Con il vassoio saldamente in equilibrio sulla mano destra, Alfred percorreva l’elegante corridoio della casa palladiana atto a collegare l’area delle cucine allo studio decentrato dello stimatissimo Sir Henry Edwards, primo deputato tory in Parlamento proveniente dalla città di Halifax, eletto con mandato del collegio borghese del 1847. Una persona dignitosa, riservata, sagace come degno del suo nome e della prestigiosa discendenza. La maggior parte delle volte! Così l’anziano maggiordomo, percorrendo con sguardo i ritratti formali appartenenti ai precedenti proprietari di Pye Nest, pensava tra se e se, avendo udito il campanello dell’ora del tè proprio in corrispondenza di un preciso momento della giornata, l’attimo fuggente in grado di concretizzare il suo maggior timore. Raggiunta l’alta porta, raccogliendo a piene mani la propria considerevole pazienza, spinse quindi avanti con il guanto bianco della mano libera. Lui era lì, voltato a 45° gradi verso la finestra che guardava verso il cimitero. Le braccia conserte, il fiero cipiglio ed una smorfia d’ira trattenuta a fatica: “Guarda my dear old friend, osserva la tremenda meridiana! La sua dannata ombra che percorre come il corpo di un… SERPENTE il verde prato della valle intonsa!” Il gesto di rito da parte di Alfred, perfezionato ormai da molti mesi, prevedeva di appoggiare il vassoio sul tavolo, quindi annuire con espressone compassionevolmente indignata (combinazione niente affatto facile da mantenere, in verità). Non che a Lord Edwards sarebbe interessato granché, mentre come di consueto balzava dalla sedia in una rigida postura inquieta, gesticolando vagamente i propri piani di vendetta più o meno istituzionale: “Sai che l’altro giorno ho parlato nuovamente con l’architetto? Proprio lui, quel passacarte di Dugdale, assistente della nostra precedente conoscenza comune, Isaac Booth. Di me è di Wainhouse, intendo. Ebbene questo sordido individuo, colui che aveva garantito in merito alla vendita dello stabilimento di tintura, adesso afferma che il vicino si è tenuto la TORRE. A quanto pare lui ha deciso di farne… Un osservatorio, ti rendi conto? Adesso è diventato uno scienziato.” Per qualche momento Alfred non seppe cosa rispondere. Scrutando all’orizzonte l’alta costruzione edificata come camino, poi rivestita di pietre e infine ornata con la più bizzarra lanterna gotica mai vista fuori da una cattedrale medievale, si chiese silenziosamente se fosse anche soltanto possibile guardare il panorama, da lassù. Figuriamoci qualcosa d’altro. “Intende per le stelle, signore?” Lord Edwards annuì enfaticamente. Per poi procedere con la consueta, accurata disanima cronologica dei tormentati eventi. La storia già sentita due dozzine di volte dal fedele servitore, sul confinante terreno della famiglia Wainhouse, ereditato da parte di John Edward alla morte del padre ed attrezzato per la colorazione dei prodotti tessili. Con conseguente inquinamento dell’aria, dell’acqua e rumori molesti durante le ore dei turni di lavoro, in grado di alterare significativamente la serenità degli abitanti di Pye Nest. Se non altro, per la reiterata frustrazione del suo proprietario. “Così gli ho detto, il tribunale accetterà stavolta la mia istanza. Altrimenti quanto è vero che il sole sorge a oriente, chiamerò le mie vecchie conoscenze in Marina. La farò minare dalle fondamenta, per Diana!” Ora Alfred assunse un’espressione di circostanza. Conosceva sufficientemente il suo datore di lavoro da assorbirne con pacata resilienza i tragici quanto iperbolici momenti d’iracondia. Il che non avrebbe d’altra parte reso in alcun modo più tranquilli, né brevi, i rimanenti 15 minuti della sua giornata di lavoro.
personaggi
Il mondo sulla pergamena di Hereford, atlante del sapere nella cattedrale del Medioevo
Difficile immaginare un’esperienza spirituale più profonda nel XIV secolo che trovarsi avvolti da plurimi segni della gloria del Divino, varcata la soglia delle più magnifiche e svettanti tra le sue dimore terrene. Edifici costruiti tramite l’applicazione di quelle nozioni elaborate, lungo secoli di accurata organizzazione comunitaria, proiettate tanto in senso orizzontale sul percorso delle tre navate, quanto poste ad elevarsi verso il cielo che sovrasta lo scenario del quotidiano. Allorché oltrepassando contrapposte geometrie, dietro gli archi ed absidi che si susseguono, il fedele era chiamato a rapportarsi con addizionali manifestazioni del potere comunicativo dell’arte: figure scolpite, episodi della bibbia in forma d’affresco o altro tipo di pittura monumentale. Ed in certi, rari casi, l’esplicitazione tramite l’intento dei creativi di concetti da un più significativo livello d’astrazione. Fino al caso limite dell’opera commissionata, durante il regno di Edoardo I d’Inghilterra, a una figura nota unicamente come Richard di Haldingham e Lafford. Disegnatore, pittore, probabilmente un archivista. Nonché qualcosa di simile a un cartografo, in base ai crismi di una cognizione che non era stata ancora elaborata nei termini contemporanei. Bensì quelli, inclusi nell’unica creazione recante la sua firma, dello stesso Ottaviano Augusto, Imperatore Romano situato nell’angolo inferiore sinistro mentre ordina la precisa misurazione dell’intero mondo conosciuto. Che prosegue dunque a dipanarsi sulla superficie di una pelle di vitello, della dimensione di 158×133 cm, la cui parte superiore triangolare reca l’immagine di Cristo del Giudizio, con la Vergine e gli angeli ad accompagnarlo. Due punti estremi, concettuali e nozionistici, entro i quali l’autore si è impegnato a porre in essere una sua precisa interpretazione dell’intero arco geografico dell’esistenza. Espresso nella forma tipica di una mappae orbis terrae (gergalmente detta T-O) in cui l’oceano circolare che circonda i tre continenti di Europa, Africa ed Asia è a sua volta suddiviso dalle due linee intersecantisi del Mar Mediterraneo. Benché connotata da una puntuale quanto esaustiva collezione di scenari più o meno pertinenti alla sua disanima visuale. Nella maggior parte dei casi identificati mediante didascalie in latino o francese normanno, le due lingue dedicate alla comprensione dei chierici che avrebbero dovuto utilizzare il manufatto. Non tanto a scopo di consultazione personale, quanto in circostanze che potremmo immaginare come una sorta di lezione o sermone, a vantaggio di coloro che avrebbero mostrato al termine della messa un sincero desiderio di espandere la portata della propria consapevolezza cognitivo. Fino a che punto, dunque, le nozioni contenute nella Bibbia e fonti ad essa più recenti come Plinio, Solino, Orosio, Isidoro di Siviglia… Potevano essere accostate all’interno di una singola composizione, supportando l’elaborazione di un discorso presumibilmente coeso? È soltanto tramite uno studio approfondito delle immagini, come i capitoli di un appassionante romanzo, che i fedeli venivano indotti a percepire l’effettiva confluenza delle ipotesi di una visione tanto dettagliata, quanto funzionale alla propagazione di determinate idee…
Due monete da un colle gallese rilanciano la narrazione dell’uomo che tenne in scacco l’Impero Romano
Le più grandi verità si annidano nei piccoli dettagli, affioramenti di portata poco significativa che individuati dalla giusta persona, nel giusto momento, rivelano di essere la punta di qualcosa di eccezionalmente significativo. Così Mark Merrony, membro aggiunto del College di Wolfson, Università di Oxford nonché editore capo della rivista Antiquus si trovava per un’escursione in bicicletta a Pembrokeshire nel 2024 sulle colline di Preseli, in prossimità di un rilevo noto come Frenni Fawr, per godersi la campagna vicino ai luoghi di origine della sua famiglia ma soprattutto in seguito all’individuazione su foto satellitari di una certa regolarità nella topografia del paesaggio, in cui il suo occhio esperto individuò la presenza di quello che poteva solamente essere il segno inconfondibile di una strada romana. Seguendola per questo come il mitico sentiero del mago di Oz, giunse quindi pedalando fino a una radura, dove colto da un’ispirazione scese dal sellino e raccolse da terra un pezzo di pietra d’ardesia dall’aspetto stranamente triangolare. Allorché scrutandone la forma, esclamò con voce sommessa: “Eureka! Non v’è dubbio di sorta. Quest’oggetto è il segno di una vasta costruzione posta in essere da mano umana.” Accompagnato dunque in tale luogo un gruppo informale dei suoi assistenti e colleghi, il Dr Merrony riuscì a disporre di un preciso elenco di altri frammenti di opere murarie, dotati di caratteri diagnostici oggettivamente compatibili con l’architettura del Mondo Antico. Ed in particolare quella di un capiente accampamento, con la tipica forma di un supercerchio (o squircle) semi-rettangolare, utilizzato durante le campagne del formidabile esercito dei legionari. Inserendo dunque il risultato della sua ricerca sulla rivista gestita da lui medesimo, per definizione in assenza di alcuna valutazione indipendente, gli riuscì di sollevare l’interesse di una certa parte dell’Accademia. Ma anche critiche in determinati ambienti, riassumibili nella scherzosa notazione di suo fratello Nick: “Se davvero credi che Carlo Magno sia passato per il Galles, trova un paio di monete col suo volto sopra. Allora nessuno potrà più davvero confutare la credibilità della tua idea.”
Ancorché la scienza sia la mera risultanza, in determinate circostanze, d’intuizioni personali e irripetibili frangenti d’occasione. Ragion per cui il Merrony minore, cavalcando il proprio monociclo fino alla radura, forse con un ruolo ufficiale nel team di ricerca, se non per puro svago, si mise sul finire dell’autunno a smuovere la terra con le nude mani. Riconoscendo l’improvviso e inconfondibile brillare di due piccoli dischetti di metallo. Le cui iscrizioni in lingua latina non identificavano il profilo del ritratto come quello di alcun Carolus, bensì di Magnus Maximus, Imperatore Romano. In maniera sufficiente a collocarle cronologicamente come risalenti al IV secolo d.C, datando nel contempo l’intero sito al periodo della vita, nonché le imprese, di un tale significativo personaggio della tarda storia imperiale. Colui che in forza della sua perizia militare, ebbe l’arroganza di farsi chiamare il supremo signore dell’Occidente. Prima di seguire la promessa di un sogno fino alle province del più remoto settentrione. Dove avrebbe perso tutto, tranne l’amore di una donna leggendaria e la stima dei suoi discendenti futuri…
L’incomprensibile leggenda dei verdi figli del crepuscolo nella Fossa dei Lupi
“Era un principe degno di questo nome, un vero eroe del popolo, tutto considerato!” Padre Guglielmo seduto alla sua scrivania, negli alloggi del canonico all’interno del convento agostiniano del villaggio di Newburgh nello Yorkshire, scrutò attentamente gli occhi del suo interlocutore. Straniero della zona interna del Suffolk, giunto fin lì da un luogo noto come Woolpit, che gli era precedentemente stato menzionato dai suoi confratelli ed altre conoscenze professionali. L’individuo di nome Roger, con un aspetto benestante, l’eloquio colto ed una spada al fianco, che lo aveva avvicinato durante il giro dei fittavoli nel borgo, con un documento rilevante all’ormai rinomata redazione della Historia rerum Anglicarum, un’approfondita storia enciclopedica degli eventi storici degli ultimi 100 anni. “Tutti da noi conoscevano la storia del suo ritorno in barca presso il luogo del naufragio, nella speranza di salvare la sua sorellastra Matilda, che immaginava fosse ancora intrappolata nel relitto della Nave Bianca incagliata a largo di Cotentin. E del modo in cui alla fine, per le ragioni avverse del destino, annegò assieme a tanti altri nomi illustri della corte normanna.” Naturalmente l’ecclesiastico ben conosceva, ed aveva già estensivamente trattato la vicenda del decesso a soli 17 anni del suo omonimo Guglielmo Adelin, figlio di Enrico I. L’episodio che aveva dato inizio nel 1135 alla crisi di successione e conseguente guerra civile nota come l’Anarchia. “Gli anni a venire furono crudeli per la gente della nostra piccola comunità.” Proseguì Roger, che si era presentato come figlio del capo d’armi del cavaliere Richard de Calne, un nobile minore che era stato al servizio di Hugh Bigod, conte di Norfolk. Ora la sua espressione si fece indecifrabile, mentre nonostante i risvolti tragici del suo racconto, si apprestava a rivelare il più intrigante dei segreti. “In mancanza delle fonti di guadagno provenienti dal commercio, la gente lavorava nei campi fino a tarda sera. E fu in uno di quei faticosi momenti che uno tra gli umili servitori del mio sire, li trovò che riemergevano in un prato, perfettamente silenti.” A questo punto Guglielmo guardò il foglio in carta bollata poggiato sulla scrivania, il certificato del battesimo di una certa Agnes Barre, in fovea reperta (trovata nella buca) e fece la sua prima domanda. “Quindi voi affermate di essere il nipote di quest’uomo… Un certo… Richard, corretto?” Roger annuì con enfasi. “Esatto. Mio padre presenziò alla loro unione. Dell’arcidiacono e giudice di Ely, con colei che all’epoca chiamavano la donna verde. Ma già allora in molti ne avevano dimenticato l’esatta ragione.”
Ora l’ecclesiastico prese la penna d’oca per iniziare ad affidare alla parola scritta il suo lungo colloquio. Naturalmente, egli già conosceva la vicenda dei due bambini di Woolpit, che aveva brevemente menzionato nelle proprie cronache. Mai avrebbe immaginato, tuttavia, di poterne incontrare un testimone, seppur indiretto, potendo in questo modo aggiungere dettagli ad una delle vicende maggiormente sorprendenti dell’Anglia Orientale. “Tutto questo è molto interessante, figliolo. Parlatemi del loro abbigliamento. È vero che parlavano una lingua sconosciuta? Di che colore era la loro… Pelle?”
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