La dedalea casa interdimensionale situata nella città simbolo dell’elettronica cinese

In base all’ancestrale disciplina del Feng Shui (“Vento ed Acqua”) l’equilibrio geomantico tra gli elementi può costituire un fattore da tenere in alta considerazione quando si costruisce un edificio, per poter allontanare l’accumulo di energia negativa, attirare la buona sorta e tenere lontani gli spiriti avversi del regno sovrannaturale. Ancora oggi utilizzata nella costruzione di palazzi di ogni foggia e dimensione, essa è una delle ragioni per cui l’architettura asiatica tende ad essere precisa e rigorosa, straordinariamente razionale nell’applicazione delle proporzioni predominanti. Perciò colpisce come una cultura che tanto profondamente comprende la matematica applicata all’utilizzo degli spazi umani, possa scegliere di superare i suoi modelli in modo pressoché totale, fino ad un sovvertimento dei vigenti presupposti in grado di raggiungere l’estremità finale. Ne persiste, in tal senso, uno svettante esempio all’interno del principale nucleo urbano che collega l’isola di Hong Kong alla terraferma: il futuribile, policromo scenario di Shenzen. Città nella città, o per meglio dire una sfaccettatura particolarmente rinomata della principale megalopoli della Cina meridionale e del mondo, dove ogni metro cubico è precisa risultanza di un progetto assai specifico di pianificazione attenta o misurata. Osserva dunque, viaggiatore virtuale, la sagoma del tutto inconfondibile della Longgang Guailou (龙岗怪楼) o “Casa Strana di Longgang” massiccio edificio alto l’equivalente di 9 piani più 2 interrati e terrazza per un totale di 600 metri quadrati, dall’aspetto vagamente brutalista per la propria facciata cementizia ed una forma irregolare con multiple sovrastrutture a sbalzo. Almeno, nella misura in cui possa essere evocata l’aderenza ad una qualsivoglia scuola architettonica esistente, per ciò che appare stranamente privo di finestre per la maggior parte del proprio involucro esterno, non fosse per la presenza di una serie di sottili fessure del tutto simili a feritoie di epoca medievale. Laddove l’intera creazione, nei fatti, possiede un vago aspetto impenetrabile, giungendo a ricordare vagamente i famosi bunker verticali delle otto Flaktürme (Torri Antiaree) costruite in Germania durante la seconda guerra mondiale. Se non che nulla, in questa insolita presenza, rientri nello sforzo sanzionato di un progetto tecnico e precisamente definito. Esattamente come avviene, qui ed altrove nel vasto Regno di Mezzo, all’interno dei problematici chéngzhōngcūn (城中村) o “villaggi urbani”, spazi abitativi auto-gestiti fuori da ogni norma o piano regolatore, dove le strade diventano talmente strette che la luce riesce a illuminarle soltanto per un’ora o due ogni giorno. Eppure, nonostante questo, riecheggianti del vociò diffuso di multiple generazioni della brulicante e collettivamente inseparabile umanità. Non il sibilo del vento o quella voce indefinibile, di spettri rari nati dalle circostanze eternamente prive di un nome…

Molte sono le leggende e pochi i fatti certi, nonostante il suo contesto così gremito, sulla Casa Strana di Longguan, che prende il nome dal quartiere che ospitava, in epoca pre-moderna, la comunità locale dei popoli nomadi degli Hakka, giunti dal remoto settentrione e abituati a costruire le spaziose dimore comunitarie note come Fujian tulou (福建土楼). Rendendo probabile l’appartenenza effettiva a tale gruppo etnico da parte dell’originale proprietario Wen Yaoguang (温耀光) che a quanto si narra, avrebbe fatto costruire l’edificio verso la metà degli anni ’80, quando aveva egli stesso un’età piuttosto avanzata. Una possibilità che ebbe modo palesarsi nella vita di questo commerciante in pensione in forza di un tipico risvolto del sistema dei chéngzhōngcūn. Quando al fine di riutilizzare uno di questi quartieri sovrappopolati, l’amministrazione locale decise di fare un’offerta ai suoi abitanti, finendo per concedere somme sproporzionate al valore effettivo degli edifici condannati ad immediata demolizione. Così che costui, incassando tale cifra senza dubbio significativa e dopo aver generosamente acquistato dei motorini per tutti gli insegnanti di una scuola locale, decise di spenderla nella dimora che tanto lungamente aveva immaginato nel corso della propria esistenza. Forse con l’aiuto di un architetto ed operai capaci di vedere il mondo allo stesso modo, o magari in forza dell’endemico rispetto per gli anziani e la loro presumibile saggezza, ciò che avrebbe preso forma in quel frangente fu qualcosa di così eccezionalmente fuori dall’ordinario. Abbiamo parlato, a tal proposito, di 9 piani complessivi benché ciò rappresenti più che altro una misura di riferimento pari a circa 20-22 metri, non essendoci effettivamente una suddivisione interna che possa permettere di parlare di veri e propri “livelli”. Bensì letterali dozzine di stanze ed ambienti comunicanti in modo labirintico ed interconnesso, con l’intento quasi esplicito di confondere e lasciare perplessi i visitatori. Multiple stanze, con soffitti stranamente bassi e porte irregolari, che si aprono verso salite vertiginose e risultano arredate con strana “mobilia” costruita nello stesso cemento dei muri. Non c’è d’altronde un solo letto all’interno, poiché si dice che Yaoguang “non amasse dormire” ma un’improbabile preponderanza di vasche da bagno e piscine interne, posizionate in un caso addirittura lungo il tragitto ascendente di una scalinata centrale. Di nuovo in forza di una leggendaria preferenza dell’ormai defunto proprietario per la vita in mare, oltre al ricordo di un’epoca in cui l’acqua corrente costituiva un lusso e la possibilità di lavarsi, una rarità situazionale.
Strana casa e strano luogo dunque, fonte di molte pindariche elucubrazioni. Vedi la leggenda secondo cui egli avesse ricevuto in gioventù l’indicazione da una chiromante in merito al fatto che nel momento in cui avesse cessato di costruire, gli spiriti malevoli sarebbero giunti per ghermire la sua anima mortale. Il che inserirebbe a pieno titolo la Longgang Guailou nella categoria localmente detta delle Kùn zhù wáng qī zhī líng de lóu (困住亡妻之灵的楼) o “Case per intrappolare il fantasma di una moglie”, la cui dislocazione confusa e priva di alcun tipo di Feng Shui dovrebbe vantare, in linea di principio e alquanto paradossalmente, la capacità di deviare la sventura altrove.

Nell’unica citazione frequentemente riportata di Wen Yaoguang, grazie alla memoria collettiva dei suoi contemporanei, può esserci d’altronde la chiave interpretativa della sua eccentricità costruttiva. Sembra in effetti che egli amasse ripetere come “Neppure le cannonate potrebbero riuscire ad abbattere questi muri.” Accentuando, a tal proposito, l’aspetto militaresco della sua Casa Strana. Non è forse possibile, dunque, che avendo vissuto sulla propria pelle i duri anni dell’occupazione giapponese e la rivoluzione culturale, quest’uomo misterioso avesse un’avversione implicita nei confronti delle finestre e planimetrie eccessivamente lineari? Che il suo fine principale, in caso di ulteriori battaglie, fosse accogliere i propri vicini, asserragliarsi ai piani superiori ed impedire l’accesso ai potenziali nemici? Mere possibilità speculative, s’intende. Giacché in assenza di eredi diretti, l’edificio è ormai parzialmente in rovina e fu venduto, nel 2011, alla società immobiliare Huayu. La quale contrariamente alle più logiche aspettative, ancora ad oggi non ha provveduto a demolirlo, forse per le occasionali trattazioni dall’impostazione analitica e documentaristica che si sono susseguite nel corso dell’ultimo ventennio sul tema di una tale rarità architettonica. Meta, nel frattempo, di un sostenuto turismo non sempre autorizzato dei consueti esploratori urbani. Alla comprensibile ricerca di una spiegazione che, nei fatti, rappresenta un nodo assai difficile da districare. A meno che a parlare non riescano ad essere, in frangenti assai particolari, gli stessi fiumi di ectoplasmi ed altre entità che si annidano nelle intercapedini e le oscure stanze di questa fortezza priva di un nome.

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