L’anno era il dodicesimo del regno del duca di Zhao, corrispondente al remoto 530 a.C. Al termine di un banchetto calibrato per celare gli antichi rancori, i rappresentanti della giovane alleanza si concessero qualche minuto di meditazione prima di affrontare il vero tema della giornata. I servitori dalle tuniche semplici si muovevano in silenzio tra piccoli boschetti di bambù e salici, specchi lacustri e ornati padiglioni con tetti lievemente curvi. Mentre i piatti che avevano contenuto cereali, carne di maiale, di montone speziato e schiere di carpe preparate al vapore iniziavano lentamente a sparire, il desiderio dei presenti di bere vino di miglio veniva largamente assecondato, mediante la copiosa aggiunta di ulteriori caraffe e boccali di pregevole fattura. Al culmine del pomeriggio assolato, il Duca Jing di Qi si piegò lievemente in avanti, alzando la mano destra per richiamare l’attenzione dei suoi illustri ospiti prima di pronunciare le parole di rito: “Ho recentemente acquisito durante uno scambio di beni nella città di Linzi una serie di frecce di bassa qualità e rozzi vasi dipinti. Sarei grato al mio amico se in questo frangente, egli mi permettesse d’intrattenerlo.” Volgendo la testa dal copricapo complesso e sollevando le spalle coperte dalla veste di seta, lanciando un sorriso di circostanza costui rispose: “Avendo già ricevuto il pregiato vino e gradite vivande, non posso accettare di arrecare ulteriore disturbo al padrone di casa per il mio divertimento.” La risposta fu netta, quanto chiaramente attesa: “Oh, non sono molto abile, chiedo di essere dispensato.” Mentre l’attendente preposto entrava nel giardino murato portando i sopracitati oggetti, tra cui spiccava la coppia di recipienti dal lungo collo in ceramica, magnificamente dipinti con immagini degli Immortali taoisti, il Duca si affrettò ad insistere: “Mio caro, umilmente ripeto di come l’occasione sia un passatempo rustico a mala pena degna d’intrattenervi. Fermamente rinnovo il mio invito.” Al che il più elevato rappresentante del regno di Zhao, Zhongxing inchinandosi vistosamente, affermò ancora di non essere all’altezza. La ripetitiva conversazione fu portata a termine per ben tre volte, finché quest’ultimo finalmente disse: “E sia, dunque. Ma se il vino fosse abbondante come il fiume Huai e la carne ammucchiata in alto come un’isola del Fiume delle Perle, se il nostro sovrano centrasse il bersaglio in questo frangente, egli sarebbe certamente una degna guida tra i signori feudali di quest’epoca in guerra.” Difficile, a distanza di oltre 25 secoli, comprendere quanta ironia ci fosse in tale drammatica affermazione.
Una cosa, tuttavia, è innegabile: il semplice gioco del Touhu (投壶 – Letteralmente “Lancio nella giara”) sarebbe stato destinato a persistere ben oltre la durata della fragile tregua tra Qi e Zhao, attraversando senza modifiche particolarmente sostanziali una quantità spropositata di generazioni. Ciò in forza del suo profondo significato filosofico, ma anche e soprattutto una capacità di coinvolgere pressoché immediatamente partecipanti e spettatori, egualmente interessati alla ripetizione di un gesto che in linea di principio poteva sembrare alla portata di chiunque. Ma richiedeva in realtà un’accurata coordinazione di mente e braccio, nonché la predisposizione a calibrare attentamente l’enfasi ed il giusto dosaggio di forza…

Più volte menzionato nei testi classici a partire dallo Zuo Zhuan (左傳 – Cronaca o Commentario di Zuo) compilato attorno al IV secolo a.C, l’effettiva antichità del gioco del Touhu può essere facilmente desunta dalla quantità di esempi ritrovati del più notevole implemento necessario alla sua effettiva pratica situazionale. Un particolare recipiente di ceramica, dalla base ampia ed una forma marcatamente verticale, talvolta fornito di ulteriori due aperture ad anello in corrispondenza dell’imboccatura superiore, capaci d’immaginare taluni aspetti non sempre applicati del suo vetusto regolamento. Nato come alternativa più facilmente organizzabile e spazialmente accessibile delle originali competizioni di arcieria, utilizzate fin dagli albori della storia cinese come strumenti diplomatici e opportunità di accumulare prestigio per i detentori di una corte nobile, all’epoca degli Stati Combattenti (453 – 221 a.C.) il presunto passatempo aveva ormai acquisito una codifica ben precisa tramite i plurimi testi scritti sull’argomento e l’ideale ambito per venire praticato: i giardini formali creati in base all’estetica Confuciana e Taoista, spesso in abbinamento ad altre opportunità di svago colte tra cui le competizioni di poesia, la musica rituale e la competizione strategica degli scacchi liubo. Il che non toglie come ad un occhio moderno tale prassi possa risultare quasi istantaneamente riconoscibile, essendo per molti versi simile al cornhole di origini tedesche, così come il lancio del ferro di cavallo del mondo anglosassone o ancora il più moderno beer pong, in cui fare centro con la pallina all’interno di un bicchiere di bevande alcoliche impone all’avversario di tracannarlo. Con la significativa e chiaramente determinante differenza di vedere utilizzato come ancestrale proiettile una tipologia specifica di dardi simili a frecce per il tiro con l’arco, sebbene modificate in base ad un codice attentamente definito. Realizzate generalmente in bambù, molto leggere e flessibili, nonché priva di punta al fine di evitare sgradevoli incidenti, avevano una lunghezza di fino a una ventina di centimetri e 2-3 di diametro circa, onde favorire una traiettoria prevedibile fino alla distanza massima di circa 3 metri da cui si veniva chiamati a lanciare, in base al livello di difficoltà scelto per l’occasione. Affinché i partecipanti cimentandosi a turno, vedessero i propri punti conteggiati in base ad uno schema crescente, che vedeva ogni lancio aumentare progressivamente di valore.
Senza vedere in alcun modo calare il suo prestigio durante le prime dinastie del paese unificato, Qin e Han, il gioco particolarmente amato dai dignitari ed alti ufficiali militari si arricchì dunque di ulteriori varianti mirate a dimostrare l’abilità dei partecipanti, tra cui l’impiego di paraventi per il lancio alla cieca o la possibilità di partecipare bendati o voltati di schiena. Dopo un ulteriore periodo di disordini e l’inizio del periodo dei Jin, fino all’insorgere dell’epoca d’oro della potente dinastia Tang, il Touhou continuò ad avere i suoi estimatori e puristi, sebbene avesse guadagnato gradualmente anche l’interesse di un pubblico più vasto. Particolarmente significativo, meno di un secolo dopo il nostro anno Mille, il testo redatto dallo studioso confuciano della dinastia Song, Sima Guang, incline a lamentare la perdita del significato rituale anticamente attribuito al gioco, richiamando i praticanti a ritrovare l’antico rispetto e il modo giusto di affrontare tale sfida, come ausilio allo sviluppo della tempra d’animo e sicurezza nelle proprie capacità di servire lo Stato. Con una ritrovata raffinatezza esteriore particolarmente in relazione alla produzione ceramica, l’epoca successiva avrebbe dunque visto produrre una ricca serie di ceramiche conformi allo stile Cizhou, spesse e resistenti, decorate con scene pittoriche miranti alla lunga tradizione paesaggistica e mitologica del Regno di Mezzo.
Mai effettivamente relegato all’ambito di semplice trastullo fanciullesco, il lancio delle frecce dentro i vasi continuò dunque ad essere praticato attivamente fino al termine dell’ultima dinastia dei Qing, diventando un sinonimo di tradizione e filo ininterrotto con il passato. Il che ne fece un bersaglio fin troppo evidente successivamente alla Rivoluzione Culturale di Mao Zedong, dichiaratamente incline a sradicare nel suo popolo la rigidità imposta dei cosiddetti quattro Vecchi: idee, tradizioni, costumi ed abitudini. Una tendenza prossima al divieto che sarebbe stata invertita soltanto in seguito alle riforme della presidenza di Deng Xiaoping (1978-1989) mirate a favorire una sostanziale riapertura nei confronti dei valori tradizionali cinesi. Un conflitto percepito che d’altronde non coinvolse mai gli aspetti esportati all’estero del gioco nelle sue versioni coreana e giapponese, luoghi dove continuò ad essere praticato con sereno trasporto per l’intero estendersi di quegli anni difficili, talvolta come approccio traversale alla raramente discussa storia olistica dell’intera Asia Orientale. Un prezioso quanto raro segno di come siano stati proprio i giochi, dal ducato di Zhao fino alla nascita del mondo contemporaneo, a favorire l’incontro di culture e modi contrapposti di vedere il mondo. Almeno finché un certo tipo di problemi irrisolvibili finiscano, invariabilmente, per soprassedere ai tentativi condivisi di avvicinamento e pacificazione. E frecce vere inizino a solcare i cieli foschi della storia…

