Il mistero allagato di Sant’Angelo Romano, anticamera degli Inferi poco fuori il Raccordo Anulare

Vivere in campagna ha i suoi vantaggi: aria pulita, pomeriggi silenziosi, un rapporto più profondo con l’immateriale spirito ed il senso del vivere nel mezzo della natura. Persino in zone adiacenti a grandi centri urbani, dove il passaggio delle strisce d’asfalto circonda e incapsula segmenti di quel mondo antico. La Riserva Naturale Macchia di Gattaceca e Macchia del Barco è uno di questi luoghi: 1.000 ettari di verde, tra la valle del Tevere ed i Monti Cornicolani, data in gestione nel 1997 alla Provincia di Roma, che avrebbe individuato in essa una serie di percorsi attentamente calibrati per riuscire a preservare flora e fauna in un ecosistema, nonostante tutto, ancora ragionevolmente diversificato e non privo di elementi endemici o quanto meno, singolari. Qui, dove le case sorgono a intervalli irregolari, in luoghi come la frazione Selva del comune di Sant’Angelo Romano, un gruppo di villini inframezzati ad orti e zone pastorali. Ma è proprio nella zona retrostante ad una di queste tranquille dimore, oltre una macchia di querce, siliquastri e terebinti, che una recinzione artificiale blocca l’avanzare d’ipotetici curiosi, essendo stata posizionata da un abitante del posto che, in base a resoconti di seconda mano, affermerebbe di essere l’indiscusso proprietario di quanto si trova all’interno. Il che costituisce, nei fatti, un’impossibilità legale: giacché nessuno, in questa penisola, può possedere una meraviglia geologica di portata mondiale. Più profondo delle doline carsiche dell’area messicana di Zacatón. Della Sima Humboldt del Venezuela e persino del Dean’s Blue Hole delle Bahamas, giungendo a rivaleggiare e possibilmente superare il cosiddetto Abisso di Hranice in Cecoslovacchia, singola caverna allagata più profonda al mondo. Un dato, quest’ultimo, in apparenza fondamentale ma tutt’ora circondato da un alone d’incertezza latente: ciò in quanto, nonostante i tentativi, ad oggi nessuno può affermare con certezza incontrovertibile di aver raggiunto il fondo del nostro pozzo del Merro, con i suoi 392 metri accertati nel 2002, seguìti da un’ulteriore pertugio orizzontale troppo stretto per procedere, persino tramite l’impiego dei più avanzati droni batimetrici a controllo remoto. Di un fenomeno scoperto scientificamente in tempi relativamente recenti, per una semplice questione pratica: visto da fuori, un simile pertugio imbutiforme a null’altro assomigliava, che una depressione parzialmente riempita con gli occasionali sversamenti dell’acqua piovana. Almeno finché a qualcuno venne in mente, mediante l’utilizzo di strumenti di rilevazione morfologici e geologici di tale cavità, di mettere nero su bianco i suoi sospetti in merito alla sua estensione in senso verticale, come un pozzo sopra il bilico della sconosciuta immensità ctonia. Quel qualcuno era Aldo Giacomo Segre, autore nel 1948 di un primo articolo sull’argomento pubblicato nel Notiziario del Circolo Speleologico Romano. Ma ci sarebbero voluti ancora quasi sessant’anni perché l’utilizzo di attrezzatura e procedure moderne permettessero di comprendere realmente la portata del segreto budello. Per lo meno, da un punto di vista numericamente quantificabile…

L’etimologia locale da cui proviene l’espressione Pozzo del Merro risulta essere tutt’ora incerta, sebbene in altre zone del Lazio e dell’Abruzzo il secondo termine sia riferito di frequente al concetto di una voragine o profonda dolina. Il che lascerebbe sospettare un qualche tipo di larga fama pregressa, per lo meno al livello folkloristico e/o popolare, di un tale sito dal toponimo esplicitamente ricorsivo, quasi a sottolineare i rilevanti presupposti di unicità. L’interesse in via formale per quello che alcuni solevano chiamare nello scorso secolo, a causa dello slittamento semantico, anche abisso del Méro o del Merlo crebbe dunque verso la metà degli anni ’50, quando in forza della prima cattura e classificazione dei minuscoli crostacei del genere Niphargus, attestati a profondità non inferiori di 40 metri, permette di desumere l’avvenuta discesa da parte di alcuni sommozzatori del Circolo Speleologico Romano, apparentemente capaci di accantonare per tutto il tempo necessario la consapevolezza della propria mortalità. Un’immersione tecnicamente complessa e non priva di pericoli, all’interno dell’angusto pertugio curvo come una banana, venne ufficialmente approcciata di nuovo negli anni ’70, a seguito di un approccio tramite piombino di misurazione che aveva attestato una profondità erronea di “appena” 70 metri. A compierla, stavolta, i tecnici aziendali dell’ACEA, intenzionati a prospettare un possibile sfruttamento delle risorse idrologiche di faglia, successivamente accantonato a causa della presenza significativa di solfati. Il che fu l’ultimo tentativo attestato di disanima acclarata, almeno fino al sopraggiungere in loco sul finire del trascorso millennio di una squadra di ricerca, capeggiata dall’allora geologo dottorando dell’Università la Sapienza, Giorgio Caramanna, assolutamente intenzionato per ragioni personali e imperscrutabili a raggiungere il misterioso fondo del Pozzo del Merro. Fu dunque tra il 1998 e ’99 che lui stesso, coadiuvato dall’assistente e subacqueo Riccardo Malatesta, raggiunse in coppia profondità di fino a 100 metri dalla superficie, nella più totale oscurità e con l’unica assistenza di una bussola e la curvatura naturale della dolina per riuscire a ritornare in superficie. I suoi disegni accurati, assieme ai campioni d’acqua e biologici raccolti, avrebbero quindi posto le basi per il coinvolgimento di un distaccamento dei Vigili del Fuoco di cui anche Malatesta faceva parte, che portarono sul posto uno strumento di comprovata efficacia: il ROV (veicolo a controllo remoto) “Mercurio”, piccolo batiscafo in grado di operare fino alla profondità di 200 metri. Calato verso il fondo da una piattaforma operativa, saldamente ancorata al centro del lago, neppure tale meccanismo fu capace di raggiungere il fondale agognato. Il che avrebbe portato, l’anno dopo, all’utilizzo del modello tondeggiante “Hyball”, di nuovo costretto a fare marcia indietro al coronamento dei suoi massimi 300 metri dall’ultima propaggine delle luci diurne. Soltanto nel 2002, infine, i Vigili del Fuoco di Milano avrebbero offerto il proprio contributo trasportando presso il pozzo il proprio ROV “Prometeo”, un vero e proprio piccolo sottomarino dotato di pinze manipolatrici e cavo di estrema lunghezza, il quale manovrato con notevole perizia fu capace di raggiungere alla fine un qualche tipo di fondale, alla profondità acclarata di 392 metri. Punto non del tutto determinante, d’altro canto, data l’esistenza di un ulteriore e troppo angusto pertugio orizzontale, per quanto possiamo presumere conduttivo ad un tratto discendente ulteriore.

Il sistema delle doline carsiche dei monti Cornicolani è ricco di località interessanti, senz’altro più accessibili rispetto al Pozzo, per la pratica della speleologia. Questo, ad esempio, è il sinkhole dal nome alquanto insolito di Pozzo Sventatore, a poca distanza dalla voragine del Merro.

Dolina carsica eccezionale ma non unica, di suo conto, grazie ai dati raccolti nel corso degli anni e l’applicazione della logica per inferenza il Pozzo aveva ormai dimostrato il proprio principio geologico di attestazione. Sostanzialmente situato negli strati carbonatici risalenti al Mesozoico dei Monti Cornicolani, mediante l’occorrenza di un fenomeno noto come ipercarsismo geologico, nei fatti non dissimile da quello responsabile per la formazione del sopracitato sistema mesoamericano di Zacatón. Un singolare esempio di erosione chimica dal basso, dovuto alla filtrazione dell’acqua di faglia profonda fino ad agglomerati calcarei, lungamente liquefatti dalla sua aggressività chimica e per questo attaccati successivamente, nel corso dei millenni, dai fluidi caldi originatosi per l’attività vulcanica degli strati immersi. Il che avrebbe generato in modo graduale una serie di cavità perpendicolari, capaci di raccogliere la massa del sostrato soprastante continuando a condurlo, in modo inesorabile, verso le viscere segrete del nostro mondo.
Qualcosa di straordinariamente raro, tanto da meritare un’ampia trattazione divulgativa e possibilmente, la tutela come luogo turistico di una certa, innegabile rilevanza. Entrambi spunti che tutt’ora restano, purtroppo, totalmente inesplorati. Mentre la stessa stabilità dell’ecosistema risultante, fonte di molte altre meraviglie in attesa di essere scoperte, appare minacciato dall’incuria; fino al caso improbabile di un esemplare della tartaruga americana Trachemys s. scripta ritrovata dentro il pozzo attorno al 2009, accompagnata purtroppo dall’erba infestante presente nel suo acquario della specie brasiliana Salvinia molesta, ad oggi eradicata in modo non del tutto incontrovertibile da questo luogo unico al mondo. Un chiaro esempio dei danni che può fare l’indifferenza, a una manciata di chilometri dal Colosseo di Roma. E le molte occasioni perse, anche in un paese attento al proprio patrimonio come l’Italia, per preservare e custodire le straordinarie meraviglie della nostra stessa natura.

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