I discorsi sconnessi del parrocchetto parlatore

Disco Parakeet

Disco è un piccolo pappagallo di New York che sembrerebbe aver assunto sostanze psichedeliche. Con voce metallica e gracchiante, molto caratteristica, produce un’ampia gamma di suoni, musiche e parole, mescolate tra loro in un caos cacofonico che oscilla tra il simpatico, il bizzarro e l’inquietante. Se la lingua parlata avesse il potere d’influenzare il mondo materiale, come le rune degli elfi o le formule degli incantesimi stregoneschi, lui sarebbe il pennuto più pericoloso del pianeta Terra; intanto per il semplice fatto che, almeno a giudicare da questo variegato video-catalogo sonoro, non la smette mai. Ma soprattutto per l’assurdità inconsulta del suo metodo espressivo, completamente slegato da ogni logica, eppure dotato di una certa imperscrutabile coerenza. Fortunatamente la padrona, MsJumpinJude, si è prodigata nel sottotitolare il grazioso animale, permettendoci così di apprezzare a pieno la sua introduzione auto-celebratoria, completa di dichiarazione d’intenti e beat-boxing inaugurale. Per non parlare di ciò che viene dopo…. Molti, fra coloro che hanno tenuto in casa un parrocchetto, l’hanno sentito produrre, al massimo, il verso della rondine o qualche squillo del cellulare. Gli strani discorsi di questo folle pappagallo dimostrano però che nulla è impossibile, purché ci si applichi con l’adeguato studio giornaliero.

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L’astuzia del corvo: una prova d’intelligenza

Crow

“Mai più!” disse Bernhard. Vivere con i bestioni a due zampe, accettare le loro regole ha certamente alcuni lati positivi. Abituato a rischiare la vita in città, tra alti palazzi e sfreccianti automobili, per lui avere il cibo pronto è un grosso passo avanti. Ogni mattina, i suoi gentili carcerieri vengono a salutarlo nella gabbia, lo accarezzano e rivolgono al suo indirizzo complimenti e moine. Talvolta, quando Bernhard dimostra chiaramente di desiderarlo, gli offrono anche il gradevole lusso di un bagno in acqua tiepida, limpida e rilassante. Poi, a metà giornata, inizia la parte di cui nessuno gli aveva mai parlato. Lui, infatti, ricorda chiaramente le parole di Douglas il Piccione, anziano abitante della piazza centrale “Ho sentito dire che in gabbia nessuno ti scaccia, non ti maltrattano e puoi dormire quanto ti pare.” Diceva, due giorni prima di finire sotto un tram. E così, Bernhard scelse spontaneamente di recarsi al Laboratorio, tempio scientifico degli esseri bipedi, signori indiscussi del pianeta. “Mai più!” disse, mentre per l’ennesima volta si ritrova, suo malgrado, ad affrontare un complesso esperimento. Cosa avranno pensato i loro enormi cervelli questa volta? Dannati scaltri individui. Il cibo si trova in una scatola, dietro robuste sbarre di legno “Ummm” Bernhard tenta invano di raggiungerlo. “No! Serve uno strumento!” Appeso per un filo a un alto ramo, messo un pò da una parte, scorge improvvisamente un semplice bastone. “Ci sono!” Compiuto l’agile balzo, impugnato l’oggetto familiare, di nuovo fallisce nel guadagnarsi il cibo… Perché con sua somma delusione la pillola di carne, stavolta, l’hanno messa troppo in là. Dev’esserci un passaggio successivo. Bernhard aguzza l’ingegno…

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Il passero africano, grande costruttore di alveari

Weaver Nest 0

Questi piccoli uccelli sudafricani, della stessa famiglia dei passeri, hanno la capacità innata di costruire case-alveare su larga scala. Non a caso, il nido del Philetairus socius (Tessitore Socievole) si riconosce da lontano: ha le stesse dimensioni e l’aspetto di un gigantesco covone di fieno, sospeso a metri da terra, disposto ad arte sulla cima di un albero alto e spoglio.  L’ideale, per loro, è un tronco senza appigli o rami bassi, come quello dell’acacia, dell’aloe o della capparea (l’albero del pastore) ma, come tutti gli altri esseri sociali, sono anche dotati di una certa intelligenza e capacità di adattarsi. A loro basta, in fondo, trovarsi al di fuori della portata di serpenti ed altri mangiatori di uova, i predatori naturali dell’arido ambiente sub-sahariano. Lo sa bene Dillon Marsh, il fotografo sudafricano che ha raccontato, in un’affascinante serie di fotografie, la più curiosa delle loro abitudini. Metter su casa, fra tutti i posti immaginabili… In cima ai pali del telefono. Se queste fossero tane di vespe o termiti, ci sarebbe ben poco da sorridere. Ma basta avvicinarsi per scoprire l’adorabile verità: centinaia di graziosi piccoli uccelli che vivono in colonia, come fossero i membri operosi di un soave e armonioso formicaio. Si ritiene che il progressivo ampliamento dell’infrastruttura telematica, giunta in quei luoghi insieme alla modernizzazione, abbia addirittura favorito l’aumento della loro popolazione, oggi più numerosa che mai.

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