Narra il testo dell’Iliade di come il vecchio re di Licia, Sarpedonte, avesse risposto alla chiamata di Agamennone per la difesa della grande città di Troia. E di come questo figlio di Zeus e una donna mortale, protetto dagli Dei, avesse affrontato nella mischia il giovane e potente Tlepolemo, del sangue di Eracle in persona. In uno scambio di giavellotti che sarebbe costato la vita al secondo, non senza gravi conseguenze per il primo; allorché il semi-dio della penisola anatolica, giacendo in terra ed ormai prossimo alla dipartita, fu salvato dalla Morte grazie all’ineludibile intercessione paterna. Se non che nella battaglia successiva, in un assalto dell’accampamento degli Achei, si sarebbe trovato innanzi la figura inconfondibile di Achille. E scagliandosi contro di lui, venne trafitto da quella tremenda lancia, soltanto per scoprire all’ultimo minuto che a brandirla non era l’eroe invincibile in persona bensì Patroclo, il suo fido compagno. Così ferito, rapito dalla duplice venuta di Tanato (la Morte) ed Ipno (il Sonno) venne trasportato fino alla sua terra natìa, salvandosi dallo scempio dei cadaveri dei vinti. E lì venne sepolto, in alto, in fiduciosa attesa che la propria anima ascendesse ad uno stato successivo dell’esistenza.
Molti, tra i suoi compatrioti di quell’epoca e durante il tempo della Grecia arcaica, fino all’inizio della fase Ellenistica del IV sec a.C. avrebbero compiuto in passo simile. Nella misura in cui ci è dato desumere dai testi di Erodoto ed i suoi contemporanei, per la credenza di questa tribù che fossero specifici esseri alati, forse le arpie o altre creature simili, ad agire come psicopompi aprendo ai giusti e ai fortunati le porte della vita dopo l’esistenza in questa Terra. Un punto di partenza significativo, per capire l’alto numero di tombe collettive, scavate in quella che costituisce oggi la Turchia meridionale, non dentro le valli bassopiani, bensì all’interno di elevati promontori, dirupi, pendii scoscesi. Con un costo in termini di manodopera e risorse decisamente maggiore, basato sull’impiego di comprovati metodi ingegneristici non particolarmente diffusi nel Mondo Antico. Luoghi tra cui uno dei più celebri resta senza dubbio la necropoli della città di Myra, situata nella piana alluvionale alla foce del fiume col suo stesso nome, laddove questo si congiunge finalmente al Mar Egeo. Luogo celebre a suo tempo per le vaste coltivazioni dell’altrettanto eponimo albero di Muri (la mirra) che aveva sostituito dal punto di vista economico le scorribande dei pirati di un tempo, finanziatori per questo paese privo di terreni coltivabili o altre fonti di reddito evidenti. Ma con una convinzione filosofica profonda: che i defunti non cessassero, semplicemente, di esistere. Bensì veicolati in modo funzionale ad una residenza loro dedicata, che potesse ricordare il luoghi ameni della vita, potessero persistere tra i propri cari ancora per molti anni o generazioni. Prima che da quel punto privilegiato, potesse compiersi il loro destino finale…
antichità
L’antico meccanismo binario che anticipò di 2000 anni l’invenzione del telaio industriale Jacquard
Onde accingersi a poter attraversare l’ininterrotto estendersi di un vasto mare, le imbarcazioni traggono supremo beneficio dalla collaborazione tra i diversi marinai capaci di divedere tra loro le mansioni. Ed è palese che dal punto di vista meramente funzionale o tecnico, la figura più importante dopo il timoniere sia colui/colei che siede sulla coffa o sopra il punto di vedetta, una mano in alto per schermarsi dal sole, l’altra in grado d’impugnare gli ausili opportuni a designare il passo verso una particolare stella, se non direttamente il promontorio che si erge in lontananza oltre gli strati evanescenti dell’atmosfera incline ad offuscare le distanti forme. Allora perché mai, nel compito supremo dell’attività creativa, l’artista è visto come il prototipico e indefesso eroe, del tutto solitario per definizione, circondato unicamente dagli sguardi affascinati dei propri contemporanei o “meri” aiutanti? Fatta eccezione per particolari compiti di un tipo collaborativo, nella storia priva di confini dell’arte globale, vedi l’utilizzo rinomato dell’attrezzo noto come Dà huā lóu tí huā jī (大花樓提花機) ovvero: “Grande telaio a torre che solleva i fili del disegno” lungamente associato a scuole di tessitura pluri-secolari quali quella del broccato di Sichuan o del pregevole ricamo a nubi della città di Nanchino. Ciò che lo stesso ambiente accademico cinese non aveva d’altro canto modo d’immaginare, almeno fino a un significativo ritrovamento archeologico del 2012, era quanto davvero fosse antico tale metodo ed il macchinario ad esso associato. Finché durante gli scavi per la metropolitana nella tentacolare città di Chengdu a
Laoguanshan, gli archeologi non furono a chiamati a supervisionare l’apertura di una tomba, chiaramente databile in base all’architettura e le monete contenute all’epoca dinastica degli Han Occidentali, nello specifico tra i regni dell’Imperatore Jingdi (157–141 a.C.) e quello di Wudi (141–88 a.C.). Con 600 e più artefatti di varia natura, tra cui emergevano per importanza quattro modelli in scala ridotta, straordinariamente complessi e dettagliati, di quello che in altri contesti avrebbe potuto essere definito un chiaro ed improbabile anacronismo. Il grado di sofisticazione tecnica di un tale approccio alla fabbricazione di stoffe riccamente ornate è d’altra parte notevole, al punto che strumenti simili sarebbero emersi in Europa non prima del XVI secolo e possibilmente proprio grazie all’influenza asiatica, con l’unico sistema comparabile del telaio a licci fissi comunque non antecedente di più di 200-300 anni. Approccio mediante il quale, per l’appunto, i componenti dell’ordito (parte verticale dello schema) venivano guidati grazie all’uso di una serie di occhielli collegati nell’impianto meccanico, comunque non potendo in alcun modo raggiungere l’alta quantità d’intrecci veicolata dal più antico sistema cinese. Fino a 10.470 in linea di principio, per essere precisi, manovrati da 86 cordini paralleli e “programmabili” mediante la continuativa interazione dell’addetto situato sulla cima del monumentale apparato. Un ruolo che all’interno di uno studio recentemente pubblicato, i ricercatori della China Association for Science and Technology (CAST) hanno voluto paragonare a quello di un banco di memoria ad accesso rapido all’interno di un moderno calcolatore. Giungendo a qualificare in modo effettivo l’ancestrale macchina come uno dei computer più antichi costruiti nel corso della storia umana…
Il mistero in bilico tra guerra e religione del castello sull’alta scogliera irlandese
Esiste all’insaputa di molti una precisa origine mitologica del popolo dell’Isola Verde, profondamente ispirata ai testi religiosi dell’epoca medievale. Redatto da una pluralità di autori dall’identità ignota, il Lebor Gabála Érenn (“Libro della Presa d’Irlanda”) narra dei sei gruppi di coloni che s’insediarono attraverso i secoli su questa terra, tra cui figurano i potenti Tuatha Dé Danann, druidi o stregoni destinati in seguito ad ascendere allo status primordiale di divinità pagane. Ma è la vicenda della quarta etnia in questa cronologia non del tutto verificabile, quella dei Fir Bolg, ad aver più lungamente colpito ed affascinato gli studiosi, grazie alla preponderanza di testimonianze archeologiche possibilmente riconducibili alla loro pregressa esistenza. Nel testo si narra dunque di questo popolo perseguitato a seguito della sconfitta dei predecessori Nemed ad opera degli agguerriti Fomori, e di come un gruppo sopravvissuto di appena 30 capi tribù fuggirono verso la Grecia, dove sarebbero rimasti per 230 anni fino a un’epoca grosso modo corrispondente a quella dell’Esodo Israelita. Per poi tornare finalmente alla loro nordica versione della Terra Promessa, che avrebbero nuovamente abitato suddividendola in cinque provincie. Ed in effetti molti sono i cathair o dún capaci di giungere ragionevolmente intatti fino ai nostri giorni, le loro fortezze circolari costruite principalmente con la tecnica dei muri a secco, da cui le disparate tribù avrebbero governato, non disdegnando di tanto in tanto di farsi la guerra. Ma c’è un luogo in particolare, situato sul bordo estremo di una tale civiltà a cavallo tra l’epoca del Bronzo e quella del Ferro, per cui aver partecipato direttamente a un conflitto sembra particolarmente improbabile. Chi avrebbe mai cercato di conquistare, d’altronde, l’isola costiera di Inishmore (antico irlandese: Árainn) erboso zoccolo calcareo formatasi nel Carbonifero, priva di particolari vantaggi paesaggistici o vantaggiose fonti d’irrigazione… Eppure sussistono ben pochi dubbi su come nel novero dei complessi militari in questione, nessuno raggiunga la grandezza, possenza e grandiosità monumentale di Dún Aonghasa dalla triplice cinta muraria che copre un territorio di ben sei ettari, la cui collocazione in cima a una scogliera situata a 100 metri sopra il mare è bastata a renderlo una delle mete turistiche più amate di tutto il paese, particolarmente tra le foto “da Instagram” in cui ci si avvicina con sprezzo del pericolo al ciglio del burrone, accantonando momentaneamente qualsivoglia remora o timore innato per le altezze vertiginose. Il che tende ad appiattire, tra i visitatori, la meditazione approfondita su un qualcosa che non può essere spiegato pienamente tramite l’approccio accademico che tende a trarre solide basi dalla convenzione…
Guide scanalate o rampe di lancio? Approccio alternativo all’arceria grazie all’impiego del solenarion
Giunte presso la fertile confluenza tra i fiumi Tigri e Khosr, le potenti armate bizantine di Eraclio si schierarono in maniera ordinata di fronte alle porte dell’antica capitale assira, Ninive. Diversamente dall’assedio subìto l’anno prima dalle spesse mura di Costantinopoli, il tipo di conflitto che ci aspettava in questo caso sarebbe stato dinamico, violento e considerevolmente più breve. Nessuno tra i membri della classe al comando dei Sasanidi, meno che mai lo Scià Cosroe II, soprannominato “il Vittorioso” si era mai aspettato che la guerra raggiungesse queste sacre sponde. Ed in effetti già giravano le voci, piene di astio e reticenza, in merito al presunto assassinio del sovrano per una cospirazione della sua corte. Già l’ultimo e più agguerrito dei contingenti persiani osservava i Romani d’Oriente, mentre assumevano la tipica disposizione a scacchiera, con gli arcieri pronti a bersagliare le svettanti merlature con i propri dardi appuntiti. Ma prima ancora che la guardia cittadina con limitati rifornimenti e munizioni potesse alzare i propri scudi, qualcosa di terribile si abbatté su di loro. Decine di soldati caddero trafitti da proiettili non visti e non uditi. I pochi fortunati in grado di sopravvivere, chinandosi a raccogliere le strane armi che li avevano raggiunti, non poterono far altro che restare basiti. Tra le loro mani, frecce lunghe circa un terzo di quelle normali. Che nessuno, in alcun modo, avrebbe mai potuto immaginare di lanciare nuovamente al nemico.
Più e più volte una simile scena si era ripetuta dall’inizio del VII secolo, con ben pochi superstiti a narrare la vicenda, nel corso dell’ultimo ventennio di sanguinose campagne militari tra i due vasti Imperi. Grazie all’uso di quella che divenne largamente nota come “l’arma segreta” delle ormai vetuste ed accerchiate legioni, pur essendo in senso concreto un mero ausilio all’utilizzo di uno degli implementi bellici più lungamente noti all’umanità. Il cui nome, solenarion dal greco σωλήν (tubo) e -άριον (piccolo) permetteva d’iniziare a sospettarne l’utilizzo. Per un’ipotesi immediatamente confermata, non appena si scorgeva in mano ai suoi effettivi utilizzatori. Coloro che agendo di concerto con la fanteria d’assalto, restavano in disparte, trasformando le truppe avversarie in un porcospino. Ecco dunque il tipico cecchino di quell’Alto Medioevo, con preparazione ed addestramento specifico, non incoccare più direttamente il proprio strale piumato, bensì disporlo in modo tattico all’interno di una mensola scanalata. Oggetto oblungo e attentamente preparato, da tenere con la mano destra tra l’indice ed il pollice mentre si tende la corda, come se l’intento fosse quello di scagliarlo all’indirizzo del bersaglio elettivo. Se non che al momento del rilascio, un apposito cordino avvolto alla mano possa permettergli di separarsi dalla propria anima sottodimensionata di cedro, pino o abete. Un po’ come l’involucro sabot degli odierni proiettili d’uranio impoverito impiegati nei carri armati. Con finalità molteplici ed in molti modi convergenti, che potremmo ritenere utili a qualificare tale approccio come antesignano e al tempo stesso erede del concetto prototipico di balestra. Da una direzione contrapposta a quella dell’inventore greco del mondo antico Ctesibio di Alessandria (III sec. a.C.) che aveva dato i natali al gastraphetes o “arco dello stomaco” macchina da guerra individuale caricata con una sorta di leva, il cui utilizzo richiedeva un posizionamento fisso e assai probabilmente, un qualche tipo di supporto per il grande peso. Ma in assenza dell’armonica plasticità del ferro purificato e modificato tramite l’impiego del carbonio, da usare come motore per il lancio del proiettili, simili implementi avevano più lati negativi che positivi. Dal che l’idea di separare gli immediati vantaggi dai problemi, arrivando ad un sistema che fosse al tempo stesso versatile, portatile e diabolicamente efficace nel proiettare minuscoli messaggi di morte verso coloro che gremivano la parte contrapposta della barricata…



