Nel Museo della Tecnologia moderna di Saskatoon, capitale del Saskatchewan, i visitatori vengono chiamati a contemplare un bizzarro veicolo dotato di quattro ruote, vagamente simile alle linee geometricamente razionali inaugurate dal successo dell’iconica Ford Model T. Riconducibile a un contesto di mercato del primo terzo del secolo scorso, se non fosse per l’assenza di un volante, parabrezza, finestrini, sedili posteriori e cosa ancor più rilevante, un motore. Di fronte al misterioso oggetto, c’è uno schermo coordinato con il tipo di piattaforma semovente normalmente utilizzata per i simulatori o videogiochi di guida. Affinché chiunque lo desideri, salendo a bordo, possa premere il pulsante di avvio dell’attrazione interattiva. Per poter vedere con i propri occhi il paesaggio cittadino ricostruito che gli scorre incontro. Mentre innanzi al posto di guida, sobbalzante a ritmo con il suono sincopato di sottofondo, quelli che possono soltanto essere i quarti posteriori di un tiro a due cavalli. “Benvenuti all’epoca dei vostri bisnonni” Risuona l’eloquente voce registrata. “E all’esperienza in prima persona di una di quelle caratteristiche, affidabili Bennet Buggy.”
Per rispondere dunque all’implicita domanda, diffusa tra i rari turisti di altre nazionalità, di chi fosse esattamente Richard Bennett, occorrerà ricorrere all’album della politica della nazione canadese. Trattandosi non di un inventore, né un carrozziere o esperto meccanico ed allevatore di cavalli, bensì nientemeno che l’undicesimo Primo Ministro democraticamente eletto in quel paese, con l’onore e la sfortuna di trovarsi al timone nei cinque anni successivi al 1930. Epoca corrispondente con l’inizio del disfacimento della finanza internazionale dovuto alla crisi dei prestiti e l’agguerrita politica protezionista degli albori della globalizzazione. Quando gli agenti di borsa precipitavano dalle finestre dei suicidi e la gente comune, nonostante i presupposti d’inizio secolo, faticava a guadagnarsi il proprio pane quotidiano. Figuriamoci la benzina necessaria a compiere tragitti rilevanti a bordo dei propri fedeli mezzi di trasporto. Ecco allora una delusa collettività, recentemente abituatasi alla ricchezza dei cosiddetti Roaring Twenties, con trattori e autoveicoli diventati all’improvviso totalmente inutili. Ed alcuna prospettiva di poter tornare allo stato di grazia precedente. Cos’avrebbe dovuto fare a quel punto un uomo, se non sventrare la propria Plymouth, General Motors o Chrysler. E ritornare con placida rassegnazione ai buoni, vecchi metodi dell’addomesticazione animale? Siamo del resto in un’epoca in cui lo stile di vita della fattoria era ancora fortemente intrecciato nella quotidianità della comunità rurali. Allorché la vista di tali veicoli privati dell’impianto semovente ed ogni orpello meno che essenziale diventarono a quanto si dice una vista comune sulle strade scarsamente trafficate. Ed a quel punto fu del tutto naturale battezzare tali marchingegni con il nome dell’individuo che, più di ogni altro, veniva ritenuto responsabile della miseria generalizzata, così come si usava fare per le baraccopoli dei senza tetto (Bennet Barnyards) o i gli insapori surrogati della bevanda energizzante mattutina (Bennet Coffee). Il che rappresentava, incidentalmente, un metodo preso direttamente in prestito dai vicini confini statunitensi…
vecchi tempi
Dal vapore alla velocità su strada: storia della macchina capace di fischiare come una locomotiva
Nel corso degli ultimi anni del XIX secolo, non vigevano particolari dubbi in merito a quale fosse l’automobile più popolare degli Stati Uniti. Prodotte in letterali centinaia di esemplari l’anno, cifra impressionante per quell’epoca, le steamer dei gemelli Stanley sfrecciavano su strade più o meno rudimentali, lasciando dietro una tipica ed evanescente scia del colore candido della neve d’inverno. Questo a causa del principio di funzionamento, basato sull’impiego di un reticolo di tubi riscaldati attorno ad un tamburo pieno d’acqua. Il quale, andando in compressione, trasmetteva direttamente l’energia alle ruote. Niente marce, complicati sistemi di trasmissione o altri aspetti del motore a combustione interna, né il peso addizionale delle batterie necessarie per quello ad energia elettrica. Ma soltanto, per citare la pubblicità aziendale: “Potenza – correttamente generata, correttamente controllata, correttamente applicata al semiasse posteriore.” Un proposito di base che mirava alla semplificazione come fattore di riferimento, in un settore dove non era ancora stato definito quale fosse il sentiero preferibile per quell’industria. Sebbene una cosa, più di ogni altra, sembrava avvantaggiare il puro regno del vapore: l’autonomia. Ed in effetti suscita pensieri singolari, la critica di un legislatore del Vermont di un amministratore civile rimasto senza nome, che in tali circostanze famosamente dichiarò: “Qualcuno dovrebbe bandire per leggi quei vili, maleodoranti, sbuffanti demoni dall’utilizzo degli abbeveratoi creati per il benessere del migliore amico dell’uomo, il cavallo.” Con riferimento alla reiterata attività dei primi automobilisti, che ancor prima di finire il combustibile necessitavano frequentemente di ricaricare l’acqua nella propria caldaia, con l’equivalenza di fermarsi al benzinaio più volte per singolo viaggio, all’interno di un mondo in cui una rete di distribuzione per i carburanti, semplicemente, ancora non esisteva. Un limite ben presto superato quando l’azienda fraterna di Watertown, in Massachusetts, iniziò ad introdurre un sistema di recupero del vapore nello scarico delle proprie compatte ciminiere. Mostrando per la prima volta un mondo in cui l’esaurimento del gasolio, o più frequentemente il kerosene, avrebbe anticipato lo svuotamento del bollitore nel cofano della bestia stradale. Senza drammi, senza vibrazioni o eccessivi disturbi alla quiete pubblica; allorché le steamer, rispetto alle contemporanee vetture con motore a quattro tempi, costitutiva un’esperienza di guida paradossalmente “liscia come l’olio”, e molto più potente dell’elettrico impiegato fuori da contesti assai specifici o per il conseguimento di nuovi record del mondo. Un progetto, quest’ultimo, fin da subito al centro dei pensieri dei loro creatori, quando Freelan O. Stanley fu il primo guidatore di un veicolo a salire fino in cima al monte Washington con la propria moglie come zavorra nel 1899. Un’impresa che gli avrebbe permesso di vendere i propri brevetti alla compagnia Locomobile, utilizzando i fondi raccolti per fondare la propria eponima compagnia. E dare conseguentemente inizio a quella che, per certi versi, riuscì quasi ad essere una rivoluzione…
La danza del pistone semovente che imperterrito percuote il suolo sottostante
L’attrezzo giace in stato di abbandono presso l’angolo remoto del capanno, immaginando di essere stato dimenticato dal suo padrone. Finché questi non pronuncia, all’indirizzo di un suo dipendente, le ispirate parole: “Prendi il rammer, ahi! Afferra il tamper figliolo. Porta qui quel wacker packer, che oggi ne avremo bisogno!” Giovane operaio pronto ai compiti della giornata, tutti quanti, tranne quello. Allorché una o due svolte dopo, all’ombra di una gru dismessa, si ritrova innanzi al marchingegno ponderoso ricoperto da un sottile strato di polvere ma neanche un singola macchia di ruggine residua. “Verrà un giorno” gli avevano annunciato i suoi colleghi: “Verà un giorno in cui sarai chiamato a un compito che è quasi un rito di passaggio. Stringi allora forte quella rigida maniglia. E non indossare scarpe antinfortunistiche per l’edilizia: non esiste punta sufficientemente rinforzata da resistere alla… Cosa.” Lì deposta e pronta all’uso, come se non fosse mai trascorso un giorno. Dal remoto 1948 o ’49, quando scandivano le pagine acquistate sui giornali: “Con il Barco Pegson Rammer chiunque può risolvere la situazione. Con il B.P.R, l’operaio deve solo spingere l’attrezzo verso il basso. Ed inclinarlo lievemente nella direzione desiderata.” Così scruta, il condannato, l’effettivo aspetto dell’orpello, costruito sotto quello che risponde ai chiari crismi operativi di un motore a due tempi. C’è una testa del cilindro, ben visibile come la torre di un castello medievale, con vicino il tappo per immettere la giusta dose di miscela. “Olio e benzina” raccomanda l’inclusiva placca d’ordinanza, che subito sotto mette in guardia: “Controllare che il serbatio sia BEN CHIUSO prima di avviare il primo salto. Aprire quindi la valvola a spillo di un giro e mezzo. Afferrare rapidamente l’impugnatura. E POMPARE con forza verso il pavimento.”
Il sole è alto quando viene l’ora di mettere la cosa fuori dal furgone. Alcuni sono in pausa e paiono lanciare timidi incoraggiamenti con lo sguardo. Altri ridono nascostamente sotto i baffi, avendo chiara nella mente l’ora in cui toccò loro compiere l’impresa di spianare il passo al pratico coronamento di quel compito dall’innegabile importanza. Allorché l’operatore, prese attentamente le misure dell’area che necessità di essere perfezionata, compie il gesto che gli fu narrato pochi giorni dopo che gli fu assegnata un’uniforme ed un caschetto da cantiere. Eppure nulla, in assoluto, avrebbe mai potuto prepararlo all’energia di un apparecchio del peso complessivo di 90 Kg, che decolla in modo chiaramente misurabile fino all’altezza di 30-40 cm. E nel momento in cui ricade verso il basso, salta su di nuovo come fosse il saltapicchio o pogo stick del diavolo in persona. La cui saliente frenesia, nel giro di un paio di balzi, sembrò impossessarsi di quelle mani operose. Allorché l’ultimo arrivato, con tenacia insospettata, continuava a spingere. E spingeva…
Ali per famiglie: le notevoli ambizioni di un plettro da chitarra volante
Caotico è il progresso, poiché alcuni aspetti tecnologici sembrano progredire a un ritmo accelerato. Mentre altri, dati per scontati nei minuti di un tempo trascorso, ritardano l’ingresso nel nostro quotidiano, quasi come se ogni cosa nascondesse, oltre la scorza semplice della mera sussistenza, un nucleo di effettivi ostacoli da superare, non sempre o necessariamente palese. Un chiaro esempio: l’idea che un giorno avremmo avuto l’abitudine di usare gli aeroplani per spostarci tra casa, lavoro e andare qualche volta al supermercato. Soli sessantasei anni per passare dall’aereo dei fratelli Wright allo sbarco sulla Luna, inutile specificarlo, tendono ad alzare collettivamente le aspettative. E dopo tutto l’effettivo sforzo e grado d’attenzione necessari per guidare l’automobile nel traffico non sono sempre trascurabili, anche quando confrontati con qualcosa che decolla, perseguendo l’obiettivo ultimo della Stella Polare. Era dunque il 1959 quando i coniugi John e Jennie Dyke, con residenza nell’Ohio statunitense, iniziarono a collaborare nel tentativo di dar forma al sogno di lui. Così trainando esperimenti aerodinamici di varie fogge e dimensioni dietro l’automobile di famiglia, e mettendo alla prova modellini radiocomandati giunsero gradualmente ad una propria personale concezione del perfetto aeroplano. Uno in cui le ali avrebbero vantato una particolare forma trapezoidale, capace di estendersi fino alla coda priva di stabilizzatore orizzontale. Una configurazione a doppio delta, in altri termini, non del tutto dissimile dai progetti diventati iconici del grande ingegnere aeronautico Alexander Lippisch, sebbene con finalità e dettagli funzionali radicalmente diversi. La filosofia progettuale del primo prototipo in grado di volare, messo finalmente alla prova con successo nel 1962, era in effetti quella di un velivolo straordinariamente compatto e facile da gestire in un contesto domestico. Il che voleva dire che poteva essere trainato su strada e quando necessario, addirittura immagazzinato all’interno di un normale garage. Questo perché gli appena 6,87 metri di apertura alare inclusiva di elevoni come superfici di controllo integrate, prevedevano la possibilità di ripiegare sopra la carlinga tali sporgenti elementi, lasciando in qualità di ostacolo i soli 5,79 metri di lunghezza, non molto superiori a quelli di un furgone o fuoristrada di uso comune. Una compattezza, nello specifico, raggiunta grazie alla straordinaria quantità di portanza generata dall’inusuale configurazione geometrica, in cui ogni singolo elemento dell’aeroplano contribuiva a mantenerlo in aria. Tanto che il JD-1 decollava in modo pressoché spontaneo, senza la necessità di tirare a se la leva di comando principale. L’interesse del pubblico sembrò fin da subito notevole, finché nel giugno del 1964, l’assurdo imprevisto: durante la saldatura di un componente nell’officina di John, si scatenò improvvisamente un incendio. Senza vittime (umane), per fortuna. Ma l’unica versione dell’aereo costruita fino a quel momento andò totalmente distrutta…



