Negli anni 80 della crisi petrolifera, l’astronave concepita per attraversare con un solo pieno gli Stati Uniti

Mentre gli equilibri diplomatici del Medio Oriente subiscono l’ennesima scossa, per le scelte militari e priorità politiche di potenze esterne a tale area geografica, l’emisfero occidentale riceve un rinnovato quanto familiare promemoria su quanto possa essere delicata la gestione del mercato globale, con particolare riferimento a quel fluido sotterraneo che costituisce, allo stato dei fatti attuali, la principale riserva energetica dell’odierna società industrializzata. Petrolio estratto, trasformato e distribuito verso i quattro angoli del club delle nazioni, in base a criteri che ben poco hanno a che vedere con il bene della collettività. E d’altronde, adesso più che mai, ci sembra destinato ad esaurirsi, prima o poi. Chi può dire se questa sarà l’ultima volta? Di sicuro non è stata la prima. Nessuno ha già dimenticato, a tal proposito, il rincaro del greggio all’apice della guerra del Kippur del 1973 o di sei anni dopo, verificatosi a seguito della rivoluzione islamica in Iran. Momenti in cui guardammo in bilico la linea incerta di un diverso orizzonte. E con una diffusione assai inferiore, rispetto ad oggi, dei veicoli personali mossi tramite l’energia elettrica o altre fonti di propulsione alternativa. Il che poteva essere l’origine di un differente approccio, non del tutto privo di vantaggi inerenti. Se dopo tutto l’energia è creazione implicita dell’oro nero, non dovremmo forse rintracciare come valida contromisura utilizzarne quantità minori? Ancor prima di aggirare, in maniera vagamente utile, il nucleo luminoso di quel grande problema. Allorché all’epoca di quel secondo periodo, una delle menti eccelse dell’automobilismo del Novecento si trovò all’interno di una stanza con Harvey Lamm, direttore della divisione americana della Subaru. Il suo nome era Alexander Tremulis, accompagnato da una fama imperitura di oltre quattro decadi alle spalle, per la progettazione di alcuni dei veicoli più innovativi e strabilianti usciti nello scorso secolo dalle fabbriche o istituti di design statunitensi. La sua idea, stavolta, semplice quanto efficace: creare un’automobile capace di percorrere 100 miglia con un singolo gallone (alias 160 Km con 3,7 litri) grazie ad una serie di specifici accorgimenti. Tra cui un peso ridotto, senza dubbio, ma anche ciò che da sempre aveva costituito un punto fermo del suo rinomato catalogo di proposte: l’aerodinamica. Egli intendeva in altri termini, in tale occasione più di ogni altra “Eliminare la sadica tortura dell’aria innocente” (Wow!) Soltanto in pochi avrebbero potuto immaginare il sentiero che avrebbe percorso, a partire da disegni che in molte maniere ricordavano le opere d’ingegno coéve dei fumetti di Battlestar Galactica o il primo film di Guerre Stellari. Ben più che una semplice coincidenza, a dire il vero, visto il punto di partenza per il corpo della sua X-100 Gyronaut, creato a partire da un vero e proprio serbatoio aeronautico che aveva conservato. Accoppiato col motore, compatto ed efficiente, dell’auto compatta Subaru Rex, venduta in molti luoghi eccetto il Nordamerica, vista la preferenza locale per veicoli di dimensioni e peso decisamente maggiori. Ancorché una tale ipotesi di veicolo se mai prodotto in serie, animato da un significativa spinta di originalità ed eclettismo, con il senno di poi non avrebbe certo mancato di attirare l’attenzione del mercato. In cerca di soluzioni moderne per i problemi contemporanei. Allora, come adesso…

Alex Tremulis, figlio d’immigrati greci provenienti dalla regione di Sparta, si seppe dimostrare a tal proposito ancora una volta come la persona giusta nel luogo ed opportuno momento, così come nell’immediato dopoguerra, quando coinvolto dall’imprenditore Preston Tucker nella creazione della sua omonima, sfortunata quanto avveniristica vettura, aveva saputo coniugare meriti estetici a funzioni straordinariamente avanzate per l’epoca, quali freni a disco, cinture di sicurezza, sospensioni indipendenti ed un’iniettore di carburante capace d’interagire direttamente coi cilindri. Ciò sebbene il caso della X-100, come esemplificato dal suo nome “Gyronaut” riprendesse nella pratica un diverso filone di quella lunga e articolata carriera, quello iniziato con la vettura a due ruote capace di auto-bilanciarsi Ford Gyron, presentata al Detroit Motor Show del 1961, ma soprattutto la Gryonaut X-1, motocicletta aerodinamica detentrice del record di velocità del 1966, con i 395 Km/h presso le pianure saline di Bonneville. Vicinanza nello spirito se non nella sostanza, essendo la nuova vettura dotata di ben tre pneumatici di appoggio stradale, sebbene coadiuvati da speciali accorgimenti in merito alla linea, priorità e composizione di quanto si trovava al di sopra di essi. Circa 20 anni erano trascorsi, d’altra parte, al momento della ripresa di quel nome. Così all’epoca titolare di uno studio indipendente dall’elevato grado di prestigio, che già stava collaborando con Subaru per il popolare pick-up compatto BRAT/Brumby, il celebrato Tremulis chiamò a raccolta fin da subito l’ingegnere Ron Jones del dipartimento tecnico dell’azienda, il quale coinvolse a sua volta l’abile carrozziere John McCollister. Volendo dare priorità alla riduzione del peso, i tre produssero in tal senso il futuribile triciclo con il motore montato posteriormente, la cabina in posizione arretrata ed il lungo naso aerodinamico, simile alla punta di un missile o una nave spaziale. Soluzioni valide alla creazione della vettura di appena 311 Kg, circa la metà della Subaru Rex originaria, capace in linea di principio di mantenere gli 88 Km di velocità auspicati con poco meno 30 CV di potenza, paragonabili a quelli di un moderno tosaerba a motore. Ipotesi che si decise di mettere immediatamente alla prova, dopo il completamento del primo prototipo a budget ridotto presso il Technical Center di Santa Ana, California, affrontando un test di 100 giri dell’Ontario Motor Speedway, pari per l’appunto ad esattamente un centinaio di miglia. L’auto venne caricata in quel fatidico 5 agosto del 1980, chiaramente, con un singolo gallone di carburante ma nel primo tentativo l’obiettivo non fu raggiunto, sebbene mancasse soltanto un singolo giro al suo coronamento finale. Dal che nacque l’idea di tentare nuovamente, facendo guidare questa volta il veicolo allo stesso ingegnere Ron Jones, che aveva un peso corporeo particolarmente contenuto. Il che gli permise, in effetti, di superare la cifra simbolica di un giro e mezzo. La via verso il progetto originale di Tremulis e Lamm, a questo punto, sembrò spianata.

L’idea era quella di effettuare un tour promozionale da costa a costa, con soste pubblicitarie per il marchio ma nessuna fermata al benzinaio. Il che avrebbe fornito non soltanto un guadagno d’immagine per la Subaru, ma anche aperto idealmente la discussione a più livelli sulla creazione di un nuovo tipo di automobili, concepite per minimizzare l’utilizzo del sempre più prezioso e costosissimo contenuto dei barili distribuiti in modo discontinuo dai paesi cardine del sistema dei trasporti su scala globale. Il record raggiunto dall’automobile in questione, tuttavia, fu poco pubblicizzato inizialmente a causa di una poca lungimiranza da parte dei vertici dell’azienda. Ma soprattutto, ciò che avvenne nel 1980 avrebbe posto un freno al progetto: con la riottenuta stabilità dell’area iraniana e la contemporanea scoperta di nuovi giacimenti di greggio, presso regioni non ancora iscritte all’OPEC come l’Alaska ed il Mare del Nord. Il prezzo scese dunque e le priorità, nel modo che ancora oggi ben conosciamo, furono frettolosamente spostate altrove.
Solenne simbolo di ciò che avrebbe potuto essere, l’unico esemplare costruito della Gyronaut X-100 resta dunque ad oggi nella collezione privata della Subaru of America, presumibilmente in qualche magazzino nei pressi di Philadelphia. Quasi totalmente sconosciuta al pubblico, viene esposta in modo occasionale in particolari eventi come una mostra del 2018, tenutasi presso il Lane Motor Museum di Nashville. Con quel muso allungato che pare alludere agli anni di speranze cosmiche e vette ancora raggiungibili con la cooperazione tra luoghi distanti. Sebbene il corso della Storia, come avviene di solito, avesse piani differenti per l’immediato futuro dei suoi caotici protagonisti umani. Lasciando il nucleo del discorso immobile e fluttuante, pronto a ritornare ai margini della coscienza per quanto concerne la conservazione delle pur sempre limitate risorse planetarie. Che potrebbero anche esaurirsi nel corso dell’attuale o successivo secolo. Ovvero, in termini assoluti, poco dopo l’alba di dopodomani.

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