Onde accingersi a poter attraversare l’ininterrotto estendersi di un vasto mare, le imbarcazioni traggono supremo beneficio dalla collaborazione tra i diversi marinai capaci di divedere tra loro le mansioni. Ed è palese che dal punto di vista meramente funzionale o tecnico, la figura più importante dopo il timoniere sia colui/colei che siede sulla coffa o sopra il punto di vedetta, una mano in alto per schermarsi dal sole, l’altra in grado d’impugnare gli ausili opportuni a designare il passo verso una particolare stella, se non direttamente il promontorio che si erge in lontananza oltre gli strati evanescenti dell’atmosfera incline ad offuscare le distanti forme. Allora perché mai, nel compito supremo dell’attività creativa, l’artista è visto come il prototipico e indefesso eroe, del tutto solitario per definizione, circondato unicamente dagli sguardi affascinati dei propri contemporanei o “meri” aiutanti? Fatta eccezione per particolari compiti di un tipo collaborativo, nella storia priva di confini dell’arte globale, vedi l’utilizzo rinomato dell’attrezzo noto come Dà huā lóu tí huā jī (大花樓提花機) ovvero: “Grande telaio a torre che solleva i fili del disegno” lungamente associato a scuole di tessitura pluri-secolari quali quella del broccato di Sichuan o del pregevole ricamo a nubi della città di Nanchino. Ciò che lo stesso ambiente accademico cinese non aveva d’altro canto modo d’immaginare, almeno fino a un significativo ritrovamento archeologico del 2012, era quanto davvero fosse antico tale metodo ed il macchinario ad esso associato. Finché durante gli scavi per la metropolitana nella tentacolare città di Chengdu a
Laoguanshan, gli archeologi non furono a chiamati a supervisionare l’apertura di una tomba, chiaramente databile in base all’architettura e le monete contenute all’epoca dinastica degli Han Occidentali, nello specifico tra i regni dell’Imperatore Jingdi (157–141 a.C.) e quello di Wudi (141–88 a.C.). Con 600 e più artefatti di varia natura, tra cui emergevano per importanza quattro modelli in scala ridotta, straordinariamente complessi e dettagliati, di quello che in altri contesti avrebbe potuto essere definito un chiaro ed improbabile anacronismo. Il grado di sofisticazione tecnica di un tale approccio alla fabbricazione di stoffe riccamente ornate è d’altra parte notevole, al punto che strumenti simili sarebbero emersi in Europa non prima del XVI secolo e possibilmente proprio grazie all’influenza asiatica, con l’unico sistema comparabile del telaio a licci fissi comunque non antecedente di più di 200-300 anni. Approccio mediante il quale, per l’appunto, i componenti dell’ordito (parte verticale dello schema) venivano guidati grazie all’uso di una serie di occhielli collegati nell’impianto meccanico, comunque non potendo in alcun modo raggiungere l’alta quantità d’intrecci veicolata dal più antico sistema cinese. Fino a 10.470 in linea di principio, per essere precisi, manovrati da 86 cordini paralleli e “programmabili” mediante la continuativa interazione dell’addetto situato sulla cima del monumentale apparato. Un ruolo che all’interno di uno studio recentemente pubblicato, i ricercatori della China Association for Science and Technology (CAST) hanno voluto paragonare a quello di un banco di memoria ad accesso rapido all’interno di un moderno calcolatore. Giungendo a qualificare in modo effettivo l’ancestrale macchina come uno dei computer più antichi costruiti nel corso della storia umana…
Riportano a tal proposito le dichiarazioni stampa collegate alla proposta, che al fine di comprendere approfonditamente il funzionamento dei telai rappresentati nei modelli di Laoguanshan, un team specializzato del Museo della Seta di Hangzhou abbia lavorato alacremente e attraverso un difficile percorso durato anni, fino alla ricostruzione di un esemplare funzionante del misterioso apparato, rivelatosi molto più simile di quanto originariamente prospettato ai suoi successori funzionali dei periodi Tang (618–907) e Song (960–1279). Con la stessa necessità del doppio operatore ed un sistema del tutto comparabile per il compimento del gesto eponimo, mirato a preparare il punto di passaggio per la cosiddetta navetta, il veicolo preposto all’implementazione della trama (parte orizzontale dello schema) che detta, riga per riga, l’effettivo aspetto del disegno finale. Ma non in modo autonomo e del tutto solitario, ed è proprio qui che entra in gioco la parte “computerizzata” ovvero binaria del lavoro collaborativo in questione. Quello stesso compito che agli albori dell’epoca Industriale del XIX secolo, a partire dalla Francia iniziò a costituire l’appannaggio della straordinaria invenzione di Joseph-Marie Jacquard (1752-1834) in cui il sollevamento strategico dell’ordito veniva controllato dall’inserimento e lettura di schede di cartone perforato, corrispondenti a specifici movimenti predeterminati del meccanismo. Sollevato; abbassato (0-1) che costituirebbe, in base ad un’associazione di vecchia data, l’effettivo approccio antesignano di un sistema in cui le istruzioni dettano l’aspetto del risultato finale, senza necessariamente cambiare forma e aspetto della macchina utilizzata per tale obiettivo. E non è forse tale descrizione sui generis attribuibile anche al Dà huā lóu tí huā jī, in cui l’arduo compito di manovrare i fili ricadeva invece sull’addetto della torre superiore? Figura importante al pari e forse anche più di colui che nel frattempo, seduto all’altro capo delle molteplici rastrelliere di separazione, si vede attribuito il compito di praticare l’inserimento ripetuto e meccanico della trama. Allorché basta osservare all’opera un praticante di quest’arte antica ma mai andata perduta, per constatare l’abilità di mano e la memoria straordinaria di chi pratica da tempo tale professione, necessariamente incline ad osservare il necessario schema di riferimento così da velocizzare il più possibile il completamento della mansione di giornata. Sempre tramite la messa in pratica di uno schema ripetuto e geometricamente prevedibile, che potremmo definire come risultanza della “programmazione” occorsa, consistente nella legatura delle letterali migliaia di fili dell’ordito alle singole cordicelle incaricate di effettuarne il sollevamento. Le quali non potranno fare d’altro canto a meno, contrariamente a quanto avverrà molto più tardi nel sistema Jacquard, della continua supervisione e guida di una coppia di esperte mani umane.
Dichiarazione di suo conto non del tutto scevra di un certo livello di orgoglio nazionale, possibilmente nella ricerca di un diritto di prelazione filosofica al concetto d’informatica contemporanea, così come frequentemente avviene nel sistema comunicativo della Cina contemporanea, quella del CAST può essere soltanto vista come iterazione ragionevole sulla base di un qualcosa di effettivamente esistente e chiaramente databile, nonché dotato di caratteristiche ben più che dimostrabili al di la di qualsivoglia ragione di diniego. In un mondo tanto antico da perdersi almeno parzialmente tra le nebbie del tempo, in cui d’altronde già esisteva la concettuale divisione tra hardware (meccanismo) e software (programma). Ovvero il metodo procedurale contenuto, in ogni momento rilevante, all’interno della materia “morbida” del capiente quanto funzionale cervello creativo. Capace di tradurre le sinapsi in gesti. E l’intreccio tessile di questo universo dello scibile in figure senza tempo, visioni straordinarie che descrivono e circondano il profilo floreale del senso immaginifico dell’esistenza stessa.


