La colossale opera d’ingegneria che sollevò Chicago dal proprio atavico letto di fango

Ci sono zone, dentro la Città Ventosa, dove la predominante sensazione di trovarsi su un terreno pianeggiante tende a sgretolarsi innanzi all’evidenza. Strade accanto a semplici edifici di media altezza, che invece che raggiungere le mura adiacenti, cessano in anticipo lasciando spazio ad un abisso. Non il tipico canale di scolo o un qualche tipo di banchina sovradimensionata; bensì la ragionevole interpretazione, in termini moderni, del fossato medievale di un castello. Ivi scantinati, magazzini o spazi adibiti a locali tecnici e lavanderie campeggiano, in corrispondenza dello stesso luogo in cui saremmo normalmente abituati a immaginare il piano delle fondamenta cittadine. Questo perché Chicago, tra tutte le città dei tempi odierni, è l’unica ad essere andata incontro ad uno sforzo sistematico pensato al fine di cambiare la sua effettiva distanza dal livello dei mari. Da rapido consorzio umano costruito senza l’appropriato ausilio di una rete fognaria a regola d’arte, al sopraelevato rifugio dai miasmi che la sua stessa concentrazione demografica presupponeva. Lassù fino all’altezza di quello che un tempo costituiva un comune secondo livello del vivere civile.
L’anno era il 1856 e le circostanze, particolarmente gravi. Due anni prima e per l’ennesima volta, con quella che era diventata una ricorrenza ormai del tutto prevedibile, un impressionante 6% della popolazione cittadina aveva perso la vita causa l’insorgenza dell’ennesima epidemia di colera. In un’epoca in cui la teoria dei germi si trovava ancora ad uno stato preliminare, e l’esatta causa dei malanni rimaneva per lo più una terra incognita, l’evidenza nondimeno permetteva d’individuare questo tipo di casistiche principalmente nei luoghi eccessivamente umidi ed affetti dai miasmi maleodoranti. Come, per l’appunto, un centro metropolitano costruito sulle sponde del lago Michigan, non per la loro qualità territoriale, quanto la posizione strategica in corrispondenza del cosiddetto Portage, punto d’interconnessione tra il sistema idrografico dei Grandi Laghi e l’autostrada navigabile del Mississippi River. Collegando, essenzialmente, il Golfo del Messico alle distanti rive dell’Oceano Pacifico all’altro lato del continente. Una fortuna e una condanna al tempo stesso, vista la frequenza con cui malattie portate dai marinai sembravano prosperare e diffondersi tra la malcapitata, ed al tempo stesso inconsapevole popolazione di qui. Allorché l’assemblea municipale, decidendo d’investire parte di tale fortuna pecuniaria prima che fosse troppo tardi, chiamò sul posto il rinomato ingegnere civile Ellis S. Chesbrough, già autore del sistema idrico di Boston. Il quale, con la produzione del suo primo rapporto, delineò già quello che sarebbe stato l’unico sentiero percorribile all’indirizzo della salvezza: costruire il dedalo degli opportuni canali, non sottoterra, bensì al livello delle strade stesse. Ma non prima di aver sollevato e ricostruito, come fosse la cosa più semplice del mondo, il concetto stesso di quel terreno…

Leggi tutto

Le conseguenze della strana sindrome che zombifica le stelle marine

Nel primo periodo successivo all’improvvisa presa di coscienza da parte del mondo scientifico, risalente al 2014, della gravità crescente della situazione, più o meno tutti fummo certi che dovesse trattarsi di un qualche tipo d’infezione virale. Vennero effettuate le dovute prove cliniche, ad opera del ricercatore microbiologico della Cornell University Ian Hewson, e diversi esemplari vennero contaminati in laboratorio, riuscendo a stabilire un qualche tipo di connessione tra un agente patogeno, invisibile e sconosciuto, e la morìa crescente di esemplari della classe Asteroidea, appartenenti a oltre 20 specie dall’estrema varietà di forme e colori. I quali stavano andando incontro nell’intero territorio del Pacifico Nord-Orientale ad una fine che definire orribile, sarebbe stato riduttivo. Una dopo l’altra, dunque, le stelle marine iniziavano a “sgonfiarsi” dopo la comparsa di lesioni di colore bianco, per poi distendere le proprie braccia fino alla massima portata. Continuando quindi ad avanzare, ed avanzare con i piedi tubolari sotto di esse in cinque, otto o dodici diverse direzioni, finché arti multipli non arrivassero a staccarsi letteralmente via dal corpo, diventando entità autonome capaci di strisciare in giro per i fondali marini. Poco prima che il corpo centrale, ormai privo dei suoi organi essenziali, iniziarsi letteralmente a decomporsi fino alla singola unità cellulare, “squagliandosi” dinnanzi agli occhi impotenti dei sub e degli studiosi interessati al caso. L’acronimo scelto, a quel punto, sarebbe stato SSaDV (Sea star-associated densovirus) e la sua famiglia di appartenenza ipotizzata essere quella degli Ambidensovirus, con la forma probabile di una particella icoasaedrica di circa 25 nanometri; come per il raffreddore comune, tuttavia, sembravano esistere infinite variabili di tale orribile microrganismo, capaci di trasmettersi in maniera spesso imprevedibile e difficile da contestualizzare. Inoltre la malattia in questione si era già effettivamente palesata, ed era stata descritta in maniera esaustiva, negli anni 1972 e 1978, lasciando intendere come l’estrema propagazione del decennio appena giunto a compimento dovesse avere un qualche tipo di causa remota dalla natura ancora tutt’altra che chiara. Quale che fosse la ragione, ben presto a pagarne il prezzo furono le stelle marine. E risulta particolarmente triste il resoconto più volte riportato, dei molti fondali fatti oggetto delle visite da parte degli umani lungo l’intera costa occidentale del continente nord-americano, dall’Alaska alla Baja California, dove un tempo si trovavano letterali montagne di questi echinodermi variopinti, trasformati in deserti sabbiosi e relativamente privi di vita. Ciò in funzione dell’effetto trofico posseduto, nei fatti, dall’eliminazione di uno o più importanti predatori di quegli ambienti, come la Pycnopodia helianthoides (stella girasole) che potete ammirare nel fotogramma riportato qui sopra, in realtà un feroce predatore di ricci e lumache di mare. I quali esseri, una volta lasciati liberi di prosperare fino a vette precedentemente immaginabili, hanno rapidamente provveduto a fagocitare completamente le copiose alghe di kelp, fondamento stesso del loro ecosistema, provvedendo alla propria stessa rimozione dall’equilibrio persistente dei viventi. E il mondo, nonostante tutto, ha continuato a girare…

Leggi tutto

Il problema degli ulivi per l’insetto nella camera di bolle

Nella quiete soltanto apparente del più avanzato stadio del sonno REM, gli eventi immaginifici assumono proporzioni mostruose o abnormi. Così un gesto tra i più naturali, come liberarsi dell’urina che ci appesantisce la vescica, diventa un’Odissea attraverso lunghi viaggi in automobile, infernali interrogazioni scolastiche, estenuanti maratone sotto l’occhio attento di un pubblico con telecamere puntate. Immaginate dunque la sorpresa che potrebbe ricadere su di noi, se al momento del risveglio ci trovassimo in un luogo ed una situazione totalmente all’opposto: non più sul nostro letto duro/morbido di appartenenza, soltanto a pochi metri dal sollievo del bagno di casa, bensì all’interno di una stanza oscura ed imbottita formata da una spuma di bolle, vagamente simile all’interno di una capsula in viaggio verso la Stazione Spaziale Internazionale. E l’organismo che c’informa, in modo stranamente rilassato, che la crisi ce la siamo ormai lasciata totalmente alle spalle. Poiché nessun fluido preme più lo spazio angusto di quel sogno tormentato… Mentre un’oscura connessione, lentamente, inizia a prendere forma tra le nostre sinapsi che si accendono all’unisono, neanche fossero le lucciole di un tardo pomeriggio d’estate!
Nessuno può realmente ipotizzare, o in qualche modo concepire, lo stato di coscienza della minuscola sputacchina o spittlebug (superfam. Cercopoidea) la prima volta che all’uscita dall’uovo materno sceglie di lasciare temporaneamente il mondo della veglia. Uno stato per lei corrispondente, in maniera pressoché totale, con l’infliggere la rigida proboscide dentro lo xilema o sistema linfatico della pianta, fino all’accumulo di una quantità di liquidi totalmente spropositata rispetto alle proprie singolari necessità. O che tale certamente sarebbe, se queste ultime appartenessero esclusivamente all’ambito della nutrizione o sostentamento, senza includere anche il bizzarro intento architettonico di costruirsi una vera e inespugnabile fortezza d’urina.
È tutto ciò uno strano adattamento alla sopravvivenza, poco ma sicuro, per un insetto imparentato con le cicale ma ancor più strettamente gli afidi che vivono ai margini del sistema vegetale, traendone il consueto giovamento dei parassiti. Che tuttavia risulta, possiamo ben immaginarlo, estremamente efficace: il letterale bozzolo di bolle, formato dalla linfa pre-digerita in aggiunta ad uno speciale fluido viscoso, si presenta infatti con l’aspetto di un involucro abbastanza spesso, il cui gusto acre può riuscire a scoraggiare un qualsiasi predatore. Fermando, inoltre, il passaggio dell’ossigeno, ragion per cui è davvero una fortuna che la sputacchina non possieda neanche l’ombra di un polmone. Potendosi accontentare per l’assunzione del gas vitale di far emergere dal cumulo di bolle la parte estrema del suo posteriore, usata dunque allo stesso tempo per espellere ed assumere, espellere ed assumere i due fondamentali fluidi dell’esistenza. Finché l’ora di quel lungo sonno che precede la metamorfosi verso l’imago o stadio adulto non potrà figurare a pieno titolo tra gli impegni delle sue lunghissime giornate. Affinché l’ultima bolla possa lasciare il suo corpo, destinato a diventare del tutto irriconoscibile persino per colei che l’ha messo al mondo…

Leggi tutto

I dannati sulle isole perdute di New York

Nel 1614, quando i coloni finanziati dalla Compagnia olandese delle Indie occidentali giunsero per la prima volta in massa presso le acque di quello che sarebbe diventato l’East River, autostrada d’acqua nel bel mezzo della city newyorkese, loro erano già lì: De Gesellen, i compagni. E ci sono ancora, benché si siano riscoperte consanguinee tra di loro, diventando Brothers – fratelli. Due isolette che si guardano, in grado di attrarre l’interesse dei misantropi che passano di lì. Perché sembra impossibile, che possa esistere un luogo completamente abbandonato nel bel mezzo di una delle metropoli più grandi e celebrate al mondo, poco prima della baia in cui si trova la terza “sorella” Ellis, con il plinto che ospita l’intramontabile Statua della Libertà. Possibile che a nessun fautore dello sviluppo urbanistico programmato, o costruttore edilizio,  o altro tipo di speculatore delle proprietà immobiliari, sia mai venuto in mente di impiegare queste terre emerse in modo utile all’allora nascente società delle colonie americane? Il fatto è che di spazio, in origine, ce n’era in abbondanza. Così che per quasi due secoli, costruire i propri edifici presso un luogo scollegato dalla terra ferma non avrebbe portato alcun vantaggio degno di nota. Finché nel 1850, a qualcuno non venne in mente di spostare qui l’ospedale dell’isola più grande di Blackwell, poco più a monte in quel canale ormai altamente modificato dall’uomo. Ma con un approccio progettuale totalmente differente: alte pareti, solide cancellate, porte chiuse a chiave e ben pochi infermieri, abbastanza coraggiosi ed abili da mantenere le distanze. Volete conoscerne la ragione? Questo divenne ben presto il luogo in cui la città di New York teneva i suoi abitanti più temuti e al tempo stesso, considerati indegni di attenzione: coloro che rimanevano colpiti dalla malattia del vaiolo. In un’epoca in cui la vaccinazione era ancora guardata con estrema diffidenza, e l’umanità non possedeva alcun tipo d’immunità del branco, il concetto di lazzaretto sopravviveva immutato, essenzialmente fin dall’epoca degli antichi, offrendo un terreno fertile a ogni sorta di sgradevole iniquità. Le malattie infettive colpivano preferibilmente nei luoghi sovraffollati, coinvolgendo intere famiglie disagiate, che da uno stato d’indigenza sostanziale venivano rapidamente deportate in questi luoghi dove, tanto spesso, incontravano una morte atroce. Nonostante gli esperimenti di Pasteur del 1796 coi microbi e i vetrini, l’opinione del senso comune, nonché purtroppo il consenso tra molti professionisti della sanità, era che le epidemie nascessero dai miasmi dello sporco e del disagio, in una sorta di generazione spontanea comparabile a quella delle larve putrefacenti nella filosofia di Aristotele, che l’aveva elaborata 14 secoli prima a partire dalle inesistenti conoscenze scientifiche dei suoi tempi remoti. Una situazione che, ben presto, sarebbe cambiata. Proprio grazie alla figura di una donna destinata a rimanere, negli annali della storia, perennemente legata all’isola fratello del Nord, la più grande delle due.
La legge del karma, prodotto di un metodo assai distante di vedere il mondo e la società, è sostanzialmente diversa dal concetto di un angelo vendicatore, perché riguarda unicamente ogni singolo individuo, ed è il prodotto delle sue stesse gesta. Mentre il volere dell’Onnipotente non colpisce mai i deboli, ma proprio coloro destinati al Paradiso, perché credono maggiormente in lui. Ecco a voi un esempio, se dovesse mai servire: nel 1904, la nave a vapore PS General Slocum (che per i molti incidenti subiti, si diceva fosse maledetta) si trovava a navigare presso le due Brother Island, quando all’improvviso, un’incendio si scatenò a bordo. Delle 1.342 persone a bordo, quasi tutti membri della Chiesa Evangelica Luterana di St. Mark che si stavano recando ad un pic-nic, ne sopravvissero soltanto 321, ovvero quelli che avevano avuto la fortuna, e la capacità, di raggiungere a nuovo le vicine rive dell’isola-ospedale, attendendo lì i soccorsi inviati dalle autorità civili. Fu il più grande disastro subito dalla città di New York fino all’attentato delle torri gemelle, e resta tutt’ora il secondo per numero di vite umane perdute al mondo. Ma pur costituendo il più grave e terribile fatto di storia legato alla storia delle due isole dell’East River, non resta probabilmente il più famoso. Un primato legato invece al personaggio di Mary Mallon, cuoca, irlandese, forte di carattere e di fisico, portatrice sana della febbre da tifo. Che potrebbe aver ucciso, con la sua negligenza più o meno intenzionale, un numero stimato di fino ad oltre 50 persone.

Leggi tutto