Il saltellante cercatore di tartufi che permette agli eucalipti di prosperare

Possente e ruvida colonna con le sue diramazioni, l’alto tronco di eucalipto può sembrare la più solida delle presenze presso il vasto margine del bush. Con i suoi 80 metri massimi d’altezza, e fino a 2 metri di diametro, distribuiti lungo l’asse verticale di un arbusto che soltanto il vento può riuscire a scuotere, soltanto il peso della pioggia può portare temporaneamente a flettersi alle ombrose estremità della sua chioma. Eppure stolido e naturalmente quasi indistruttibile, mai potrebbe profilarsi con queste caratteristiche senza la convergenza di una serie di essenziali condizioni, svariate di queste riconducibili al continuo intervento di specie animali. Tra cui forse la più umile, e di gran lunga meno conosciuta fuori dall’Australia può essere individuata nella partecipazione doverosa di un minuto marsupiale il cui appellativo generalista si configura come ratto-canguro, nettamente distinto del topo-canguro di Merriam, roditore originario del meridione degli Stati Uniti. Questo perché gli appartenenti all’intera famiglia dei Potoroidae/Potoroo, o per meglio specificare la quantità relativamente ridotta delle specie ancora sopravvissute, presentano un’effettivo grado di parentela con il più imponente e celebre dei saltatori australiani, facendo anch’essi parte del gruppo dei Macropodidi con somiglianze sia dal punto genetico che morfologico. Il che non toglie il fatto, chiaramente determinante, di come le loro abitudini e comportamenti siano quanto di più diverso possa esistere sotto l’incombente Sole d’Oceania. O per rimanere in tema, la Luna, giacché siamo qui di fronte al tipico e palese esempio di una compatta creatura notturna (400 mm di lunghezza, 2 Kg di peso) la cui esistenza consiste nell’uscire dal suo rifugio ben nascosto tra la fitta vegetazione dopo l’ora del tramonto, andando in cerca di fonti di cibo mentre resta in stato d’allerta per l’arrivo di eventuali predatori, che dovrebbero idealmente includere esclusivamente rapaci, serpenti di media taglia ed in particolari zone geografiche, il varano. Se non che questa terra lontana, fin dagli albori e con l’inizio dell’epoca Moderna, ha visto estendersi per sua sfortuna l’ombra vorace di creature come la volpe, il gatto e il cane inselvatichito, per cui nulla appare maggiormente appetitoso che un mammifero a misura di spuntino, la cui unica tecnica di autodifesa include salti corti e irregolari, decisamente non paragonabili alla rapida e affinata corsa della sua controparte trofica europea, la lepre. Un danno le cui ramificazioni iniziano soltanto adesso a palesarsi, con la tardiva presa di coscienza di cosa occupi in maniera dominante la dieta di questi erbivori obbligati, tra cui sussistono determinate varietà il cui scopo nella vita sembra essere soltanto quello di scavare e andare in cerca di un nascosto, preziosissimo tesoro: i corpi fruttiferi ipogei delle molteplici varietà di funghi micorrizici presenti nell’altrimenti arido ed infertile territorio australiano. Il tipo di laboratorio sotterraneo creato lungo il corso d’incalcolabili millenni da parte degli arcani meccanismi della natura, soltanto per essere ogni giorno calpestato con totale indifferenza dalle successive schiere delle alterne generazioni umane…

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L’insospettabile valore dei tartufi che abbondano nel sottosuolo dei deserti mediorientali

E, sparito lo strato di rugiada, apparì sulla superficie del deserto qualcosa di minuto, di granuloso, fine come brina gelata in terra. A tal vista i figli d’Israele si chiesero l’un l’altro: «Che cos’è questo?» poiché non sapevano che cosa fosse. Era il pane del Signore. Precipitato giù dal cielo per il suo Volere su coloro che ne avevano bisogno, affinché potessero raccoglierne in proporzione alle proprie reali necessità. Manna: una sostanza in grado di assumere diversi sapori in base alle interpretazioni personali, il che in altri termini parrebbe sottintendere che non aveva nessun sapore. Bianca, lieve, dalla forma discontinua, imprevisto deposito meteorologico dalle caratteristiche decisamente poco chiare alla scienza. A meno di voler interpretare quel dettaglio come una metafora, giungendo in funzione di ciò ad una descrizione ragionevolmente simile a quella di un cibo facilmente identificabile. Quello ricavato dalla famiglia delle Terfeziaceae, funghi ipogei (sotterranei) capaci di restare in paziente attesa nelle condizioni climatiche tra le più secche ed avverse di questo pianeta. Finché a seguito di un’improvvisa pioggia, possibilmente seguita da una certa quantità di fulmini secondo la sapienza popolare, non crescono invisibili al di sotto della superficie dei deserti, assumendo la proporzione e la forma individuale di una patata. Particolarmente noti nell’intera penisola arabica, nel bacino del Mediterraneo, in Kurdistan, Azerbaijan, nel deserto del Kalahari e persino in Cina, questi frutti della terra relativamente rari sono quindi alla base di un florido mercato internazionale, che sebbene non li veda spesso giungere fino all’Europa Occidentale gode di un seguito di letterali appassionati ed ottimi gourmand. Il tartufo del deserto, o desert truffle, possiede quindi molti nome in base alla regione presa in esame: donbalan in Kurdistan, terfez in Algeria e Tunisia, fagga in Kuwait, faq’h in Arabia Saudita. Ma è forse il termine dei beduini viaggiatori del Negev, terfas, ad avere la maggiore valenza internazionale, anche in considerazione del commercio di vecchia data fatto da questi popoli, per una particolare fonte di reddito la cui effettiva gestione e provenienza restarono per lungo tempo un prezioso segreto. In quale modo, in effetti, sarebbe possibile trovare un tale frutto sotterraneo, senza l’impiego assai comune ad altre latitudini di cani o maiali, ovvero creature dotate dalla natura di un senso dell’olfatto sviluppato dall’evoluzione con finalità conformi a tali specifici obiettivi? La risposta è nelle cognizioni ereditarie, lo spirito d’osservazione ed il possesso di una serie di particolari nozioni acquisite. Sembra infatti che con il procedere della stagione delle piogge, verso i mesi di ottobre-novembre, piccole fessure o rigonfiamenti inizino a formarsi nella terra crepata dal sole. In particolari luoghi, caratterizzati dalla presenza di una pianta istantaneamente riconoscibile: l’Heliantenum o rosa delle rocce, particolarmente celebre in Occidente come il dodicesimo dei cosiddetti fiori di Bach. Perciò è proprio tralasciando questi ultimi, le cui presunte capacità omeopatiche non fanno parte della cultura di queste genti, che il cacciatore di tartufi dovrà mettersi immediatamente a scavare, sperando di trovare l’apprezzato fungo, generalmente abbarbicato alle radici del basso cespuglio fiorito. Questo poiché dal punto di vista biologico, i funghi delle terfeziacee vengono classificati come delle micorrize, ovvero simbionti reciprocamente utili della vegetazione di superficie, capaci di sfruttarla al fine di acquisire i necessari zuccheri provenienti dalla fotosintesi, mentre restituiscono in cambio generose quantità di fosforo assorbito direttamente dal suolo arido del deserto. In maniera non dissimile da quanto accade tra il tartufo nero europeo (gen. Tuber) e gli alberi di quercia, nocciolo, salice, leccio e pioppo. Sebbene su una scala decisamente più diffusa e di facile accesso…

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