Ogni porta viene aperta, ogni angolazione sottoposta a una disanima, qualsiasi accenno di metafora diviene il testamento di un groviglio di neuroni esperti nel creare connessioni più o meno evidenti. Così le arcane geometrie del mondo labile divengono figure metaforiche di luoghi atavici all’interno della fantasia di Internet: un susseguirsi di escrescenze oblunghe, flosce ma non troppo, dal cappello di una preciso cromatismo e il gambo tozzo e coincidente. Al chiodo fisso del principio alchemico connesso al singolo pilastro, l’asta filosofica di ciò che umano ed ancor prima di questo, appartenente alla metà marziana della schiera dei pianeti. Di un uomo chiamato Equino. E l’organo generativo, che caratterizza entrambi. Almeno in apparenza replicato centomila volte lungo le pareti di un segreto ambiente, corridoio sotterraneo affine all’epico concetto delle backrooms, il dungeon digitalizzato dei nostri singolari giorni. Eppure il surrealismo non pertiene alla precisa foto che, nel prolungarsi di un sincretico istante, si è fatta parafulmine d’innumerevoli doppi sensi e metafore puerili delle circostanze. Bensì l’opera parecchio redditizia di un ambito industriale in crescita, soprattutto nelle lande del dinamico e sempre versatile Oriente. Il che ci porta a un tentativo, per lo più basato sull’inferenza, che parrebbe porre tale inquadratura nell’ambiente di una fabbrica, o per meglio dire fattoria, possibilmente situata in Cina, Vietnam, Thailandia o altro paese dove il Pleurotus eryngii, o re delle trombette, fungo “ostrica” alias cardoncello, è l’oro cinerino che riesce a replicarsi tramite una serie di accorgimenti adeguati. Tra cui lungamente collaudato resta quello che lo vede sovrapposto nel sostrato verticale di un preciso susseguirsi di sacchetti, nelle mensole di rastrelliere perpendicolari, con la pratica disposizione che ne massimizza l’effettiva densità per metro quadro. Haec est veritas: una forma di ricerca gastronomica finalizzata all’efficienza. Nonché l’incomparabile, fungina abbondanza. E benché la collettività che sembra condividere non sembri interessata alla dietrologia di quel momento, catturato in una tavola di pixel coinvolgente quanto l’iconografia di un mito realizzato sotto l’occhio incredulo di chi è distante, un sintetico approfondimento può sembrare in qualche modo produttivo. Volendo cercare per quanto possibile di sostituire alle illazioni eccentriche, l’effettiva consapevolezza della Conoscenza…
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Il fungo a stella dei boschi texani e la sua ombra nel paese dei samurai
Per la legge inversamente proporzionale dell’iconografia contestuale, minore è il numero degli elementi araldici, maggiore risulta essere la loro importanza. Così nessuno ha voglia di contare e attribuire una ad una le 50 stelle o le 15 strisce del principale vessillo nordamericano, laddove ogni persona del più grande stato di quella federazione è pronta ad indicare il proprio astro prediletto, situato in campo blu e affiancato da una ragionevole, quanto accidentale imitazione della bandiera della Polonia. Imprescindibile fu nella storia questo simbolo, per la gente che ha formato il Texas e tutto ciò che esso contiene, fin dai tempi della battaglia di Medina del 1813, quando le truppe rivoluzionare del Nord affrontarono l’esercito più numeroso e meglio armato dei realisti della Nuova Spagna, dando luogo al più sanguinoso conflitto dell’epoca moderna nella loro intera regione. Nonché una sconfitta per i coloni, che nonostante ciò adottarono per la prima volta, come emblema di battaglia, l’astro solitario destinato a rimanere parte della propria identità futura. Trasformata dal 1839 in sigillo di quell’entità federata, da segno incontrastato di un’intera nazione, la stessa sarebbe in seguito rimasta a fondamento di molti aspetti del folklore e l’etimologia locale: dalla decorazione architettonica dei luoghi istituzionali, ai gagliardetti delle associazioni sportive, fino all’essenziale emblema dei ranger incaricati di mantenere l’ordine identificati, a partire dalla seconda metà del XIX secolo, mediante stelle ritagliate in senso metallurgico da singole monete risalenti all’epoca dell’egemonia messicana. Immaginate dunque quale possa essere stato il primissimo pensiero degli addetti ai lavori, alla descrizione e prima catalogazione nel novembre del 1893, da parte del micologo Lucien Marcus Underwood, di una forma di vita vegetativa in questa terra che si presentava con le immediatamente sacre cinque punte della più semplice rappresentazione astronomica: da ogni punto di vista rilevante, un vero e proprio fungo spaziale. Peccato soltanto che il suo aspetto vagamente demoniaco, il colore nero e l’inquietante capacità di emettere un sibilo inquietante seguito da uno sbuffo nero, gli avrebbero precluso inizialmente una qualifica di spicco, attribuendogli la metafora del nome comune “sigaro del diavolo”. Appellativo non propriamente desiderabile, almeno fino all’inizio dell’epoca post-moderna. Così Chorioactis geaster, originariamente posto nella famiglia dei Sarcosomataceae a causa della vaga somiglianza del corpo fruttifero alle specie del genere Urnula, avrebbe costituito fin da subito un’anomalia nel panorama biologico fungino del Nuovo Mondo, guadagnandosi la doppia qualifica di essere endemico ed al tempo stesso monotipico, come riconfermato anche dalla classificazione del 1936 da parte di Finn-Egil Eckblad. Il che non precludeva la possibilità, ad esso strettamente interconnessa, di suscitare un senso ancor più approfondito d’inspiegabile mistero. Quando l’anno successivo, vari avvistamenti registrati all’altro capo del pacifico, nelle prefetture giapponesi di Nara e Miyazaki, confermarono in via preliminare l’associazione di questa inconfondibile presenza nel fungo conosciuto localmente come kirinomitake, per via della somiglianza del fungo non ancora maturo ai baccelli neri dei semi dell’albero di kiri, alias Paulownia tomentosa. Anomalia nella distribuzione biologica che vede una singola specie micologica presente in due diversi luoghi ai rispettivi capi del globo terracqueo, e solamente quelli. Che tutt’ora, in assenza di ulteriori indizi, la scienza stenta a spiegare…
Riemerso a Kagoshima un raro esempio dell’aereo che avrebbe protetto l’arcipelago sul finire del conflitto mondiale
“La spada stessa incita a compiere atti di violenza” è la citazione Omerica, pronunciata nel momento in cui Odisseo fa ritorno ad Itaca e prepara la propria vendetta contro i Proci. Non c’è d’altronde nessun tipo di conflitto che non faccia uso delle armi ed è innegabile che il fatto stesso d’impugnarle, in molti casi, trasformi e adatti la tipologia d’interazione tra individui che si appresta a definire in base ai più evidenti schemi delle aspettative umane. Così giunti alle ultime fasi di quello che molti in patria non percepivano più come un semplice conflitto, bensì una lotta esistenziale per la sopravvivenza, verso la primavera del 1945 i piloti giapponesi sopravvissuti alle battaglie, i raid, le operazioni kamikaze operavano ormai senza il piano di un comando centrale a indicare priorità definite. Molti di loro, nei campi di volo disseminati per la terra di Yamato, attendevano semplicemente il preavviso dei radar oppure il suono, fin troppo riconoscibile, delle sempre più frequenti formazioni di B-29 o altri bombardieri americani. Quindi sollevandosi da terra, evocando nella mente immagini dei samurai di un tempo, tentavano il tutto per tutto in un’ultima, impossibile intercettazione. Erano la forma stessa, il motore ed i cannoni dell’aereo, ad imporlo. Fu così nell’espletarsi di una simile casistica, che il tenente Yoshishige Hayashi, nel 21 aprile di quell’anno fatale staccò le proprie ruote dalla base militare di Akune ed Izumi, nella parte occidentale dell’isola del Kyushu, prima porta d’accesso alla terra sacra dell’arcipelago dei suoi progenitori. Con l’aspettativa di fare il miglior uso possibile, quanto meno, dell’eccellente macchina che il Servizio Aeronautico dell’Esercito Imperiale aveva scelto di affidargli: un N1K2 Shiden-Kai o “Fulmine Viola (migliorato)” con i suoi quattro cannoni da 20 mm ed il motore radiale Homare capace di generare fino a 2.000 cavalli. Raccontano le cronache, ad ogni modo, che tale sortita non fu un totale fallimento. Permettendogli di abbattere, prima della fine, almeno un singolo bombardiere con il suo carico di morte a bordo.
Oltre ottant’anni dopo, la sua stessa formidabile macchina da guerra è ad ogni modo diventata una visione familiare tra i bagnanti di questa particolare zona del paese. Con una ragione ben precisa: la sua saltuaria visibilità, come sagoma piuttosto evanescente, a tre metri di profondità e duecento dalla costa della prefettura di Kagoshima. Là dove, di fronte a testimoni, Yoshishige si trovò a tentare l’ultimo ammaraggio, quella stessa manovra che finì purtroppo per costargli la vita. Un silente monito al ricordo di quel novero di sacrifici compiuti dai giovani di tutte le nazioni, nel tentativo di cercare l’unico futuro possibile per se stessi, i propri amici, le proprie famiglie. Tanto prezioso, per fattori metaforici ed al tempo stesso assai tangibili, da motivare una tardiva quanto complicata operazione di recupero la settimana scorsa, portata avanti dall’organizzazione locale per la tutela dei beni storici guidata da Himoto Eisuke. Così lentamente, attentamente, il vecchio bolide è riemerso dalle onde al cospetto di una gremita folla di curiosi e appassionati di storia. Finalmente il mondo attuale aveva l’opportunità di riconoscere, soltanto per la quinta volta tra sparuti esempi ad ambo i lati dell’Oceano, uno dei più rari e performanti aerei giapponesi della prima metà del Novecento…
Legittimo un tributo, se scarseggia il sostituto. Amara è la salvezza del peponide bitorzoluto
A suo tempo reso popolare, sul principio del millennio, dal titolo di una delle migliori nonché maggiormente eclettiche serie animate sui samurai del celebrato autore Shinichirō Watanabe, il termine in dialetto okinawese chanpurū (チャンプルー) che vuol dire “mescolare”, viene udito spesso dagli stranieri in un contesto ben preciso, quello dei ristoranti che operano presso i luoghi turistici sulla temperata isola nel Pacifico all’estremità dell’arcipelago giapponese. Riferito a quello che potrebbe risultare, nel vasto ricettario di un simile luogo amato dai gourmand, il piatto che più di ogni altro rappresenta la costellazione d’ingredienti tipici di tale terra emersa, costituito da una mescolanza ad arte di tofu combinato con pesce o carne, uovo e almeno un tipo di verdura che soverchia l’eventuale scelta di qualsiasi altra: gōyā ゴーヤ ovvero ciò che il resto del Giappone chiama in modo semplice nigauri (苦瓜) il “melone amaro”. Che non è nei fatti propriamente un semplice melone, bensì… Immaginiamo dunque come nella ricorrenza del calendario dedicata a questo frutto, corrispondente al primo giorno della seconda settimana di maggio, perché ゴ vuol dire cinque, mentre ヤ si riferisce al numero otto, per l’allineamento delle stelle il verde oggetto emerga all’improvviso e come per magia dal piatto. Non più tagliato in plurime sezioni toroidali, bensì verticalmente eretto in senso perpendicolare, la forma oblunga e la sua buccia surreale che potrebbe ricordare la pelle verrucosa di un batrace in silenziosa attesa. Quanti fuggirebbero, a quel punto, di fronte ad un tale visione! Che anche per gli avvezzi, appare degno di essere paragonato a un qualche tipo di creatura tentacolare ed aliena. Ancorché nulla in questo tipo di pietanza debba necessariamente contenere implicazioni…Ostili, fatta forse l’eccezione per lo scoglio qualche volta insuperabile del gusto acquisito. In un mondo culinario, quello dell’Estremo Oriente, dove il quinto dei sapori, e tanto spesso il meno amato, viene attivamente perseguito tramite l’impiego d’ingredienti dalle origini del tutto naturali. Tra cui la zucca misteriosa della Momordica charantia rappresenta, in mezzo a molte alternative il più potente e imprescindibile e temuto dai non iniziati. Un amaro che non resta sullo sfondo, ma piuttosto sorge all’improvviso e ripetutamente aumenta, ad ogni morso, permanendo anche al completamento del boccone.
Come un concentrato traboccante di radicchio, moltiplicato mille volte. Lasciandoci il dovere di sottolineare come la vera gōyā, quando viene consumata senza tecniche per mitigarla, se non si è cresciuti abituandosi per gradi ad una simile potenza, è una pietanza consigliata solo ai coraggiosi della tavola imbandita. E non soltanto quella…



