Sabbia pallida e il miraggio termico dell’orizzonte dello Utah, lì dove il cloruro si è depositato all’evaporazione di un antico mare. E coraggiosi cavalieri delle onde inesistenti, pronti a perdere la vita per restare scritti a lettere di fuoco nell’albo degli eroi della tecnologia coéva. Ci vuole un certo tipo di persona per conoscere perfettamente i rischi di un’impresa ai limiti e cogliendo a piene mani il più profondo sprezzo del pericolo, tentarla lo stesso. E chi meglio di un dottore, come il californiano appassionato di hot rods, Nathan Ostich poteva comprendere le conseguenze sul corpo umano di un possibile incidente subìto a più di 300 o 400 miglia orarie, a bordo di veicoli costruiti per sfidare il concetto stesso di automobile e che cosa ciò potesse rappresentare? Come quando esattamente 5 giorni prima, l’1 agosto del 1960, il devoto mormone Athol Graham aveva scelto di seguire una sorta d’ispirazione divina, salendo a bordo del suo veicolo con il motore a pistoni di un idrovolante, la City of Salt Lake, con lo scopo di sfondare la barriera delle 400 miglia orarie. Se non che l’insorgere di un improvviso vento di traverso, lo avrebbe portato a cappottarsi attorno ad una simile velocità, girando su se stesso ancora ed ancora. Un’esperienza che, purtroppo, avrebbe finito per costargli la vita. Immaginate dunque fino a che punto dovesse essere cosciente della sua mortalità, quest’uomo intento a estrinsecarsi nella stessa impresa patriottica, ovvero il tentativo di restituire finalmente il record di velocità su ruote agli Stati Uniti oltre dieci anni dopo che in questo celebrato luogo il britannico John Cobb aveva conseguito le 394 miglia orarie (pari a 634 Km/h) nel 1947, con la sua Railton Mobile Special, un vero e proprio mostro dotato d’impianto a pistoni da 3.300 cavalli ed 8,74 metri di lunghezza. Obiettivo soltanto in apparenza irraggiungibile per un privato senza grandi sponsor o particolari esperienze pregresse, a patto di essere disposti a spingersi concettualmente oltre i confini della ragionevolezza. Guardando, come si era fatto fino a quel momento, all’interno del mondo aeronautico per procurarsi l’opportuna spinta, che tuttavia si era evoluto ad un capitolo del tutto nuovo della sua storia: l’epoca degli aerei a reazione, con tutto ciò che questo comportava. Il che avrebbe permesso a costui, con il supporto di un gruppo di amici hobbisti famosamente coinvolti “durante una cena a base di bistecche” di acquistare sul mercato di seconda mano un potente General Electric J47-19, il tipo di turbogetto precedentemente utilizzato per l’enorme bombardiere B-36D ed i caccia del conflitto coreano come l’F-86 Sabre. E costruirgli attorno grazie all’assistenza dell’esperto publisher del settore Ray Brock, come niente fosse, un’automobile pensata per sfidare il muro stesso delle aspettative pregresse. Aggressivamente rossa, appuntita come il muso del serpente e forse anche per questo denominata come il simbolo sinuoso della professione del suo committente: il caduceo, verga mitologica impugnata dall’alato messaggero degli dei, Mercurio. Che da buon amante della velocità non avrebbe certamente disdegnato un giro a bordo di quel bolide così eccezionalmente performante, almeno in teoria…
tentativi
L’ambizione storica dei samurai che avrebbero voluto costruire un castello californiano
Uno degli scenari più frequentemente esplorati nelle narrazioni di storia alternativa è quello che vede un immaginario esploratore giapponese, tra il XV ed il XVII secolo, approdare in qualche modo nel Nuovo Mondo. Incoraggiando in seguito al proprio ritorno, in un paese sconvolto dalle guerre civili, l’esodo di massa che avrebbe potuto portare ad un primo insediamento di genti asiatiche in quelli che costituiscono gli odierni Stati Uniti. Se la nazione del Sol Levante non avesse praticato, fin dall’istituzione del primo governo shogunale, una politica di diffidenza e successiva chiusura nei confronti dell’Occidente; se l’antico arcipelago avesse posseduto una tradizione marinaresca maggiormente sviluppata nel tempo; se le prime avventure di conquista in Corea ed in Cina avessero confermato in modo più efficace e vantaggioso le tendenze imperialiste di quel popolo guerriero. Nel realizzarsi di queste ed altre condizioni, dopo tutto, la navigazione in linea retta attraverso l’Atlantico, con la possibilità di un sosta intermedia presso l’arcipelago delle Hawaii era tutt’altro che irrealizzabile, soprattutto al confronto con portato a termine fatto dalle genti polinesiane provenienti dal sud est asiatico oltre cinque secoli prima di quel periodo storico. Ce ne sarebbero voluti d’altra parte ulteriori tre, affinché qualcuno in tali lande finisse per rendersene conto, al verificarsi di fattori contingenti se possibile ancor più ardui da soprassedere. Quel personaggio sarebbe stato nella seconda metà del 1800 il daimyō o signore feudale poco più che ventenne Matsudaira Katamori, rinomato dominatore della provincia di Aizu Wakamatsu, dalla mente aperta nei confronti dei cosiddetti rangaku (蘭学) ovvero gli Studi Olandesi o discipline provenienti da terre lontane, ma un ancor più sviluppato senso dell’onore ed il rispetto della posizione spettante alla sua discendenza. Quella di una delle Gosanke (御三家) ovvero “Tre Nobili Casate” con stretti legami di parentela nei confronti della dinastia regnante dei Tokugawa, nel suo caso per il tramite del figlio illegittimo del terzo shōgun, Iemitsu. Il che l’avrebbe visto ricoprire a partire dal 1862 la carica di Commissario Militare di Kyoto, fino all’insorgere di quel gruppo di clan capeggiati dai Choshu e Satsuma, che avrebbero rovesciato l’ordine costituito scatenando la guerra civile Boshin nel 1868, destinata a culminare con la deposizione del quindicesimo erede Tokugawa Yoshinobu, giungendo alla restaurazione del potere imperiale dopo quelli che avevano formalmente costituito oltre 7 secoli di dittatura militare. Ciò non prima, tuttavia, di molte sanguinose battaglie inclusa quella del dominio di Aizu, che avrebbe visto Matsudaira sconfitto ed arrestato ma, in modo alquanto atipico per l’epoca, lasciato in vita a seguito del novembre di quel fatidico anno. Il che gli avrebbe consentito di dare disposizione ai suoi sottoposti di mettersi in salvo, abbandonando le precedenti cariche e partendo, in almeno un caso assai specifico, verso terre o paesi lontani. Un particolare, riferimento, quest’ultimo, all’avventura del fedele consulente militare e fornitore di armi europee, il prussiano John Henry Schnell, che ormai da quasi una decade aveva frequentato la sua corte, guadagnandosi la fiducia dei samurai al punto da essere invitato egli stesso all’interno di tale potente classe sociale, con la concessione di un terreno, una spada ed una moglie giapponese di nome Jou. Acquisendo una posizione salda di prestigio e in apparenza solida, almeno fino alla caduta in disgrazia del suo signore e la conseguente occasione di proporgli una soluzione inaspettata: partire lui stesso, accompagnato da circa due dozzine di figure “scomode” nel vigente clima politica, alla volta di quel quasi leggendario continente così come avevano fatto Colombo e la Mayflower partita da Plymouth. Dopo tutto, l’America era vasta e c’era ancora spazio. Se tutto fosse andato per il verso giusto, lo stesso Matsudaira avrebbe in seguito potuto scegliere l’esilio ed imbarcarsi. Per costruire nuovamente il proprio feudo, castello incluso, all’altro lato dell’Oceano più grande del mondo…
Negli anni 80 della crisi petrolifera, l’astronave concepita per attraversare con un solo pieno gli Stati Uniti
Mentre gli equilibri diplomatici del Medio Oriente subiscono l’ennesima scossa, per le scelte militari e priorità politiche di potenze esterne a tale area geografica, l’emisfero occidentale riceve un rinnovato quanto familiare promemoria su quanto possa essere delicata la gestione del mercato globale, con particolare riferimento a quel fluido sotterraneo che costituisce, allo stato dei fatti attuali, la principale riserva energetica dell’odierna società industrializzata. Petrolio estratto, trasformato e distribuito verso i quattro angoli del club delle nazioni, in base a criteri che ben poco hanno a che vedere con il bene della collettività. E d’altronde, adesso più che mai, ci sembra destinato ad esaurirsi, prima o poi. Chi può dire se questa sarà l’ultima volta? Di sicuro non è stata la prima. Nessuno ha già dimenticato, a tal proposito, il rincaro del greggio all’apice della guerra del Kippur del 1973 o di sei anni dopo, verificatosi a seguito della rivoluzione islamica in Iran. Momenti in cui guardammo in bilico la linea incerta di un diverso orizzonte. E con una diffusione assai inferiore, rispetto ad oggi, dei veicoli personali mossi tramite l’energia elettrica o altre fonti di propulsione alternativa. Il che poteva essere l’origine di un differente approccio, non del tutto privo di vantaggi inerenti. Se dopo tutto l’energia è creazione implicita dell’oro nero, non dovremmo forse rintracciare come valida contromisura utilizzarne quantità minori? Ancor prima di aggirare, in maniera vagamente utile, il nucleo luminoso di quel grande problema. Allorché all’epoca di quel secondo periodo, una delle menti eccelse dell’automobilismo del Novecento si trovò all’interno di una stanza con Harvey Lamm, direttore della divisione americana della Subaru. Il suo nome era Alexander Tremulis, accompagnato da una fama imperitura di oltre quattro decadi alle spalle, per la progettazione di alcuni dei veicoli più innovativi e strabilianti usciti nello scorso secolo dalle fabbriche o istituti di design statunitensi. La sua idea, stavolta, semplice quanto efficace: creare un’automobile capace di percorrere 100 miglia con un singolo gallone (alias 160 Km con 3,7 litri) grazie ad una serie di specifici accorgimenti. Tra cui un peso ridotto, senza dubbio, ma anche ciò che da sempre aveva costituito un punto fermo del suo rinomato catalogo di proposte: l’aerodinamica. Egli intendeva in altri termini, in tale occasione più di ogni altra “Eliminare la sadica tortura dell’aria innocente” (Wow!) Soltanto in pochi avrebbero potuto immaginare il sentiero che avrebbe percorso, a partire da disegni che in molte maniere ricordavano le opere d’ingegno coéve dei fumetti di Battlestar Galactica o il primo film di Guerre Stellari. Ben più che una semplice coincidenza, a dire il vero, visto il punto di partenza per il corpo della sua X-100 Gyronaut, creato a partire da un vero e proprio serbatoio aeronautico che aveva conservato. Accoppiato col motore, compatto ed efficiente, dell’auto compatta Subaru Rex, venduta in molti luoghi eccetto il Nordamerica, vista la preferenza locale per veicoli di dimensioni e peso decisamente maggiori. Ancorché una tale ipotesi di veicolo se mai prodotto in serie, animato da un significativa spinta di originalità ed eclettismo, con il senno di poi non avrebbe certo mancato di attirare l’attenzione del mercato. In cerca di soluzioni moderne per i problemi contemporanei. Allora, come adesso…


