Cinque sono le aperture che circondano il villaggio nel distretto arido di Dhamar, nello Yemen occidentale, famoso come punto di ristoro per le carovane commerciali e a causa delle taumaturgiche sorgenti termali, capaci di curare afflizioni della pelle, reumatismi e dolori articolari. Cinque fori aperti nella dura scorza esterna del pianeta, che permettono alle cose di apparire in prospettiva: quanto siamo rilevanti, per davvero, nello schema generale delle cose? Fino a che punto le nostre opere maestose possono costituire un termine di paragone, per l’immenso ingegno di colui o colei che plasma il cosmo da imperterrite generazioni, la Natura? Talvolta per un pratico principio operativo, così facile da interpretare. E in altri casi, a quanto sembra, perseguendo a quanto sembra immagini capaci di evocare il relativamente piccolo nel macroscopico, e viceversa. Allorché scrutando immagini satellitari o le fotografie scattate da un aereo, ciò che appare ai margini del centro abitato non parrebbe incline ad essere frainteso. Costituendo il ceppo dal diametro di circa 50 metri dell’arbusto che sovrasta e unisce gli universi. Completo di propaggini di terra che si alzano sulle pendici, così diabolicamente simili a radici senza tempo. Yggdrasil come albero è un elemento mitologico che appartiene ad altri popoli. Ma Yggdrasil la metafora, riconducibile per tale retorica ad un concetto oltre il suo mero significato culturale, può trovarsi in molti luoghi allo stesso tempo. Ed in effetti proprio questo, da molteplici punti di vista, uno di essi.
Così crescendo all’ombra di un simile orpello per il territorio, completo di bordi percorribili mediante l’uso di una pratica scala in metallo (anche il turismo, dopo tutto, vuole la sua parte) alcuni giovani del luogo paiono disporre di una certa dimestichezza con le altezze. Ed una propensione a dimostrarla con precisa enfasi per il pubblico ludibrio delle genti internettiane, almeno a giudicare dalla quantità di graffiti in lingua araba disseminati sulle ripide pendici interne. Ed i video plurimi su Instagram, TikTok ed altri lidi, nel corso dei quali il cercatore di vertigini si arrampica a sobbalzi verso il basso, giungendo fina a compiere capriole alla ricerca di uno sprezzo del pericolo palese, in qualche modo conducibile ad un’immediato aumento della sua reputazione tra i pari. Il tipo di scene in grado di coinvolgere direttamente ampie fasce di pubblico, sebbene a poco serva nel chiarire l’effettiva origine geologica di una così distintiva caratteristica del perforato paesaggio…
vulcanismo
Il tunnel lavico delle Canarie, costruito per condurre fino all’anticamera del dio Nettuno
Prendi un pesce, un animale in grado di nuotare libero nella colonna acquatica ma che appartenga ad una specie sufficientemente piccola da intrufolarsi da un pertugio all’interno di una vasta caverna. Tale creatura degli abissi, avvicinandosi da una precisa angolazione, potrà imbattersi nella nascosta strozzatura che si trova sul fondale dell’Atlantico in una località molto particolare. Discendendo assieme al flusso delle sabbie nel serbatoio di clessidra situato sotto l’elegante volta di un “secondo” fondale. È la stanza decentrata, in altri termini, di un salone in cui si allarga il tunnel lungo 1,6 Km, punto di giacenza della significativa quantità di sabbia proveniente dal mondo di sopra. Sopra questa duna occultata alla luce solare, scheletri dei suoi fratelli, infiorescenze di diatomee che oscillano nella perenne oscurità e piccoli crostacei senza occhi. Incapaci o senza l’intenzione di esplorare a fondo l’unico sentiero per evadere da questo luogo che per tanto tempo aveva portato a interrogarsi gli uomini di superficie. Finché qualcuno, dimenticando il senso implicito di diffidenza, decise di lasciarsi alle spalle la costa. Procedendo con un impeto possente là dentro e verso il basso, l’avventura, l’ignoto.
Famosa per le ampie spiagge, il clima caloroso e il forte vento particolarmente amato dai surfisti appassionati al moto ondoso dell’oceano circostante, l’isola di Lanzarote è la quarta terra emersa per dimensione e terza per popolazione delle Canarie, arcipelago a largo dell’Africa settentrionale facente parte come territorio autonomo della Spagna. Ciò che in molti tendono a mettere in secondo piano, nella sua diversificata offerta di attrazioni e punti di riferimento, è la remota origine dell’elevato massiccio alto 600 metri di Corona, qualificato in lingua locale come malpaise in quanto frutto di un’emissione lavica risalente all’apice del periodo Quaternario, all’incirca 21.000 anni fa. Fu al di sotto del livello del terreno e in epoca coéva, tuttavia, che il principale contributo dell’attività vulcanica ad esso collegata riuscì a lasciare un segno paesaggistico del tutto privo di equivalenze. Quando la rapida ed incandescente colata magmatica, discesa lungo il fianco della montagna, scese a una velocità tale da fondere la terra stessa ricavandone un canale degradante che scendeva verso le remote profondità sotterranee. Finché al raggiungimento della costa marina, fece esplodere l’umidità salmastra in un tripudio di vapore incandescente, arrestandosi finalmente a molti metri sotto il livello del più vicino territorio emerso. Fu quindi nei millenni successivi, con il cambiamento della situazione climatica terrestre, che il livello delle acque cominciò a salire…
Dove un tempo transitò la lava, un mare d’ossa. E nitidi ruggiti nell’oscurità
“Da parte dell’intero comitato, con gioia imperitura, queste vecchie ossa vorrebbero darti il benvenuto” La volta silenziosa dell’intera caverna sembrò vibrare per l’effetto del calore, mentre il femore di cavallo cadde casualmente su di un lato, effettuando la cosa più simile a un’inchino. Rotolando prima da una parte, quindi l’altra, la calotta cranica rispose alle molteplici strette di mano attraverso un periodo di una notte, un giorno, una notte. Qui una tibia d’antilope, lì un’ulna di cammello, disposte nella forma di una “L” per simboleggiare la parola “Lascia” (ogni speranza, oh peccatore.) “Grazie, grazie miei cari e sbiancati amici. Anche queste vecchie ossa, finalmente, provano felicità.” Giunto e ormai trascorso era il momento topico di oltre 120 anni, in cui vestigia e rimasugli ancora pensano alla vita ormai trascorsa sulla grigia Terra. E in tali anguste tenebre, una simile smarrita oscurità, ciò che un tempo era parte di un qualcosa di complesso, ancorché meraviglioso, giace libero riuscendo a perseguire l’agognata pace dei sensi. La calotta provò a sorridere con denti ormai svaniti da oltre un secolo; “Dopo tutto, quello che oggi provo è soprattutto un grande senso di sollievo.” Un piccolo cumulo di vertebre di volpe si produsse in suoni scricchiolanti, vagheggiante plauso delle circostanze che durò all’incirca una settimana: “Poiché so che ormai più nulla, proprio niente, potrà riuscire a far del male alle mie… Vecchie ossa.” Quasi a sottolineare quanto aveva appena detto, il vento cessò all’improvviso di soffiare nella caverna. Senza più alcun tipo d’energia esterna a movimentarle, le rinseccolite moltitudini non poterono far altro che tacere. E fu dopo il trascorrere di appena un mese, che un tutt’altro tipo di rumore diventò improvvisamente udibile, trasformandosi in un cacofonico frastuono. Come un trascinarsi di qualcosa, lo strofinio dimenticato delle carni. Accompagnato dal possente ringhio di una belva proveniente dagli oscuri angoli del mondo. La calotta scelse dunque quel preciso attimo, per ricordare cosa era stato in vita. I campi coltivati e la tranquilla fattoria nella regione arabica dell’Harrat Khaybar, a nord di Medina, all’interno di un civiltà retrograda ma totalmente funzionale. Il Neolitico, la primavera della nostra Storia. Nonché il primo esempio di sepolture sotterranee che sia stato in grado di attraversare i secoli fino all’epoca corrente. Tutto questo ritornò nella memoria del midollo, e non solo. Il tranquillizzante peso della terra smossa che oscurava, come una coperta sopra il baratro della fossa, le tribolazioni e il caos del mondo. Fino al giorno in cui successe… La cosa. Zampe scavatrici, unghie che distruggono. Un muso cercatore dagli aguzzi denti che agguantano. E la testa della salma stretta nella bocca pelosa, così come ora toccava a questa nuova vittima degli unici abitanti vivi della caverna. La iena fece il suo ingresso stagliandosi contro la luce del sole. Saldamente stretta in bocca, la carcassa insanguinata di una pecora. Atterrite, le ossa udirono un insostanziale grido. Era il CRACK possente di una povera spina dorsale, che in assenza di alcun tipo di pietà veniva suddivisa in due parti uguali.
I nativi lo chiamano Umm Jirsan, ma sarebbe perdonato chi pensasse che si tratti in verità di una provincia tangibile del grande sottosuolo infernale. Così come appare, con la volta ad arco naturalmente creata da un’antica colata lavica, in questa regione dalla grande attività geologica in Arabia Saudita, oscuro e stranamente ricoperto da un fitto tappeto di testimonianze. Quelle che han lasciato, volenti o nolenti, le molteplici generazioni delle prede, catturate da un particolare tipo d’animale. Stiamo parlando, con grande probabilità scientifica, della Hyaena hyaena o “iena striata” il più comune e tipico rappresentante della sua famiglia tassonomica, un carnivoro capace di nutrirsi con equivalente soddisfazione di cose già vive, oppure morte da qualche tempo. Nonostante la prima impressione riportata ai tempi della prima scoperta di questo luogo nel relativamente recente 2007, di esploratori che affermarono di aver udito suoni provenire dal profondo, che non potevano esser altro che “Lupi, lupi e niente di diverso da questo.” Ma i lupi, come sappiamo molto bene, non trascinano i cadaveri scavati dalle tombe dentro una caverna. Non conservano le ossa come un possibile snack in periodi di magra. Poiché non possiedono la forza necessaria a suggerne il midollo, dolce succo irraggiungibile e proibito…
Preziosa è l’uva di pietra che matura nei camini del mondo
Gli studi dei dentisti sono lastricati, o almeno questo è ciò che siamo indotti a pensare dal marketing del mondo gastronomico, di ottime intenzioni: “Credevo che il torrone fosse morbido” “Pensavo che il caramello sulla mela non avesse già raggiunto la consistenza del cemento a presa rapida…” “Ma questa pannocchia, non l’avevo cotta delicatamente a puntino?” Esistono d’altronde gesti a cui nessuno attribuisce in linea di principio alcun margine segreto di pericolosità latente. Nuclei a parte, piccoli noccioli non più spaventosi di un singolo seme di melone, c’è infatti molto poco dentro il frutto del vitigno a grappoli che possa essere un pericolo per la possente dentatura degli umani. A patto, s’intende, di evitare un fondamentale fraintendimento di partenza. Capace di scaraventarci, con la testa in avanti, nell’inferno odontoiatrico di un’antica varietà d’uva. Distretto di Mamuju, isola di Sulawesi, Indonesia: la data è (circa) il 2016, quando qualcosa d’inusitato fa per la prima volta la sua comparsa presso il mercato d’esportazione delle pietre, un curioso business trasversale per paesi come questo, dove l’estrazione mineraria era e resta responsabile di una considerevole parte del PIL nazionale. La chiamano in maniera totalmente non scientifica agata di tipo grape (per l’appunto, “uva”) dato l’insieme di caratteristiche pienamente mimetiche che includono colorazione, forma complessiva e soprattutto l’effetto macroscopico di un particolare abito cristallino, relativamente raro e definito botrioidale o su scala più grande, mammellonare. In forza della formazione di un alto numero di concrezioni simili a globi, attorno a granuli di sabbia, silicati o altre inscindibili particelle geologiche, fino alla sovrapposizione parziale nei punti di raccordo dell’agglomerato, dando luogo a questo aspetto complessivo stranamente simile ad un grappolo d’origine vegetale. Coincidenza se credete nelle coincidenze, oppure magica mimesi da parte del demiurgo che governa l’Universo, gli strani oggetti hanno da subito trovato una particolare nicchia molto redditizia nel settore della gemmoterapia, disciplina che rientra a pieno titolo nella collezione di arbitrarie cognizioni e pseudo-religioni post-moderne confinanti con il cosiddetto New Age. “Calmante fonte d’energia spirituale e conoscenza” viene detto dunque nei cataloghi, a patto, s’intende, di non fare in un attimo di debolezza l’azzardato tentativo di trangugiarla.
Occorrerà applicare, a questo punto, un importante distinguo. Poiché proprio la definizione scelta e qui sopra enunciata, per un così attraente nonché singolare minerale, potrebbe risultare valida a trarvi in inganno. Per agata s’intende quindi, almeno in linea di principio, una particolare varietà del minerale calcedonio con palese stratificazione su più livelli, tale da permettere la creazione decorativa del gioiello in bassorilievo policromatico noto come cammeo. Laddove il nostro strano tesoro geologico, di suo conto, presenta un’unico colore lungo l’intera estensione di un singolo cristallo, rientrando a pieno titolo nella categoria dei quarzi. E data la colorazione viola, quella ancor più specifica della preziosa, insostituibile ametista, il che finisce per porre le basi di un associazione mitologica davvero pregna di significato…



