“La spada stessa incita a compiere atti di violenza” è la citazione Omerica, pronunciata nel momento in cui Odisseo fa ritorno ad Itaca e prepara la propria vendetta contro i Proci. Non c’è d’altronde nessun tipo di conflitto che non faccia uso delle armi ed è innegabile che il fatto stesso d’impugnarle, in molti casi, trasformi e adatti la tipologia d’interazione tra individui che si appresta a definire in base ai più evidenti schemi delle aspettative umane. Così giunti alle ultime fasi di quello che molti in patria non percepivano più come un semplice conflitto, bensì una lotta esistenziale per la sopravvivenza, verso la primavera del 1945 i piloti giapponesi sopravvissuti alle battaglie, i raid, le operazioni kamikaze operavano ormai senza il piano di un comando centrale a indicare priorità definite. Molti di loro, nei campi di volo disseminati per la terra di Yamato, attendevano semplicemente il preavviso dei radar oppure il suono, fin troppo riconoscibile, delle sempre più frequenti formazioni di B-29 o altri bombardieri americani. Quindi sollevandosi da terra, evocando nella mente immagini dei samurai di un tempo, tentavano il tutto per tutto in un’ultima, impossibile intercettazione. Erano la forma stessa, il motore ed i cannoni dell’aereo, ad imporlo. Fu così nell’espletarsi di una simile casistica, che il tenente Yoshishige Hayashi, nel 21 aprile di quell’anno fatale staccò le proprie ruote dalla base militare di Akune ed Izumi, nella parte occidentale dell’isola del Kyushu, prima porta d’accesso alla terra sacra dell’arcipelago dei suoi progenitori. Con l’aspettativa di fare il miglior uso possibile, quanto meno, dell’eccellente macchina che il Servizio Aeronautico dell’Esercito Imperiale aveva scelto di affidargli: un N1K2 Shiden-Kai o “Fulmine Viola (migliorato)” con i suoi quattro cannoni da 20 mm ed il motore radiale Homare capace di generare fino a 2.000 cavalli. Raccontano le cronache, ad ogni modo, che tale sortita non fu un totale fallimento. Permettendogli di abbattere, prima della fine, almeno un singolo bombardiere con il suo carico di morte a bordo.
Oltre ottant’anni dopo, la sua stessa formidabile macchina da guerra è ad ogni modo diventata una visione familiare tra i bagnanti di questa particolare zona del paese. Con una ragione ben precisa: la sua saltuaria visibilità, come sagoma piuttosto evanescente, a tre metri di profondità e duecento dalla costa della prefettura di Kagoshima. Là dove, di fronte a testimoni, Yoshishige si trovò a tentare l’ultimo ammaraggio, quella stessa manovra che finì purtroppo per costargli la vita. Un silente monito al ricordo di quel novero di sacrifici compiuti dai giovani di tutte le nazioni, nel tentativo di cercare l’unico futuro possibile per se stessi, i propri amici, le proprie famiglie. Tanto prezioso, per fattori metaforici ed al tempo stesso assai tangibili, da motivare una tardiva quanto complicata operazione di recupero la settimana scorsa, portata avanti dall’organizzazione locale per la tutela dei beni storici guidata da Himoto Eisuke. Così lentamente, attentamente, il vecchio bolide è riemerso dalle onde al cospetto di una gremita folla di curiosi e appassionati di storia. Finalmente il mondo attuale aveva l’opportunità di riconoscere, soltanto per la quinta volta tra sparuti esempi ad ambo i lati dell’Oceano, uno dei più rari e performanti aerei giapponesi della prima metà del Novecento…
415 è il numero complessivo effettivamente prodotto, a quanto è stato ricostruito, di questa specifica versione del Kawanishi N1K Kyōfū (Vento Forte) quello che aveva costituito all’apice del conflitto uno dei tipici e riconoscibili idrovolanti da combattimento schierati in diversi teatri del conflitto dalle forze armate dell’Impero del Sol Levante. Quando sembrava che il caratterizzante dinamismo e la rapidità di spostamento degli scontri del Pacifico potessero impiegare al meglio soltanto due tipi di caccia: quelli trasportati dalle portaerei, come il già iconico Mitsubishi A6M “Zero” con l’alternativa d’intercettori più grandi ed inerentemente poco maneggevoli, dotati di galleggianti onde poter fare a meno di piste di decollo ed atterraggio. Una dottrina destinata gradualmente ad essere modificata, man mano che la superiorità operativa dei rivali statunitensi F6F Hellcat, F4U Corsair e P-51 Mustang mostravano la propria chiara superiorità in termini di potenza di fuoco, portata operativa e velocità massima, se non la maneggevolezza ancora superiore nei più piccoli e leggeri modelli frutto dell’ingegno nipponico. Mentre anche il relativamente rapido Mitsubishi J2M Raiden faticava a tenere il passo contro quei nemici, in corrispondenza del Natale del 1944 simili considerazioni avevano portato ad un nuovo visitatore di quei cieli in fiamme: il cosiddetto N1K2 Shiden-Kai, per l’appunto, sostanzialmente un Kyōfū dal quale erano stati rimossi, previa rapida alterazione del telaio e abbassamento delle ali, i voluminosi ed anti-aerodinamici galleggianti. Qualcosa che per lungo tempo aveva eluso, dunque, i progettisti nazionali, giungendo inerentemente a costituire un valido esempio di combattente tecnologicamente ineccepibile, perfettamente in grado di affrontare le più formidabili macchine da guerra provenienti dall’altro lato del Pacifico. Il fulmine viola (Shi – 紫 Den – 電) era tuttavia giunto troppo tardi nel declino graduale della macchina bellica imperiale, e nonostante le semplificazioni inerenti del suo processo produttivo non fu effettivamente possibile schierarlo in quantità sufficienti da cambiare il destino di un paese ormai agli sgoccioli dal punto di vista dei materiali e l’industria pesante. Il che non gli avrebbe impedito, d’altro canto, di ottenere le sue vittorie e diventare uno strumento di propaganda, come nella storia enfatizzata all’epoca dell’asso Kaneyoshi Muto, che ai comandi del suo formidabile N1K2 venne riportato come in grado di sconfiggere un’intera formazione di sette F6F Hellcat sopra i cieli della madrepatria, abbattendone ben quattro e costringendo gli altri alla ritirata. Visione non del tutto probabile, successivamente ridimensionata e contestualizzata grazie alle razionali memorie del famoso collega Saburō Sakai, poi pubblicate nella sua autobiografia del 1957, “Samurai!”
Ma il cui concetto basilare, così fortemente radicato nell’ideale del guerriero incline a rendere il più estremo servizio sotto le bandiere della gloria e l’opportunità di un sacrificio in qualche modo utile, doveva in qualche modo figurare nella mente di Yoshishige, in quel fatale giorno in cui avrebbe compiuto l’ultimo decollo, nel tragico e pericoloso tentativo di fare la differenza.
Tutt’altro che completo, privo della coda, ricoperto di ruggine ed eroso dalle decadi passate sotto la superficie marine, la perduta macchina da guerra di Kagoshima ci offre quindi un’opportunità di approfondire l’effettivo aspetto e funzionalità di questo capoverso, breve ma tutt’altro che marginale, nella storia dell’aviazione sottoposta alla più formidabile spinta del progresso: l’imprescindibile, dolorosamente necessaria necessità di primeggiare in battaglia. Che giammai nessuno, catturato in quel tremendo vortice, ha mai percepito come altro che un glorioso e sanguinario attimo, il gradino verso l’opportunità di ascendere a uno stato superiore dell’esistenza.
Allorché l’aereo stesso, come avrebbe detto l’aedo cieco dell’isola di Chio, se armato induce alla necessità di compiere atti di auto-annientamento reciproco e finale. Laddove l’unico possibile sentiero alternativo… Diviene scegliere di abbandonarsi al corso degli eventi. E il grande scoppio della bomba che, come ci viene quasi quotidianamente, ancora ambisce a divorare ogni cosa.


