34 anni fa, l’eruzione invisibile del lago Nyos, disastro senza precedenti nella storia della geologia

Nelle antiche leggende tramandate dalle genti del Camerun occidentale, a uno sciamano venne chiesto dalla gente del suo villaggio di dividere le acque di un lago vulcanico, permettendo di raggiungere l’altra sponda. Mentre l’intera popolazione procedeva spedita sul suolo fangoso, tuttavia, una grossa zanzara lo punse sul testicolo sinistro, facendogli perdere la concentrazione. In quel momento, la parete d’acqua che sovrastava il popolo ricadde come uno tsunami, causando l’estinzione pressoché completa ed immediata di intere famiglie. Il folklore di questa intera regione è d’altra parte ricco di simili narrazioni, relative a specchi d’acqua che trasbordano, esplodono, annegano e avvelenano i propri vicini e i loro animali domestici, al punto che per molti dei gruppi etnici locali era in origine considerato un grosso sacrilegio insediarsi in prossimità di taluni di essi, o comunque farlo a valle delle loro silenziose rive. Col trascorrere dei secoli tuttavia, ed il prevalere del presunto pragmatismo, il tabù venne gradualmente accantonato, con immediato guadagno di risorse idriche a cui attingere per la sussistenza, l’irrigazione ed ogni immaginabile forma d’industria ed artigianato locale. Finché il 21 agosto del 1986 alle ore 21:00 di un giorno in apparenza simile agli altri, senza nessun tipo di preavviso, il Grande Spirito sembrò decretare di averne avuto abbastanza, sollevandosi dal suo cratere al di sopra delle genti parzialmente sopite dei vicini villaggi di Cha, Subum e Nyos. E ricadendo su di loro come una valanga priva di sostanza, colore o apparenza. Per sollevarsi nuovamente soltanto al sorgere della successiva alba, lasciando a terra una quantità stimata di oltre 1.800 persone, che avevano esalato l’ultimo respiro… Letteralmente. Il racconto dei pochissimi sopravvissuti all’evento, che riuscirono a mettersi in salvo prima di perdere i sensi o immediatamente dopo un improbabile risveglio, raccontano l’esperienza drammatica del più assoluto silenzio, i propri parenti, amici e vicini deceduti nei propri letti, così come i loro animali domestici e persino gli insetti, una presenza normalmente costante a quelle latitudini del continente. Camminando instabili e con la mente offuscata, quasi del tutto incapaci di respirare, furono loro ad allertare i soccorsi, che precipitandosi sul posto poterono soltanto accertare la portata inconcepibile di una tale tragedia.
Le reali motivazioni di quello che viene oggi considerato giustamente il più grave disastro naturale del Camerun non furono, come potrete immaginare, immediatamente evidenti. Tanto che la popolazione locale sembrò essere convinta che dovesse trattarsi di una punizione divina, dovuta al mancato sacrificio di una mucca che era stata scelta per la propria commemorazione da un capo villaggio morto di vecchiaia alcuni giorni prima, sostituita dai suoi parenti con un animale meno prezioso ed imponente. Altri avrebbero giurato di aver udito il suono di una deflagrazione distante, che venne attribuita dai teorici del complotto ad un esperimento bellico condotto con il gas dall’esercito israeliano, giunto in modo apparentemente sospetto per assistere i villaggi soltanto poche ore dopo l’inspiegabile annientamento di massa. Ma la realtà, avrebbero scoperto ben presto gli scienziati, era molto più subdola ed inevitabile, incosciente e spietata di ciascuna di queste alternative. Provenendo dalle occulte profondità lacustri del più antico nemico dell’uomo…

Chiamata in gergo chimico un rollover, la cascata all’inverso con fuoriuscita di anidride carbonica è particolarmente pericolosa perché invisibile e inodore, almeno finché non si comincia a soffocare. Il racconto dei superstiti del Nyos, che parlarono di un odore nauseabondo al loro risveglio, è infatti stato attribuito dagli esperti ad altri fattori, tra cui le allucinazioni indotte dalla prolungata privazione di ossigeno.

Osservato con occhio topografico, il lago di Nyos è una pozza endoreica di 1,58 Km quadrati derivante dal riempimento con acqua piovana del cratere di un vulcano ormai da molti millenni apparentemente sopito. Benché prima di giungere alla deflagrazione lavica con lapilli e zampilli, nubi di cenere o effluvi incandescenti, siano possibili molti altri sfoghi dell’energia termica scaturita dalle profondità della Terra, non necessariamente palesi alla cognizione pratica della collettività di superficie. Uno di questi, attribuita in modo particolare alle sorgenti idrotermali delle profondità oceaniche, fonti di calore molto care a numerose specie biologiche di quegli abissi, è la progressiva filtratura verso la superficie di copiose quantità di gas, più o meno velenosi e proprio perciò, letali. Ciò che differiva in modo sostanziale nel caso di tale spazio acquatico del panorama camerunense, era la quantità relativamente contenuta dell’acqua a disposizione, statica e stagnante, in connessione con il tetto massimo di anidride carbonica solubile in quel fluido trasparente, prima che rimanesse del tutto incapace di modificare il suo stato gassoso di partenza. Ciò che era successo in tale luogo lungo il corso di secoli, se non millenni, era l’accumulo progressivo di tale gas così drammaticamente familiare a diversi livelli sovrapposti, con la costituzione di un gradiente tra le acque fredde dei recessi più profondi, e quelle più calde della superficie lacustre. Una letterale polveriera in attesa di esplodere, in quello che sarebbe stato chiamato in seguito il più significativo esempio di eruzione, o esplosione limnica registrata dalla scienza. Evento specifico causato da un qualche tipo di evento scatenante tutt’ora ignoto, e lungamente discusso in plurimi congressi e dissertazioni, tra cui il rimescolamento dovuto ad una frana sommersa, piuttosto che un piccolo terremoto o rara eruzione dell’antico cratere, o ancora il semplice soffiare del vento in un particolare modo e per un periodo sufficientemente lungo al termine di quel giorno, destinato a lasciare la propria indelebile traccia nella storia di un’intera nazione. Condizioni al sussistere delle quali, l’accumulo di CO2 che saturava l’acqua generò un loop auto-rinforzante che portava il gas a risalire, permeando rapidamente gli strati superiori. I quali, a loro volta, si riempirono ben presto liberando in modo catastrofico una quantità stimata tra le 100.000 e 300.000 tonnellate di gas irrespirabile più pesante dell’aria, che iniziò immediatamente a discendere dal bordo esterno del lago Nyos. Fu un evento per lo più inaudibile, fatta eccezione per un lieve rombo simile a quello di un tuono distante, di cui parlarono i sopravvissuti, mentre la nube letale iniziava a diffondersi e circondare le più vicine comunità locali. Gli effetti furono terribili e pressoché immediati: l’organismo umano infatti, come ben sapete, non può in alcun modo respirare l’anidride carbonica, che espelle regolarmente all’esalazione di ciascun singolo respiro. Mentre in una condizione in cui non è possibile inalare altro che la stessa sostanza, si sviluppa un immediato senso di soffocamento, ben presto seguito da paralisi, perdita di coscienza e morte. Le quasi duemila persone destinate a perdere la vita, un numero che rappresenta comunque null’altro che una stima e potrebbe anche essere stato molto superiore, perirono così nel punto stesso in cui si trovavano, i più fortunati dormendo, gli altri collassando immediatamente a terra, senza la benché minima speranza di salvezza. Nessuno nei tre villaggi coinvolti, tranne i pochi fortunati (se così possiamo chiamarli) che si trovavano in luoghi alti e ben ventilati, oppure chiusi totalmente ma dotati di una riserva di ossigeno sufficientemente duratura, avrebbe visto il sorgere dell’alba successiva.

Una fontana in mezzo al lago nel mezzo del Camerun, un po’ come a Zurigo. Con il valore aggiunto di servire ad un scopo estremamente definito, oltre a funzionare senza nessun tipo di approccio energetico esterno. Davvero conveniente, nevvero?

Come spesso avviene per simili episodi, la tragedia del lago Nyos fu un segnale subito raccolto da chi di dovere, per l’installazione di un possibile sistema di contromisura contro il successivo verificarsi di una simile contingenza. Così già all’inizio degli anni ’90 lo stato camerunense, su suggerimento tra gli altri dei geologi Halbwachs e Grangeon, iniziò ad installare alcuni ingegnosi impianti di degassificazione presso il vicino lago di Monoun e lo stesso Nyos. Costituiti da nient’altro che un lungo tubo verticale, tramite il quale dare inizio al risucchio delle acque iper-sature di CO2 dalle profondità, fino alla costituzione di un sifone auto-alimentato e naturalmente frizzante, capace di assumere l’aspetto di una colossale fontana di Alka-Seltzer. Ancora diverso il caso dell’assai più vasto lago Kivu, di 2.700 Km quadrati situati tra Congo e Ruanda, il cui accumulo di anidride carbonica risulta tanto significativo da aver generato la teoria di un’eruzione probabile ogni 1.000 anni circa, tale da uccidere ogni essere vivente nel raggio di oltre 50 chilometri, in una regione per di più densamente popolata rispetto a quella del Nyos. Timore che ha giustificato la costruzione di un vero e proprio impianto, capace di risucchiare l’effervescenza sommersa traendone in aggiunta una certa quantità di energia elettrica, utilizzata per alimentare le abitazioni locali. Una lodevole trasformazione di un pericolo latente in risorsa, benché le conseguenze di un’eventuale deflagrazione futura risultino tutt’ora difficili da immaginare. Poiché non c’è alcun tipo di stregoneria tramandata, o tecnologia creata dall’ingegno dell’uomo contemporaneo, che possa sostanzialmente sovrascrivere la natura. Che tutto può concedere ed un giorno togliere, al mero volgersi di una comune banderuola, posta in alto e alimentata grazie ai flussi di un destino persistente. O per la puntura di una semplice zanzare, capace di smuovere le montagne.

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