ma nessuno riesce a farlo come la pittima minore, alias chiurlo di mare, alias Limosa lapponica, versione lievemente più grande della tipica beccaccia dei boschi dall’Europa fino alla Mongolia ed il Tibet. Il cui specifico percorso evolutivo, di contro, avrebbe dato adito all’impiego degli invertebrati della spiaggia, quali vermi policheti, bivalvi e crostacei, come fonte inesauribile di cibo. Da cui il bisogno di operare senza luoghi ove nascondersi dai predatori, che sussistono in maniera limitata là nell’ecozona paleartica, dove maschi e femmine s’incontrano per costruire il proprio nido. Ma che dire di quel lungo inverno, quando le ore diurne sono troppo poche per riuscire a garantire un’efficace sostentamento delle nuove generazioni. E l’orizzonte del distante Sud appare, gradualmente, sempre più invitante per coloro che possiedono nel proprio codice il profondo senso ed opportunità del viaggio, come stile di vita…

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Il volo sacro dei Totonachi, rituale millenario capovolto tra il cielo e la terra

In principio, vigeva l’indeterminatezza. Condizionato dalla situazione meteorologica che non poteva controllare, né realmente prevedere, l’agricoltore dei territori mesoamericani non poteva fare altro che subire i problematici risvolti di un ambiente totalmente disinteressato ai fondamentali bisogni della collettività umana. Così le grandi piogge, le inondazioni, le devastazioni dovute a sciami periodici di cavallette e i lunghi periodi di siccità venivano accettati come un semplice fattore imprescindibile dell’esistenza, non importa quale costo avessero in termini di vite dipendenti dai prodotti della terra per il proprio effettivo sostentamento. Ciò almeno finché in un giorno ormai nascosto dalle nebbie del tempo, non iniziò a venire praticato il culto religioso di un dio particolare: Tláloc capace di apparire a guisa di giaguaro, farfalla o serpente. Ma sempre ornato dai lunghi artigli e lingua biforcuta, segni tipici di un’entità vendicativa ed affamata di sangue. Lo stesso frate domenicano Diego Durán, tra i primi europei a lasciare una testimonianza scritta sulla civiltà e le usanze degli Aztechi, raccontò nella metà del XIX secolo la vicenda del principe Ezhuahuacatl, che per richiamare la misericordia di quel crudele monitore, sacrificò se stesso dopo essere salito sopra un palo dell’altezza di 36 metri. Dal quale, senza esitazione, si lanciò impattando rovinosamente contro il suolo del selciato sottostante. Metodologia per molti versi laboriosa, per non dire impegnativa, dato non soltanto il costo in termini di vite ma anche la difficoltà di trovare, ad ogni palesarsi di un periodo di magra, individui di sangue nobile disposti a porre fine prematuramente alla propria individuale esistenza. Da cui diversi popoli limitrofi, nonché gli stessi discendenti degli antichi Mexica, provvidero ad elaborare nel corso dei secoli diverse soluzioni alternative, non tutte necessariamente culminanti con il tipo di episodi cruenti normalmente associati alle pratiche dei loro insigni predecessori. Tra i quali il più fantastico e profondamente memorabile, nonché preso ad esempio dagli antropologi di tutto il mondo, è senz’altro la cerimonia sacra dei Voladores, depositari di una vocazione alquanto inaccessibile, il cui punto culminante era la separazione della mente dalla paura di cadere. Per poter trionfare nel superamento, in maniera rutilante ed ammirevole, al concetto stesso di esseri legati a limiti ed aspettative fisicamente conformi.
Cos’è, d’altronde, la gravità o il senso di vertigine di fronte a tutto questo? Per la maniera in cui un albero attentamente selezionato, normalmente della specie fruttifera dello zapote chico o sapotiglia (Manilkara zapota) veniva abbattuto e privato sistematicamente dei suoi rami. Per venire trasportato nella piazza degli insediamenti, dove una buca appropriatamente profonda avrebbe permesso di erigerlo in maniera perpendicolare al suolo. Affinché un gruppo attentamente addestrato di cinque danzatori potesse risalirlo fino a quell’angusta sommità distante. Da cui quattro di loro avrebbero, tramite l’impiego di altrettante corde, messo in scena l’atto che più di ogni altro può servire ad evocare l’idea e l’immagine di alati testimoni ricoperti da magnifiche ed iridescenti piume. Il volo a testa in giù, naturalmente…

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Hermeus al decollo: prosegue il perfezionamento dell’argenteo bolide destinato a superare il Blackbird

La freccia argentea sulla pista si prepara chiaramente al decollo. Bombato e rivettato, grande come un F-16 ma privo di verniciatura come i velivoli dell’era eroica dell’aviazione, vira in senso parallelo all’orientamento della pista, premettendo ai pochi spettatori di notare l’evidente anomalia delle sue forme. In primo luogo, per il grande foro aperto in corrispondenza del muso, lì dove ci si aspetterebbe la punta aerodinamica necessaria a “perforare” i gas dell’atmosfera. E secondariamente, qualcosa di bizzarro quanto stranamente prevedibile nei tempi odierni: la totale assenza di una cabina di pilotaggio. Questo Quarterhorse 2.1 (nei fatti, una seconda versione) è in effetti uno dei droni automatici più grandi mai costruiti. E molto probabilmente, quello in grado di percorrere un migliaio di chilometri nel tempo più breve.
Muoversi rapidamente è il singolo criterio dominante dell’industria tecnologica in ogni sua plurima declinazione, ora più che mai, particolarmente nella fase terminale di quella che continua ancora oggi ad essere chiamata Epoca Contemporanea. Se c’è un ambito nel quale tuttavia saltare i singoli passaggi, tagliare gli angoli e cercare di ottenere soddisfazione anticipata tende ad avere un costo difficilmente misurabile, questa è l’applicazione dei principi aerodinamici, meccanici e costruttivi all’ottenimento di un mezzo volante. L’aviazione è quella branca dei trasporti, ormai essa stessa vecchia di oltre un secolo, in cui il Boeing 737 risalente agli anni ’70 viene ancora utilizzato per la sua capacità di atterrare sulle piste in ghiaia. In cui alcuni dei mezzi militari incaricati di combattere le guerre odierne impiegano sistemi e avionica risalenti ai tempi della guerra fredda. E il record di velocità assoluto costituisce l’appannaggio di un velivolo talmente avveniristico, così distintivo e irripetibile, da essere rimasto imbattuto per un periodo di 50 anni. Questo perché progettare, calibrare, mettere alla prova nuovi concetti o approcci funzionali tende a richiedere non soltanto lunghi anni, ma investimenti misurabili in centinaia o più di milioni di dollari, tanto da risultare proibitivi persino per immense multinazionali o l’erario senza fondo d’intere nazioni. E cose come i 3.529 Km/h raggiunti dall’SR-71 Blackbird della Lockheed sopra la Beale Air Force Base in California, così come l’allunaggio del progetto Apollo, risultano conseguenze dirette di quel particolare clima geo-politico, momento storico e percepita rivalità politica tra superpotenze. Con l’arrivo del nuovo millennio e la corrente proliferazione delle startup, aziende agili concepite attorno a figure chiave e concetti molto spesso rivoluzionari, appare strategicamente percorribile un tragitto alternativo. A patto che una quantità di energia economica successivamente significativa finisca per essere investita nelle suddette idee. Così come sembra essere avvenuto a partire dai primi 60 milioni raccolti a partire dal 2021, e i circa 200 allo stato attuale, da vari investitori inclusa l’Aviazione Militare statunitense dalla Hermeus di Atlanta, fondata da quattro ingegneri aerospaziali provenienti da alte cariche di rinomate aziende: A.J. Piplica e Skyler Shuford dalla Generation Orbit, Glenn Case dalla NASA, Mike Smayda dalla Space X. Una squadra d’eccezione chiaramente pronta a superare i crismi di quel mondo ormai da tempo resistente ai cambiamenti di paradigmi…

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