L’idea non tipica che il vero re della foresta sia l’animale che più di ogni altro è in grado distruggere, o plasmare la foresta. Non un mero abitatore, bensì forza primordiale del pianeta, essere imponente la cui stazza può essere seconda solamente all’energia delle sue convinzioni, la possenza di un mente che instancabile persegue, giorno dopo giorno, i suoi obiettivi. Puro terrore e senso d’impotenza sono i sentimenti di coloro che si trovano a convivere, avendo costruito i propri campi, allevamenti e fattorie lungo il sentiero sempiterno degli elefanti. La cui proboscide raggiunge ogni cosa. Le cui zanne possono riuscire a perforare il velo stesso dell’esistenza e… 20 Kg di roccia vulcanica nel corso di un sola notte, per 365 volte l’anno, o quasi. Capite ciò di cui stiamo parlando? Un vero e proprio cantiere, costruito sullo schema di un’indefessa esigenza animale. La cui sussistenza fu nei primi giorni imperscrutabile, al punto che al principio del XX secolo, si credette un tale ambiente fosse la diretta risultanza degli scavatori egizi, spostatosi in Uganda per cercare minerali o materiali di pregio. Benché laggiù nelle profonde grotte che perforano il vulcano estinto di Elgon, sul confine con il Kenya, i segni iscritti nella pietra fossero decisamente troppo in alto, profondi e lineari per dare credibilità a una tale spiegazione. Finché dopo una serie d’indagini naturalistiche degli anni ’70 ed ’80, uno studio del ricercatore britannico Ian Redmond non raccolse e analizzò la grande quantità di escrementi di elefante ritrovati nei dintorni della montagna. Ritrovando in essi la solida prova di copiose quantità di pietra sminuzzata, segno della geofagia animale. Da cui un calcolo importante a dare seguito a una chiara consapevolezza: le cavità del monte Elgon, con particolare riferimento alla più grande che viene chiamata Kitum, non sono in alcun modo risultanza di un processo carsico, ovvero il discioglimento della pietra calcarea. In quanto formate da un agglomerato piroclastico, tufo permeabile e massicci giunti colonnari. Per 200 metri di estensione che derivano dai crolli indotti per l’acqua piovana che ruscella dalla sommità, ma anche il processo insaziabile dei pachidermi. Costantemente intenti, assieme alle antilopi, i bufali e le iene, a spingersi in questo reame delle ombre, per consumare il sale nella pietra necessario a mantenere l’equilibrio fisiologico della propria dieta. Per l’effetto delle grandi piogge che caratterizzano questa regione, tali da rimuovere completamente ogni traccia di sodio dal sostrato forestale. Con chiare conseguenze benefiche sul sostentamento della popolazione animale. Ed alcune tra le meno prevedibili, cionondimeno problematiche conseguenze…
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La rana della dolce attesa che finì per trasformarsi nell’araldo dell’apocalisse anfibia
Un gruppo di scienziati in un laboratorio pallido e incolore, ciascuno incaricato nell’assolvere un preciso compito determinato dalla procedura. Apri la gabbia, prendi il coniglio. Metti l’animale sopra il tavolo ed inietta l’urina di una donna. Uno strano rituale… Da ripetere più volte, scegliendo un roditore differente ogni volta; topo, arvicola, criceto. Vittime sacrificali destinate all’impietosa dissezione, così come si usava fare nei primi decenni del Novecento, al fine di determinare se una donna fosse incinta. Procedura mistica non troppo lontano, per lo meno in apparenza, dalla divinazione in uso nell’antico Egitto che impiegava nello stesso ruolo due sacchetti, con semi rispettivamente di grano e di orzo. Se il giorno dopo il primo fosse germinato, sarebbe presto nato un maschio; se invece il secondo, una femmina. E se nessuno, falso allarme, tutto resta come prima. Ancorché l’approccio che traeva conclusioni dal mondo animale avesse una base scientifica, fondata sulla scoperta e tracciamento della gonadotropina corionica (HCG) ormone della gravidanza in grado di causare un lieve ingrossamento delle ovaie se iniettata per via sottocutanea o nell’addome di un mammifero di dimensioni minori. Immaginate dunque la sorpresa del zoologo britannico Lancelot Hogben nel 1933, quando nel corso delle sue ricerche sull’endocrinologia dei batraci finì per imbattersi in una fenomenologia simile per la rana artigliata africana, anche detta Xenopus laevis (Xenopo liscio). Creatura che una volta inoculata con l’estratto dell’ipofisi del bue, dalla composizione chimica non troppo distante dallo HCG, iniziava immediatamente ad ovulare. Episodio chiaramente ed immediatamente apprezzabile, data la quantità tra le 500 e 1.000 uova fisicamente espulse dall’anfibio ad ogni singolo episodio di questa natura. Lavorando all’epoca in Sudafrica, un paese che avrebbe in seguito lasciato per la propria manifesta antipatia nei confronti delle leggi razziali e l’eugenetica del tempo, Hogben iniziò quindi a collaborare con il ginecologo Francis Albert E. Parkes, nel tentativo di trasformare la propria scoperta in un processo ripetibile in sequenza nei laboratori medici di tutto il mondo. Immaginate, a tal proposito, il vantaggio: prima di tutto l’assoluta affidabilità, notevolmente prossima al 100%. Per non parlare del fatto che la rana lunga appena 8-12 cm, diversamente dai roditori, non dovesse morire al fine di confermare la gravidanza, permettendone il riutilizzo dopo un ragionevole periodo di riposo…
L’impossibile creatura parassita nata dal principio tumorale della non-esistenza
Può sembrare indubbiamente una fortuna, all’interno della sconveniente contingenza, il fatto che il più terribile e pericoloso gruppo di malattie capace di compromettere l’organismo umano, in verità la funzionale manifestazione del suo intento di autodistruzione, non possa essere trasmesso da un individuo all’altro, o persino ancor più pericolosamente, da una specie all’altra. Poiché cancri contagiosi esistono, benché rari, nel contesto di alcune specie animali, tra cui famosamente il diavoletto tasmaniano (Sarcophilus harrisii) il sarcoma del criceto siriano ed il raramente discusso, lungamente noto tumore venereo dei cani. E del resto la capacità di una cellula clonata di sopravvivere, in qualche maniera, all’interno di un organismo differente da quello di nascita sottintende un lungo e sofisticato processo evolutivo, la cui progressione elude ancora molti degli approcci analitici a nostra disposizione. Il che lascia un ampio margine per teorie frutto della scienza di confine, tra cui l’ipotesi teorizzata per la prima volta nel 2019, dagli scienziati della Federazione Russa Panchin ed Aleoshin, che un simile processo possa addirittura generare degli esseri viventi in qualche maniera capaci di sopravvivere fuori dallo stesso organismo che li ha generati, dei “cancri autonomi” che loro definiscono mediante l’acronimo SCANDAL: “Speciated by Cancer Development Animals”. Un principio ricercato quindi nello studio rilevante all’interno di diverse classi di creature microscopiche, con un particolare occhio di riguardo ai parassiti cnidari Myxosporea. Meduse semplificate, tassonomicamente parlando, il cui ciclo vitale prevede un periodo di crescita trascorso all’interno di organismi pluricellulari complessi (generalmente un pesce) ed una fase riproduttiva supportata da invertebrati come vermi policheti o gastropodi di varia natura. Esseri biologicamente insoliti, a dir poco, proprio perché privi della maggioranza di tratti genetici tipicamente riconducibili al proprio phylum d’appartenenza, come se per loro l’evoluzione fosse proceduta, impossibilmente, al contrario. Ed ecco dunque l’effettivo nesso dell’intera questione, riassumibile nel fatto che in base ai dati acclarati in nostro possesso, vi sono intere famiglie all’interno di questo ramo periferico dell’albero della vita eucariota che non corrispondono in alcun modo alla convenzionale definizione di cosa possa implichi effettivamente tale definizione. Creature le cui cellule non risultano essere in grado, in modo assolutamente chiaro, di generare l’energia necessaria alla loro stessa sopravvivenza. Poiché prive di mitocondri o eventuali MRO (organelli dalla funzionalità equivalente) essendo in altri termini teoricamente incapaci di replicare se stessi attraverso la replicazione del codice genetico per come noi l’abbiamo sempre concepita. Lasciando una sola, inquietante possibilità alternativa…
Finalmente dimostrato il teorema della cicalina che catapulta il contenuto della sua vescica
C’è una vera e propria guerra, là fuori, che dall’epoca della Preistoria non ha conosciuto più di qualche misera tregua, di durata particolarmente breve. È il conflitto senza scrupoli tra le creature piccole, siano queste insetti o i loro multipli e implacabili predatori. La fanteria degli imenotteri, instancabili formiche che procedono tra i boschi alla ricerca di possibili fonti di cibo; carri armati ed altri mezzi dalla resistente blindatura, con lumache, scorpioni e scarabei a riceverne la fondamentale ispirazione; ed il pericolo costante dell’aviazione, una tempesta letterale di vespe, zanzare ed altri succhiatori opportunisti delle circostanze più variegate. Così come in mezzo ai rami e tra le foglie, tende ad appostarsi l’instancabile cecchino in equilibrio, la striata o trasparente creaturina che cerca riparo quando disturbata, in modo tale da osservare senza essere osservata, continuando la sua rapida mitraglia d’insolite, ed al tempo stesso formidabili munizioni sferoidali. Questo senza nessun tipo di obiettivo definito e a dire il vero, neppur la benché minima approssimazione di un bersaglio, avendone sostituito la presenza grazie alla ricerca di una diversa e ben più pratica mansione: liberarsi al più presto di quanto potrebbe essere utile a trovarla. Una singola aromatica, umida munizione alla volta. Proprio così ed è questo, in poche parole, l’origine del nome anglofono sharpshooter (“franco tiratore”) generalmente attribuito a un’ampia gamma d’insetti saltatori mai più lunghi di un centimetro e facenti parte della famiglia Cicadellidae o cicaline, altrettanto note per la loro problematica abitudine di trarre nutrimento dallo xilema, il tessuto vascolare adibito alla circolazione della linfa grezza nella maggior parte degli esseri vegetali. Una sostanza tanto poco nutriente, a dire il vero, da richiedere un processo pressoché continuo di suzione attraverso l’impiego della loro appuntita proboscide zanzaresca, con conseguente deiezione di fluidi altrettanto ininterrotta e costante. Dal che l’idea prodotta dall’evoluzione (quel Demiurgo infinitamente creativo) di provvedere all’espulsione il più lontano possibile di tale sostanza, analogamente a quanto perseguito da numerose altre specie d’insetti. Ma tramite un approccio all’apice dell’efficienza, consistente nella periodica produzione di una sferica gocciolina in corrispondenza del proprio sfintere (a voler essere tecnici, facente capo a dei tubuli e non una vera e propria vescia) poi catapultata indietro mediante l’impiego di un organo articolato noto come penna anale. Metodologia apparentemente sottoposta a una pregressa disanima completa da parte della scienza, almeno finché al Prof. Saad Bhamla dell’università Georgia Tech non è capitato di osservare un esemplare di questa diversificata genìa all’opera nel suo giardino. Notando l’estrema velocità con cui la propulsione dei suddetti proiettili pareva attraversare il proprio campo visivo, suscitando l’opportunità di dare inizio a un nuovo, interessante approccio allo studio di quel processo…



