Mentre gli equilibri diplomatici del Medio Oriente subiscono l’ennesima scossa, per le scelte militari e priorità politiche di potenze esterne a tale area geografica, l’emisfero occidentale riceve un rinnovato quanto familiare promemoria su quanto possa essere delicata la gestione del mercato globale, con particolare riferimento a quel fluido sotterraneo che costituisce, allo stato dei fatti attuali, la principale riserva energetica dell’odierna società industrializzata. Petrolio estratto, trasformato e distribuito verso i quattro angoli del club delle nazioni, in base a criteri che ben poco hanno a che vedere con il bene della collettività. E d’altronde, adesso più che mai, ci sembra destinato ad esaurirsi, prima o poi. Chi può dire se questa sarà l’ultima volta? Di sicuro non è stata la prima. Nessuno ha già dimenticato, a tal proposito, il rincaro del greggio all’apice della guerra del Kippur del 1973 o di sei anni dopo, verificatosi a seguito della rivoluzione islamica in Iran. Momenti in cui guardammo in bilico la linea incerta di un diverso orizzonte. E con una diffusione assai inferiore, rispetto ad oggi, dei veicoli personali mossi tramite l’energia elettrica o altre fonti di propulsione alternativa. Il che poteva essere l’origine di un differente approccio, non del tutto privo di vantaggi inerenti. Se dopo tutto l’energia è creazione implicita dell’oro nero, non dovremmo forse rintracciare come valida contromisura utilizzarne quantità minori? Ancor prima di aggirare, in maniera vagamente utile, il nucleo luminoso di quel grande problema. Allorché all’epoca di quel secondo periodo, una delle menti eccelse dell’automobilismo del Novecento si trovò all’interno di una stanza con Harvey Lamm, direttore della divisione americana della Subaru. Il suo nome era Alexander Tremulis, accompagnato da una fama imperitura di oltre quattro decadi alle spalle, per la progettazione di alcuni dei veicoli più innovativi e strabilianti usciti nello scorso secolo dalle fabbriche o istituti di design statunitensi. La sua idea, stavolta, semplice quanto efficace: creare un’automobile capace di percorrere 100 miglia con un singolo gallone (alias 160 Km con 3,7 litri) grazie ad una serie di specifici accorgimenti. Tra cui un peso ridotto, senza dubbio, ma anche ciò che da sempre aveva costituito un punto fermo del suo rinomato catalogo di proposte: l’aerodinamica. Egli intendeva in altri termini, in tale occasione più di ogni altra “Eliminare la sadica tortura dell’aria innocente” (Wow!) Soltanto in pochi avrebbero potuto immaginare il sentiero che avrebbe percorso, a partire da disegni che in molte maniere ricordavano le opere d’ingegno coéve dei fumetti di Battlestar Galactica o il primo film di Guerre Stellari. Ben più che una semplice coincidenza, a dire il vero, visto il punto di partenza per il corpo della sua X-100 Gyronaut, creato a partire da un vero e proprio serbatoio aeronautico che aveva conservato. Accoppiato col motore, compatto ed efficiente, dell’auto compatta Subaru Rex, venduta in molti luoghi eccetto il Nordamerica, vista la preferenza locale per veicoli di dimensioni e peso decisamente maggiori. Ancorché una tale ipotesi di veicolo se mai prodotto in serie, animato da un significativa spinta di originalità ed eclettismo, con il senno di poi non avrebbe certo mancato di attirare l’attenzione del mercato. In cerca di soluzioni moderne per i problemi contemporanei. Allora, come adesso…
record
Benvenuti in Iowa, nella mega-fermata per camionisti all’ombra dell’arcobaleno reticolato
Quell’ultima consegna, la mansione necessaria prima di poter tornare liberi e selezionare sul navigatore l’agognata via di casa. Un momento ricorrente nella vita di ciascuno, in cui la mente concentrata sulla strada e il compito assegnato viene all’improvviso alleggerita, con la consapevolezza transitoria di aver fatto abbastanza. Cani, donne, uomini, bambini: alfine le famiglie potranno essere riunite. Nelle dimore avìte che ogni membro di effettive identità comunitarie agogna, pur avendo scelto la complessa vita del conduttore di carovane. O la loro corrispondenza moderna, s’intende, contenuta interamente sul telaio dalle ruote incorporate, veicolo creato per incorporare nel saliente meccanismo, capra, cavoli, motore, il senso pratico dell’avventura per chi sente la necessità di esplorare. A meno che, talvolta, questo impeto venga smorzato dall’umano senso di stanchezza imprescindibile, l’esaurimento più che momentaneo nei confronti dell’ultima effettiva tratta che necessita di essere portata a destinazione. Ed è qui che giunge alla riscossa, come già nei tempi medievali, l’oasi a bordo strada del viaggiatore. Un luogo sorto per necessità evidente dove compiere le necessarie operazioni rituali. Affinché il corpo possa essere ripristinato e assieme ad esso, la forza d’animo dell’interfaccia umana tra le merci sul pianale e la ruvidità asfaltata che gli scorre sotto come un fiume al contrario.
“Creato il problema, si cerca la soluzione” avrebbe potuto affermare nel 1956 il presidente Dwight D. Eisenhower, se i suoi trascorsi nel campo logistico ai tempi della grande guerra, prima d’intraprendere la carriera d’alto ufficiale, avessero aumentato ancor di più il suo tempo complessivo alla guida di autocarri ed autoarticolati americani. Lungo quelle stesse strade che, su suo preciso ordine, all’alba di una tanto significativa decade vennero sottoposte a studi pratici ed approfonditi, giungendo a individuare la necessità dell’opportuno rinnovamento, a vantaggio dei viaggiatori come degli eventuali trasporti truppe e carri armati nel sempre presente caso di un significativo dispiegamento militare. Alterando l’antico metodo de-facto, in cui gli attraversatori del vasto entroterra nordamericano erano soliti cercare luoghi di ristoro nei molteplici piccoli paesi e insediamenti, necessariamente toccati nel corso del proprio incessante migrare. Ora fatti traslocare virtualmente in secondo piano, come dal soffiare possente degli Alisei, mentre i lunghi autoarticolati dalle 18 ruote si spostavano sull’asse delle nuove “Interstatali Nazionali per la Difesa” concettualmente non dissimili alle rotte degli scricchiolanti galeoni di un tempo. Lungo il cui estendersi, sorse la pletora di un nuovo tipo d’insediamenti funzionali, il cosiddetto truck stop o “fermata per gli autocarri”…
Eclissi gialla sulla miniera: storia della ruspa che poteva oscurare il sole
Esiste questa idea secondo cui il tirannosauro fosse l’animale più potente del Cretaceo, un assoluto superpredatore incontrastato nel dominio del suo legittimo regno d’appartenenza. Un preconcetto assunto per antonomasia, trasferendo le sue proporzioni in un contesto moderno, dove cesserebbe quel dualismo sincretistico che vede confrontarsi gli agili, scattanti carnivori con i mastodontici ed inamovibili mangiatori di piante. Ma così come oggi l’unico il vero re della savana è l’elefante, esistevano in quell’epoca sauropodi, vedi l’argentinosauro o i titanosauri della Patagonia, di fronte a cui il frainteso gallinaceo alto come una palazzina di due piani sarebbe rapidamente impallidito sotto le sue piume, dopo una contemplazione delle proprie chance di abbattere un bersaglio tanto più imponente di lui.
Trasferiamo adesso tale termine di paragone all’attuale conduzione operativa di una miniera a cielo aperto. Il tipo di ambiente antropogenico dove ogni singola creatura si vede attribuita un ruolo estremamente pratico, incluse quelle fatte di acciaio, gomma e fluido idraulico all’interno di così possenti vene. Come i camion da trasporto, addetti alla logistica e i bulldozer che preparano i siti di scavo, appiattendo la sacrificabile (?) cima di montagne per ottimizzare le opportunità di guadagno future. E gli escavatori dragline con i loro bracci perpendicolari, situati in zone strategiche per sollevare, filtrare e suddividere il materiale. Ma se ora vi dicessi che qui esiste uno strumento, la cui versatilità inerente è tale da riuscire a garantirgli la più alta mobilità in proporzione alla massa ed al tempo stesso, l’effettiva propensione di poter assolvere a ciascuna di tali diversificate mansioni? Come se fosse, al tempo stesso, la tigre ed il dragone. Il cavallo ed il rinoceronte. Lo squalo e l’anfisbena. In linea di principio, potreste conoscerla molto bene: è la ruspa. Bensì trasferita a proporzioni che oggettivamente sfuggono alla comprensione subitanea dell’immaginazione individuale. Un tipo di veicolo sovradimensionato che oggi trova il produttore maggiormente celebre nell’azienda giapponese che prende il nome dalla città dove fu fondata un centinaio di anni a questa parte. La Komatsu Ltd, il cui operato è da tempo sinonimo di competenza, affidabilità e… Ambizione. Quella di poter assolvere, con i suoi modelli prodotti in serie, ad esigenze del movimento terra dalle proporzioni totalmente prive di termini di paragone. Un sentiero al cui termine ideale possiamo individuare la PC8000, negli ultimi tempi diventata popolare su Instagram e Tiktok grazie a una serie di comparative videografiche tra la sua massa e quella di un bipede senziente del pianeta Terra. Con il secondo pronto a divenire, in quel contesto, la passiva equivalenza di un mero stuzzicadenti con distinte capacità deambulatorie…
L’enorme grattacielo che incorpora il massiccio peso della storia a Kuala Lumpur
Ed è una mera semplice realtà dei fatti, che la storia riconosca un primo e un ultimo in classifica, ma praticamente a nessuno importi tutto quello che si trova in mezzo. Arrivare secondi, in senso oggettivo, può costituire un ottimo risultato. Ma fuori dalla sfera introspettiva ed autoreferenziale, può sostanzialmente equivalere ad una goccia di mercurio nell’infuriar della tempesta generazionale. 10 gennaio del 2024, di fronte allo stadio Cangkat detto “dell’Indipendenza” (in bahasa/tamil: merdeka) presso 50150 Kuala Lumpur, Territorio federale di Kuala Lumpur: alla presenza del Re, del Primo Ministro e gli altri principali rappresentanti dello stato, la principale metropoli peninsulare del Sud-Est Asiatico ha visto inaugurare l’ultimo e più significativo esempio di un qualcosa che gli è sempre risultato particolarmente affine. Il tipo di megastruttura, alta e stretta, che possa figurare lungamente negli annali statistici ed ingegneristici come uno dei grattacieli più imponenti al mondo. La torre che, persino nell’affollato skyline della città popolata dalle celebri Petronas e l’Exchange 106, risulta oggi idealmente capace di gettare la propria su chicchessia. Questo perché essa costituisce, allo stato attuale, il secondo edificio più alto al mondo dopo il Burj di Dubai. Sebbene circa 23% dei suoi 678,9 m siano sostanzialmente occupati dalla struttura più che altro scenografica di un’antenna o guglia, che in epoca pre-moderna sarebbe stata probabilmente occupata da un campanile. Ma in questo momento storico di rinnovata stima nei confronti dei nazionalismi, vuol essere qualcosa di profondamente e significativamente inaspettato: il braccio teso verso il cielo di niente meno che Tunku Abdul Rahman (1903-1990) già politico e primo ministro del paese nonché padre nobile della sua stessa patria, dal momento in cui, nel 1956 pronunciò l’epocale discorso contro il colonialismo ed il controllo britannico del territorio malese, terminante nel grido reiterato di “Merdeka! Merdeka!” Che secondo il canone ufficiale riecheggiò tre volte, sebbene testimoni ancora in vita giurino che il grande personaggio storico l’abbia ripetuto per un gran totale di sette. Così trasferito, al giorno d’oggi, in proporzioni in senso fisico ancor più imponenti, tramite l’implicita metafora rappresentata dal suddetto grattacielo. Giacché il Merdeka 118, così chiamato dal suo numero di piani totali, vorrebbe essere la sostanziale rappresentazione, minimalista ed astratta, della sua stessa figura vista di profilo…



