Pedalate surreali nelle Fiandre, da sotto l’acqua fino al tetto della foresta e poi…

Nell’ambito infrastrutturale del nostro paese e di buona parte del mondo, esistono precise percezioni del rapporto tra necessità e soluzione: se aumenta il traffico automobilistico, si costruiscono strade. Se vige la necessità di maggiori trasporti ferroviari, si estende la rete dei binari. E se la gente manifesta l’interesse d’impiegare maggiormente il principale tipo di veicoli a propulsione muscolare… Una pista ciclabile o due, principalmente limitate ai contesti urbani? Dopo tutto, chi mai vorrebbe pedalare per più di una decina di chilometri al massimo, fatta eccezione per gli stacanovisti appassionati del Giro ed altre simili competizioni sportive? Il che porta al ciclo vizioso dei suddetti praticanti visti in modo ingeneroso dai “comuni” utenti dell’asfalto, costretti a superarli su strade a volte tortuose o accidentate, vedendoli come un’aggiunta alla pletora dei problemi di viabilità esistenti. Confrontate tale situazione, di contro, con lo stereotipo di quanto sussiste nell’Europa settentrionale. Un luogo comune fondato sulla tangibile realtà dei fatti, laddove ad esempio in Danimarca si usa il veicolo a catena per recarsi tanto spesso al lavoro. Per l’Olanda è un sinonimo di spostamento intelligente, strettamente incorporato nella stessa concezione urbanistica e il sistema di collegamento tra distretti statali. E in Belgio… Esiste un celebre binomio, recreatief fietsen: la bicicletta come forma di divertimento. Accessibile, popolare, adatta ad ogni età. Il che avrebbe portato a quanto si dice, soprattutto la provincia di Limburg nelle Fiandre divisa dall’omonima parte olandese fin dai moti rivoluzionari del 1830, a ricercare l’invidiabile quanto insolito primato di sola ed unica regione turistica calibrata sui bisogni e le aspettative dei cultori delle due ruote. Tramite un sistema di ciclabili rurali ineccepibili punteggiate, in modo indubbiamente originale, da singolari snodi impreziositi da caratteristiche scenografiche dall’alto grado di originalità inerente.
Il primo di questi in ordine cronologico, inaugurato nel 2016, trova l’incontro di vedute tra l’Ente Turistico incaricato della gestione del Parco Naturale di Bokrijk e l’esperto architetto Igor Philtjens, per la costruzione di un tipo di “ponte” che in effetti rappresenta più un passaggio singolare tra due bacini artificiali, del tipo che punteggia quasi ogni tratto paesaggistico dell’area riservata ai Paesi Bassi. Sotto il punto zero dell’altezza media dei mari antistanti, così come la singolare costruzione lunga 200 metri, larga 3 sembra scomparire, all’imboccatura delle acque, portando colui o colei che l’attraversa sul sellino a sprofondare fino all’altezza delle spalle senza tuttavia bagnarsi in alcun modo evidente. Ciò a meno che costoro cedano alla comprensibile tentazione, come tanti decidono di fare, di mettere la propria mano a lato del tragitto, disegnando una linee cuneiformi sullo specchio immoto da cui le anatre li osservano placidamente. Gli occhi fissi, concentrati e per la prima volta, ad un’altezza equivalente a quella degli esseri umani antistanti…

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La rara costruzione del castello lineare, un ponte sopra il fiume verso il vecchio borgo di Cahors

Là dove i corsi fluviali disegnano meandri serpeggianti, a causa della propensione delle acque ad aggirare gli accumuli di sedimenti, prendono forma le penisole tra ferri di cavallo, dove la natura costruisce i propri luoghi di umida e selvaggia pertinenza. In molti luoghi che non sempre includono l’Europa, dove la frequente persistenza di borghi, agglomerati e insediamenti concedeva efficacia alla comune percezione di simili scorci come pratiche fortezze pronte all’uso, soprattutto nei periodi ricorrenti di conflitti la cui soluzione minacciava di annientare la serena sussistenza della popolazione. Così la cittadina francese (ad oggi 20.000 anime) di Cahors in Occitania, lungo il corso del fiume Lot, il cui nome viene dal popolo dei Cadurci, tra le ultime genti di matrice celtica capaci di resistere alla conquista romana. E successivamente per l’intero corso medievale, i loro discendenti che venivano chiamati Cahorsins, facoltosi finanzieri noti per i prestiti concessi ai propri vicini, spesso con connotazioni e aspettative stereotipiche degli usurai del tempo. Non propriamente il tipo di attività capace di attirarsi l’ammirazione dei propri vicini più o meno prossimi, ed in effetti sarebbe stato proprio Dante Alighieri a paragonare nel suo Inferno tale luogo a poli del peccato incancellabile come Sodoma e Gomorra, nonostante costituisse il luogo d’origine del papa a lui contemporaneo, Giovanni XXII. Ma straordinariamente redditizia così come il flusso dei commerci che passavano da queste parti, sul tragitto celebre da tempo come uno dei punti di sosta lungo il fondamentale Cammino di Compostela. Verso un dualismo d’interessi contrastanti, che al principio del XIV secolo nel clima di sconvolgimenti politici e discordia che avrebbe dato l’inizio alla guerra dei cent’anni tra Inghilterra e Francia, pose il sopracitato gruppo di abitanti di fronte a un importante dilemma: andare avanti nella costruzione di un nuovo ponte sopra il fiume in grado di facilitare l’accesso da ovest, sia dei legittimi visitatori che eventuali nemici con intento di conquista? Piuttosto che restare isolati, affidandosi alla continuativa persistenza di una delle più tipiche, ed invalicabili barriere della natura? Questo il punto di partenza per la decisione dei baroni locali guidati dal Primo Console Géraud de Sabanac, eletto in modo autonomo dallo statuto cittadino, di porre la prima pietra alla presenza e con la benedizione del vescovo in quello storico 17 giugno del 1308, di quello che sarebbe rimasto in forza di opportune contingenze uno dei più notevoli esempi di attraversamento fortificato costruito all’apice del Medioevo Europeo.
Ancora intatto in quasi ogni sua parte, inclusi i sei archi ogivali a sesto acuto per una lunghezza totale di 138 metri, il ponte di Valentré si erge dunque ancora oggi con le tre torri di avvistamento quadrate dotate di feritoie, che sarebbero state guardate in armi giorno e notte dai corpi speciali dei miliziani locali. Pronti a difendere con enfasi le proprie case nella trepidante attesa di un’assalto che in effetti non avrebbe mai trovato una ragione di palesarsi, né da parte degli Inglesi o loro truppe mercenarie e capitani di ventura, grazie alla diplomazia, e neppure da signori feudali adiacenti innervositi dai pedaggi o tariffe commerciali imposte dall’orgoglioso consiglio dei consoli cittadini. Difficile, d’altronde, affermare che l’inespugnabile struttura di tale primaria via d’accesso non avesse posseduto un qualche tipo di ruolo in materia…

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Senza un solo chiodo, l’antico ponte che incorpora ed invoca la foresta daghestana

Nel campo universale dell’ingegneria possono coesistere modi diversi di raggiungere lo stesso obiettivo, ciascuno frutto di una serie di parametri diversamente complicati da perseguire. Costituisce tuttavia un assioma imprescindibile dei nostri giorni la precipua cognizione che il raggiungimento di un esatto punto d’equilibrio, calibrato attentamente grazie all’uso della matematica e la concatenazione dei diversi punti di supporto, massimizzi l’efficienza garantendo un risultato solido, economicamente vantaggioso e al tempo stesso destinato a durare. Perché possa esistere una contrapposta visione, l’unica scelta possibile è volgere lo sguardo indietro, ai remoti tempi di coloro che pur non possedendo il concetto intrinseco d’infrastrutture poste in essere da remote direttive istituzionali, venivano guidati dal bisogno empirico d’individuare la natura dei problemi comuni, mentre lavorando tutti assieme muoversi verso l’auspicabile indirizzo di un’efficace soluzione. Ostacoli come la ripida gola in questa valle senza nome della zona di Tabasaran nella regione russa del Daghestan, spesso riempita nel corso dei mesi invernali dal vorticoso torrente disceso dallo scioglimento dei ghiacci montani, tale da impedire il transito con armenti o bagagli tra i due villaggi (aul) di Gulli e Shile. Problema d’entità piuttosto significativa come anche testimoniato dal moderno ponte stradale in metallo e cemento che congiunge da circa metà secolo il ripido sentiero oltre l’ostacolo vigente del paesaggio. Ed ancor più palese grazie alla presenza, a qualche dozzina di metri appena, di un qualcosa di molto più singolare che ci porta con la mente fino a un’epoca molto più affascinante dei nostri trascorsi. Un altro tipo di cavalcavia alto ben 10 metri e lungo all’incirca 30, la cui stessa cognizione è la diretta conseguenza di un linguaggio tecnico ed ingegneristico che potremmo definire da ogni punto di vista rilevante l’arte pratica degli antenati. Lo denuncia in modo chiaro il suo eminente aspetto, convergenza di un accumulo di materiali lignei, in larga parte tronchi di quercia ed assi di faggio o noce incuneati gli uni in mezzo alle altre, che lasciano pensare più che altro ad un battello primordiale, stranamente simile alle illustrazioni stereotipiche dell’arca biblica del patriarca Noè. Tonnellate e tonnellate di materiali, collocati nella sostanziale inchiesta sull’accumulo come strumento pratico e risolutivo, senza dimenticare l’obiettivo necessario di poter poggiare l’intero assemblaggio su solide basi rocciose. Già di per se istintivamente affascinante, finché l’ipotetico visitatore non raggiunge la distanza di un indagine più approfondita, scorgendo coi suoi stessi occhi l’eccezionale “dettaglio” procedurale; ovverosia l’assenza, da ogni angolazione ci si metta a guardare, di alcun tipo di chiodo, bullone o altro ancoraggio metallico, per questa completa trasformazione iterativa di un’intera foresta plasmata a misura di tenoni e mortase. Oltre ad innumerevoli punti d’incastro, frutto dei trascorsi secoli di un’incontrastata perizia strutturale di queste genti…

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L’ignifuga creazione della sabbia rossa, magnifica corona che la Terra indossa

La prima settimana successiva all’approdo della nave di ricerca britannica Endeavour il 29 aprile 1770, capitanata dal celebre James Cook, presso la baia situata nei dintorni dell’odierno centro tecnologico di Sydney, fu un periodo di eccezionali e rapide scoperte totalmente prive di precedenti. Soprattutto grazie ai due naturalisti presenti a bordo Sir Joseph Banks e Dr Daniel Solander, che inoltrandosi nel sottobosco retrostante il litorale, attraverso la tipica gestalt vegetativa ai margini della piana sabbiosa che in seguito sarebbe stata denominata kwongan, riportarono a bordo la più straordinaria serie di campioni botanici e vegetali, definendo chiaramente quanto fosse insolita e meravigliosa la vita nel più nuovo dei continenti, l’Australia. Colpendo in questo modo il capo della spedizione a tal punto, che il ruvido eroe della guerra dei sette anni per la conquista delle colonie della Nuova Francia decise in quel frangente di anteporre la scienza alla tipica nomenclatura incentrata sul prestigio della monarchia. E fu così che al sito d’importanza strategica primaria, riparato dal soffio feroce degli Alisei Sudorientali, venne attribuito l’aggettivo toponomastico di Botanic, poi accorciato in Botany Bay. Entrambi abili illustratori, gli entusiasti scopritori dedicarono dunque il tempo a disposizione in larga parte per mettere da parte, classificare e descrivere l’eccezionale varietà di fiori selvatici dalla distintiva forma, la colorazione diversificata al pari di qualsiasi menagerie piumata nelle principali corti d’Europa. Scegliendo in quel frangente, con chiara proprietà d’intenti, di dedicarne il genere tassonomico al più anziano dei due. Fu la nascita testuale del primo repertorio delle Bansia, piante cespugliose tipiche dei climi caldi e secchi, la cui manifestazione in epoca riproduttiva tra giugno e gennaio ad oggi costituisce un punto fermo nei giardini e nella commercializzazione dei fiori tagliati, a patto di trovarsi in un ambiente funzionale alla sua lenta ma sicura propagazione. Infiorescenza cilindrica e ovoidale, composta da centinaia di parti singole complessivamente sostenuta da brattee tomentose argentate, la cui struttura legnosa interna permane sulla pianta anche per anni successivi al completarsi della stagione. Con stimmi prominenti e produzione di nettare copioso, tale da costituire un vero e proprio punto di riferimento per uccelli e insetti impollinatori, soprattutto nel caso iconico della B. coccinea, versione con striature bianche e rosse del vistoso costrutto vegetale in oggetto. Tesoro anche a vantaggio di un’agile stirpe, particolarmente inusitata dal punto di vista degli studiosi europei: i piccoli mammiferi dotati di marsupio, parte importante dell’ecologia in quel recesso tanto alieno del nostro azzurro e familiare pianeta…

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