La lunga notte del pappagallo vampiro

Ciascuna nazione tende a rappresentare sulle proprie banconote ciò di cui va maggiormente fiera, ed allo stesso modo in cui le lire facevano sfoggio dei ritratti di alcuni dei maggiori scienziati ed artisti italiani, così come l’euro mostra monumenti e punti di riferimento dell’Unione, il quarto paese per grandezza nel continente d’Oceania ha sempre avuto la tendenza a far figurare sopra i soldi i suoi animali più famosi. Tra cui l’imponente pappagallo kea (Nestor mirabilis, fino a 50 cm di lunghezza) che aveva figurato sul retro del biglietto da 10$ per l’intero periodo tra il 1967 e il 1992, come fulgido simbolo della Nuova Zelanda.  Strigopide decisamente insolito, perché vive preferibilmente sulla neve, unico nella sua famiglia. Giocherellone, curioso e qualche volta un po’ troppo espansivo, al punto da guadagnarsi l’appellativo prototipico di “cheeky” (sfacciato) essendo in grado di allietare ed infastidire da oltre un secolo i turisti che vengono per sciare ad Arthur’s Pass, presso le Alpi Meridionali dell’Isola del Sud. “Perché?” Potreste a questo punto chiedervi “Che cosa aveva fatto il poverino per meritarsi di essere sostituito in tale onore dal kārearea, il semplice falco neozelandese?” Il quale non è per dire, ma in fin dei conti non è altro che un semplice rapace di palude, incapace di elaborare un pensiero più complesso di: “Dov’è il topo? Dov’è il topo? Prendo il topo!” La risposta in effetti potrebbe stupirvi. E cambiare i vostri presupposti in merito a quello che ci si può aspettare da un pappagallo: uno di questi svolazzatori verde oliva, dal riconoscibile sotto-ala di un arancione acceso, era uscito ben dopo il tramonto del sole. Per uccidere di nuovo.
Sembra a tutti gli effetti una leggenda metropolitana, come quella, della vicina Australia, secondo cui dei giganteschi koala carnivori si nasconderebbero sulla cima dei più alti alberi di eucalipto, pronti a lanciarsi sulla vulnerabile ed impreparata testa dei passanti dall’aspetto più saporito ed invitante. Eppure, si tratta di una questione di vecchia data: fu per la prima volta attorno al 1860, che i pastori delle valli e colline verdi attorno alla città di Christchurch, rese celebri dalla saga cinematografica del Signore degli Anelli, iniziarono a trovare strani segni sulle loro pecore più preziose. Profonde ferite sanguinanti, sui fianchi ed in prossimità dei quarti posteriori, dove gli animali non avrebbero potuto procurarsele da soli neanche volendo. Alcuni esemplari più giovani, oppure vecchi e malati, iniziarono ad essere trovati morti, letteralmente dissanguati per l’effetto della spiacevole situazione continuativa nel tempo. Per anni si pensò a una nuova, sconosciuta malattia, finché il proprietario di una tenuta nei dintorni, James MacDonald, non ebbe modo di assistere all’episodio in prima persona: era il 1868. Quando nelle sue retine spalancate sarebbe rimasta impressa l’immagine del verde, assatanato pappagallo, che nel profondo della notte balzava sopra la pecora, ignorando i suoi belati terrorizzati e colpendola selvaggiamente, con il grosso e acuminato becco ricurvo, di un simbolico colore nero. Nulla sarebbe stato più lo stesso. Nel 1889 il naturalista Alfred Wallace, nel suo libro sull’evoluzione intitolato Darwinism, citò l’esempio del kea in merito all’adattamento comportamentale, per cui una specie animale primariamente vegetariana, a seguito di un cambiamento della situazione ambientale, può scoprire ed esplorare nuove fonti di cibo. Ciononostante, per oltre un secolo furono in molti a non credere possibile che un simile uccello, tutto fuorché minaccioso, potesse addirittura uccidere un mammifero quadrupede di tali dimensioni. Finché nel 1993, all’interno di un documentario della NHNZ, non vennero incluse le riprese di prima mano di uno di questi attacchi, effettuate da un anonimo testimone di tanta animalesca brutalità.
A questo punto, la Nuova Zelanda si trovò di fronte ad un dilemma: rinnegare il maligno torturatore, oppure continuare a ricordarlo unicamente per i piccoli fastidi, il modo in cui era solito, durante le sue scorribande diurne, rendersi tutto fuorché benvoluto, benché sempre in maniera ragionevolmente simpatica, dovuta al suo desiderio di provare tutto e tutti, comprendere la vera ragione delle cose… Certo che alla fine, per quanto egli possa esser stato un saggio e ferreo governante, ce l’avreste mai visto il conte Vlad III di Valacchia sopra i soldi della Romania?

La curiosità distruttiva dei kea è leggendaria, sopratutto per l’abitudine che hanno di attaccare tutto ciò che sia fatto in gomma. Ad esempio le guarnizioni dei finestrini delle auto, che difficilmente sopravvivono integri ai parcheggi della zona di Arthur’s Pass.

Sarà importante, a questo punto, andare un po’ più a fondo nell’analisi di questo uccello. Poiché il kea non è primariamente carnivoro, né succhia preferibilmente il sangue, come una sorta di gigantesca e rumorosa zanzara. Questa specie, che appartiene al gruppo dei pappagalli neozelandesi assieme ai kaka dell’Isola Meridionale, di quella Settentrionale e di Norfolk e di Chatam, nonché imparentato da vicino con l’incredibile ed enorme kakapo, si sono evoluti infatti come dei vegetariani, arrivando a nutrirsi di fino a 40 specie di piante diverse. Il loro ruolo ecologico in effetti è quello di disperdere i semi nelle regioni nevose di loro appartenenza, con una libertà di movimento letteralmente sconosciuta alle specie di terra. Ma la loro caratteristica più particolare, ed unica, è quella di presentare un rapporto tra dimensioni del corpo e del cervello pari a quello di un grande primate, unita alla disposizione inquisitiva ed insistente del tipico pappagallo. Il che significa, in altre parole, che non c’è nessun gesto, tra tutti quelli possibili all’interno di una giornata, che possa sembrare inappropriato ad un kea, e che questi si dimostrerà più che mai disposto a percorrere fino in fondo qualsivoglia sentiero della rovina. È quindi ampiamente attestato, nelle analisi e le osservazioni scientifiche, il caso di uno o più esemplari che attaccano una carcassa, trasformandosi essenzialmente nell’equivalenza locale di una sorta di avvoltoi della savana. Da lì a nutrirsi a spese delle pecore già ferite e sofferenti, purtroppo, il passo era breve. Ma l’aspetto ancor più inquietante, se possibile, dev’essere stata la scoperta da parte di questa genìa svolazzante che anche un esemplare perfettamente in salute, se attaccato nella maniera giusta, non poteva che restare totalmente inerme di fronte alla furia di un tale aguzzino pennuto, finendo per perire a seguito di tre o quattro attacchi consecutivi nelle lunghe notti d’estate.
Come potrete facilmente immaginare, coloro che credettero da subito all’intera faccenda non furono esattamente colti da un grande sentimento di stima per il kea. Che iniziò inevitabilmente, dunque, ad essere perseguitato. Un fatto acclarato era che comunque questi uccelli si riproducessero in gran numero, finendo per arrecare danni alle coltivazioni agricole del paese. Venne così deciso, attorno all’inizio del XX secolo, che il governo pagasse una taglia in denaro sonante per ciascun becco di un pappagallo ucciso, portando ad una prevedibile persecuzione al suono rimbombante dei fucili. Nel giro di una generazione e mezzo, oltre 150.000 kea furono uccisi, finché nel 1970, in un’atmosfera di ritrovata coscienza ecologica, la norma non venne finalmente dichiarata desueta, facendo seguito ad un periodo di riscoperta che aveva coronato, nel 1967, con la raffigurazione dell’uccello sulla banconota da 10$. Ma purtroppo, a quel punto, il danno era fatto ed è per questo ad oggi, con un censimento stimato di circa 5.000 esemplari ancora esistenti, l’animale è stato iscritto alla lista rossa della IUCN come vulnerabile, ovvero a rischio lieve d’estinzione. E questo ancora prima che il vecchio pesticida 1080, tornato in voga come metodo per controllare i mammiferi invasivi quali talpe ed opossum attorno alla seconda metà degli anni 2000, iniziasse a mietere vittime accidentali tra i suoi pulcini.

In questo esperimento del 2011, portato avanti da Alice M. I. Auersperg et al, un kea è stato messo alla prova nella sua intelligenza rispetto ad un corvo della Nuova Caledonia (Corvus moneduloides) noto utilizzatore di soluzioni complesse e validi strumenti. Nonostante questo, il risultato sembrerebbe favorire chiaramente l’uccello neozelandese.

Perché mai il tempo nobile Nestor mirabilis, più che capace di trarre tutto il suo sostentamento dalle piante locali e qualche insetto d’occasione, abbia scelto di iniziare a nutrirsi di carogne è un argomento oggetto di molte disquisizioni. Il punto fondamentale, tuttavia, resta che maggiori sono le calorie acquisite da quest’ultimo nel corso di una facile giornata, tanto più risulta il tempo che gli resta disponibile per esplorare, sperimentare, mettere alla prova i nebulosi confini del suo mondo. In un celebre esperimento comparativo con i corvi (vedi sopra) è stato dimostrato come il kea presenti, rispetto a questi ultimi, un contegno decisamente più irruento e sperimentativo, che lo porta ad agire immediatamente, senza prendersi il tempo di elaborare un piano. Durante le prove portate avanti per diversi giorni, l’esemplare Kermit ha dunque a più riprese tentato di capovolgere la scatola di plexiglass col premio alimentare, costringendo gli scienziati ad imbullonarla a un’asse di legno. Mentre Uek il corvo usava il suo preciso becco per impugnare il bastoncino e spingere fuori il boccone, il pappagallo lo infilava a forza di traverso tramite l’impiego di una zampa, usando la forza dove la forma impropria della sua bocca ricurva gli impediva di adottare una soluzione altrettanto raffinata. E nell’ultima prova consistente nel sollevare un uncino e aprire lo sportello della scatola, mentre il collega ancora s’industriava a compiere l’impresa con l’attrezzo a disposizione, ha semplicemente infilato la testa e ghermito la sua preda. Proprio questa, in ultima analisi, è la via comportamentale maggiormente rappresentativa del kea: carpe fulgur, cogliere il fulmine. L’attimo dell’opportunità più dolce e sopraffina. Anche quando l’ambizione verso il predominio della catena alimentare, come sua implicita prerogativa, parrebbe uscire dal vicinato della logica e della decenza. Cos’è mai una pecora, per una simile creatura circondata dal suo ego, se non un candido panino con le zampe… Gli uccelli non sono coscienti della forza universale del karma. Anche se in taluni casi, paiono esserne influenzati esattamente come noi.
Mentre il futuro del kea appare sempre più incerto, dunque, appare giusto chiedersi: chi sarà il prossimo demonio alato delle Alpi Neozelandesi? Forse una nuova razza di emu mannari…

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