Un certo approccio per tradurre la natura in arte, un determinato metodo per mettere creatività all’interno di un disegno. Se c’è un’associazione logica che vede il mondo dell’estetica connesso geograficamente all’arcipelago dei samurai, questo si trova certamente espresso nelle famose ed ampiamente celebrate xilografie create soprattutto tra il XVII e XIX secolo, capaci d’ispirare in tutto il mondo coévo la visione di un paese al culmine della perizia e l’eleganza, popolato da geniali artefici, per cui la pittura si avvicinava ad essere il controvalore stesso dell’esistenza. Ciò che i critici e collezionisti sembrano aver dimenticato in parte al giorno d’oggi, tuttavia, è il fatto cruciale che le cosiddette “immagini del mondo fluttuante” (ukiyo-e – 浮世絵) lungi dall’essere appannaggio di facoltosi mecenati, circolavano tra il popolo e all’interno dello spazio comunicativo urbano, tramite l’impiego di un registro al tempo stesso basso ed universale. Che cercava il bello, si, ma senza specifiche connotazioni di raffinatezza ulteriore. La vita, in altri termini e determinati ambienti, era l’arte. E l’arte, la vita. Prendiamo a questo punto in considerazione, come termine di paragone, l’ambito più tardo ma sicuramente meno conosciuto all’estero del “pesce impresso sulla pietra” (gyotaku – 魚拓) di per se stesso all’origine di un distintivo e straordinariamente diversificato novero d’immagini perfettamente utili ad impreziosire determinati ambienti domestici, come la tradizionale nicchia del tokonoma. La cui genesi d’altronde, se vogliamo, può essere descritta come ancor più popolare e settoriale di quanto fin qui descritto, trovandosi frequentemente espressa per la mano di umili lavoratori nello spazio di approvvigionamento del pesce, tratto fuori dalle onde per finire in tavola di fronte a membri di ogni angolo della diversificata stratigrafia sociale. Senza ulteriori passaggi intermedi (la freschezza è tutto) fatta eccezione in determinati casi specifici, ove l’effettiva dimensione ed aspetto di quanto trascinato a riva era semplicemente troppo magnifico, ed al tempo stesso raro, per tralasciare di nobilitarlo con la più inconfutabile nonché attraente delle commemorazioni. Ecco allora nascere l’idea, si ritiene verso l’inizio del XIX secolo, di trasportare il corpo stesso di quegli animali sulla carta di riso, tramite un approccio che potremmo definire al tempo stesso semplice e per certi versi, geniale. Mirato ad impiegar l’inchiostro come tramite. E le scaglie stesse del soggetto, con il ruolo di caratteri di stampa creati con saggezza dall’evoluzione…
Gyotaku è il metodo relativamente sconosciuto fuori dal Giappone, nonostante l’opera di applicazione praticata da una certa quantità di artisti internazionali, che consiste nel coprire un pesce con la carta o altro materiale stampabile. Ma non prima di averne ricoperto ogni angolo con pigmenti appartenenti alla categoria del sumi, l’inchiostro tradizionale realizzato con fuliggine e colla introdotto a partire dalla dinastia Tang in Cina, come fondamento di un tipo di pittura monocromatica fortemente legata alla meditazione per l’accrescimento dell’energia spirituale e la consapevolezza del proprio ruolo marginale nell’Universo. Ed è in effetti solamente il nero, la tonalità impiegata nei primi e più famosi esempi di figure risultanti nel momento in cui lo stralcio coprente viene rimosso, mentre sollevandosi di fronte alla luce solare mette in evidenza una fedele copia del soggetto, con superficie, dimensioni e tutto il resto. Cui soltanto in seguito l’artista/pescatore, in base alla prassi, aggiungerà con il pennello il disegno dell’occhio visibile e ulteriori dettagli di riferimento. Questo è il sistema definito nella categorizzazione come diretto o chokusetsu-hō (直接法) quasi come una fotografia, a vedere il risultato, dimostrando pratici utilizzi anche nel campo adiacente dell’illustrazione scientifica. Il che ha ispirato lo studio di fattibilità, al momento per lo più teorico, di approfondimenti e retrospettive di tipo filo-ecologico, fondate proprio sull’analisi statistica dei pesci raffigurati più frequentemente nel gyotaku sul tramonto dell’epoca Edo, possibilmente coadiuvata dalla raccolta di frammenti di DNA trasferitosi, inevitabilmente, sulla superficie della tela di turno.
Con il trascorrere delle decadi e conseguenti generazioni, dopo il verificarsi della Restaurazione Meiji (1868) ed un volta entrati a pieno titolo nell’era Contemporanea, la creazione di queste opere avrebbe quindi visto l’introduzione di almeno due sistemi alternativi, finalizzati a valorizzare determinati aspetti dell’obiettivo di partenza. Il primo, indiretto o kansetsu-hō (間接法,) fondato sull’inversione sostanziale dei passaggi, ricoprendo prima il pesce con un panno, generalmente di seta, che viene fatto aderire con la colla di riso per poi procedere a passarvi sopra un tampone imbevuto d’inchiostro. Ottenendo in questo modo un calco delicato e straordinariamente preciso delle linee sottostanti, purché ogni passaggio sia stato effettuato con sapienza ed un appropriato livello di attenzione. Mentre ancor più rara risulta essere la procedura “di trasferimento” alias tensha-hō (転写法) che vede la pressione sopra il pesce di un pezzo di nylon o polietilene, immediatamente poggiato in seguito sopra un materiale ricevente come cuoio, intonaco o legno. Da cui deriva una doppia stampa specchiata, che restituisce collateralmente la figura con l’orientamento identico al soggetto di partenza. Ricerche visuali ulteriori e figlie di una ricerca estetica ancor prima che formale, verso un’interpretazione della forma d’arte in cui l’ulteriore abbellimento è conseguito tramite l’impiego di colori, composizioni multiple o fondali speculativi. Così da restituire al soggetto, almeno in parte, la vitalità che l’aveva caratterizzato prima di essere malauguratamente presso all’amo.
Il che non significa, d’altronde, che il gyotaku praticato in epoca contemporanea debba necessariamente comportare lo spreco di cibo. Giacché esistono, adesso come allora, pigmenti non tossici che possono essere lavati una volta realizzato l’attacco d’arte, così da non costituire alcun ostacolo alla successiva cottura e consumazione del pescato. Laddove certi praticanti, soprattutto occidentali, garantiscono piuttosto al proprio pubblico d’impiegare come soggetto soltanto pesci morti per cause naturali e ritrovati durante lunghe passeggiate sul litorale. Un approccio senza dubbio responsabile, sebbene prevedibilmente odoroso. Ostacoli che non hanno impedito l’espandersi dell’ambito creativo giapponese in questione, anche nelle classi di scuola statunitensi e in determinati contesti educativi, come filo di collegamento privilegiato al mondo naturale e ausilio pratico all’insegnamento didattico dell’anatomia pinnuta. Difficile immaginare, a tal proposito, inchiostro e carta washi alla mano, una lezione maggiormente memorabile di questa. Ed un miglior pilastro di supporto, a quello che potrebbe diventare successivamente l’hobby principale di alcuni. In una civiltà come la nostra, fondamentalmente dedita al culto imprescindibile delle immagini. Assieme a tutti coloro i quali, volenti o nolenti, si sono ritrovati a generarle fuori dallo stagno delle proprie origini esistenziali.


