Centro abitato di medie dimensioni con circa 2 milioni e mezzo di abitanti, la città di Beilu nella parte sud-est della regione autonoma del Guangxi non sembra essere famosa per particolari opere architettoniche o punti di riferimento secolari. Geograficamente parte della cosiddetta “cultura perduta”, zona sincretistica di rapporto tra le usanze indigene delle Pianure Centrali (Zhongyuan) e quelle cantonesi o di Lingnan, essa viene tipicamente fatta figurare nelle rassegne nazionali con la Stazione Settentrionale di Yulin, struttura moderna che riprende solo in parte le ancestrali proporzioni della tradizione cinese. Una scelta finalizzata a riservare l’appropriato grado di prestigio a soluzioni amministrative responsabili, prive di eclettismo o divergenza dai simboli del potere costituito. Eppure chiunque volga il proprio sguardo verso sud lasciando indietro le squadrate porte di tale punto di transito potrà scorgere tra Terra e Cielo un qualche cosa di stupefacente; creazione ibrida tra tempio thailandese, chiesa russa, condominio metabolista e labirinto verticale di bizzarri ambienti interconnessi, semplicemente troppo strano al fine di essere inserito in una sola, o addirittura una manciata di simili categorie. 10 piani d’altezza, per circa 35-40 metri ed una pianta in grado di occupare buona parte del suo lotto di 2.000 mq, il Nóngmín yìshù lóu (农民艺术楼) o Edificio dell’Arte Contadina svetta come un gigantesco orpello surreale, sullo sfondo di una fila di palazzi residenziali ultra-moderni che rispecchiano una tale forma inusitata. Asimmetrico, bizzarro, senza un uso chiaro ed evidente, esso emana un’aura che potrebbe conformarsi ad un effettivo luna park disposto in senso verticale, se non fosse al tempo stesso fuori dal contesto ragionevole di questo tipo di attrazioni. Scegliendo espressamente di sussistere, con l’intento possibile di offrire una cornice singolare per la pletora di selfie scattati mensilmente dal nutrito popolo di Internet all’altro lato della grande muraglia di fuoco.
Non sarebbe a questo punto irragionevole pensare che una simile imponenza sia il prodotto di una singola ed eclettica personalità creativa, probabilmente fuori dal comune universo accademico della costruzione di edifici a misura d’uomo. Ipotesi immediatamente confermata dal ritrovamento di una serie di dichiarazioni ed interviste aventi come protagonista l’agricoltore ed imprenditore locale sessantenne Li Jiguang (李积光) almeno in apparenza noto per aver assunto negli anni pregressi la direzione operativa nella costruzione di diversi edifici ecologici e sostenibili in questa specifica regione del Guangxi. Traguardo niente affatto trascurabile, vista l’assenza di certificazioni formali o laurea conseguita in alcun tipo d’istituzione di rilievo…
strano
La leggenda fuori dal contesto del guardiano di fungaie nella selva dei falli volanti
Ogni porta viene aperta, ogni angolazione sottoposta a una disanima, qualsiasi accenno di metafora diviene il testamento di un groviglio di neuroni esperti nel creare connessioni più o meno evidenti. Così le arcane geometrie del mondo labile divengono figure metaforiche di luoghi atavici all’interno della fantasia di Internet: un susseguirsi di escrescenze oblunghe, flosce ma non troppo, dal cappello di una preciso cromatismo e il gambo tozzo e coincidente. Al chiodo fisso del principio alchemico connesso al singolo pilastro, l’asta filosofica di ciò che umano ed ancor prima di questo, appartenente alla metà marziana della schiera dei pianeti. Di un uomo chiamato Equino. E l’organo generativo, che caratterizza entrambi. Almeno in apparenza replicato centomila volte lungo le pareti di un segreto ambiente, corridoio sotterraneo affine all’epico concetto delle backrooms, il dungeon digitalizzato dei nostri singolari giorni. Eppure il surrealismo non pertiene alla precisa foto che, nel prolungarsi di un sincretico istante, si è fatta parafulmine d’innumerevoli doppi sensi e metafore puerili delle circostanze. Bensì l’opera parecchio redditizia di un ambito industriale in crescita, soprattutto nelle lande del dinamico e sempre versatile Oriente. Il che ci porta a un tentativo, per lo più basato sull’inferenza, che parrebbe porre tale inquadratura nell’ambiente di una fabbrica, o per meglio dire fattoria, possibilmente situata in Cina, Vietnam, Thailandia o altro paese dove il Pleurotus eryngii, o re delle trombette, fungo “ostrica” alias cardoncello, è l’oro cinerino che riesce a replicarsi tramite una serie di accorgimenti adeguati. Tra cui lungamente collaudato resta quello che lo vede sovrapposto nel sostrato verticale di un preciso susseguirsi di sacchetti, nelle mensole di rastrelliere perpendicolari, con la pratica disposizione che ne massimizza l’effettiva densità per metro quadro. Haec est veritas: una forma di ricerca gastronomica finalizzata all’efficienza. Nonché l’incomparabile, fungina abbondanza. E benché la collettività che sembra condividere non sembri interessata alla dietrologia di quel momento, catturato in una tavola di pixel coinvolgente quanto l’iconografia di un mito realizzato sotto l’occhio incredulo di chi è distante, un sintetico approfondimento può sembrare in qualche modo produttivo. Volendo cercare per quanto possibile di sostituire alle illazioni eccentriche, l’effettiva consapevolezza della Conoscenza…
La dedalea casa interdimensionale situata nella città simbolo dell’elettronica cinese
In base all’ancestrale disciplina del Feng Shui (“Vento ed Acqua”) l’equilibrio geomantico tra gli elementi può costituire un fattore da tenere in alta considerazione quando si costruisce un edificio, per poter allontanare l’accumulo di energia negativa, attirare la buona sorta e tenere lontani gli spiriti avversi del regno sovrannaturale. Ancora oggi utilizzata nella costruzione di palazzi di ogni foggia e dimensione, essa è una delle ragioni per cui l’architettura asiatica tende ad essere precisa e rigorosa, straordinariamente razionale nell’applicazione delle proporzioni predominanti. Perciò colpisce come una cultura che tanto profondamente comprende la matematica applicata all’utilizzo degli spazi umani, possa scegliere di superare i suoi modelli in modo pressoché totale, fino ad un sovvertimento dei vigenti presupposti in grado di raggiungere l’estremità finale. Ne persiste, in tal senso, uno svettante esempio all’interno del principale nucleo urbano che collega l’isola di Hong Kong alla terraferma: il futuribile, policromo scenario di Shenzen. Città nella città, o per meglio dire una sfaccettatura particolarmente rinomata della principale megalopoli della Cina meridionale e del mondo, dove ogni metro cubico è precisa risultanza di un progetto assai specifico di pianificazione attenta o misurata. Osserva dunque, viaggiatore virtuale, la sagoma del tutto inconfondibile della Longgang Guailou (龙岗怪楼) o “Casa Strana di Longgang” massiccio edificio alto l’equivalente di 9 piani più 2 interrati e terrazza per un totale di 600 metri quadrati, dall’aspetto vagamente brutalista per la propria facciata cementizia ed una forma irregolare con multiple sovrastrutture a sbalzo. Almeno, nella misura in cui possa essere evocata l’aderenza ad una qualsivoglia scuola architettonica esistente, per ciò che appare stranamente privo di finestre per la maggior parte del proprio involucro esterno, non fosse per la presenza di una serie di sottili fessure del tutto simili a feritoie di epoca medievale. Laddove l’intera creazione, nei fatti, possiede un vago aspetto impenetrabile, giungendo a ricordare vagamente i famosi bunker verticali delle otto Flaktürme (Torri Antiaree) costruite in Germania durante la seconda guerra mondiale. Se non che nulla, in questa insolita presenza, rientri nello sforzo sanzionato di un progetto tecnico e precisamente definito. Esattamente come avviene, qui ed altrove nel vasto Regno di Mezzo, all’interno dei problematici chéngzhōngcūn (城中村) o “villaggi urbani”, spazi abitativi auto-gestiti fuori da ogni norma o piano regolatore, dove le strade diventano talmente strette che la luce riesce a illuminarle soltanto per un’ora o due ogni giorno. Eppure, nonostante questo, riecheggianti del vociò diffuso di multiple generazioni della brulicante e collettivamente inseparabile umanità. Non il sibilo del vento o quella voce indefinibile, di spettri rari nati dalle circostanze eternamente prive di un nome…
Il fungo a stella dei boschi texani e la sua ombra nel paese dei samurai
Per la legge inversamente proporzionale dell’iconografia contestuale, minore è il numero degli elementi araldici, maggiore risulta essere la loro importanza. Così nessuno ha voglia di contare e attribuire una ad una le 50 stelle o le 15 strisce del principale vessillo nordamericano, laddove ogni persona del più grande stato di quella federazione è pronta ad indicare il proprio astro prediletto, situato in campo blu e affiancato da una ragionevole, quanto accidentale imitazione della bandiera della Polonia. Imprescindibile fu nella storia questo simbolo, per la gente che ha formato il Texas e tutto ciò che esso contiene, fin dai tempi della battaglia di Medina del 1813, quando le truppe rivoluzionare del Nord affrontarono l’esercito più numeroso e meglio armato dei realisti della Nuova Spagna, dando luogo al più sanguinoso conflitto dell’epoca moderna nella loro intera regione. Nonché una sconfitta per i coloni, che nonostante ciò adottarono per la prima volta, come emblema di battaglia, l’astro solitario destinato a rimanere parte della propria identità futura. Trasformata dal 1839 in sigillo di quell’entità federata, da segno incontrastato di un’intera nazione, la stessa sarebbe in seguito rimasta a fondamento di molti aspetti del folklore e l’etimologia locale: dalla decorazione architettonica dei luoghi istituzionali, ai gagliardetti delle associazioni sportive, fino all’essenziale emblema dei ranger incaricati di mantenere l’ordine identificati, a partire dalla seconda metà del XIX secolo, mediante stelle ritagliate in senso metallurgico da singole monete risalenti all’epoca dell’egemonia messicana. Immaginate dunque quale possa essere stato il primissimo pensiero degli addetti ai lavori, alla descrizione e prima catalogazione nel novembre del 1893, da parte del micologo Lucien Marcus Underwood, di una forma di vita vegetativa in questa terra che si presentava con le immediatamente sacre cinque punte della più semplice rappresentazione astronomica: da ogni punto di vista rilevante, un vero e proprio fungo spaziale. Peccato soltanto che il suo aspetto vagamente demoniaco, il colore nero e l’inquietante capacità di emettere un sibilo inquietante seguito da uno sbuffo nero, gli avrebbero precluso inizialmente una qualifica di spicco, attribuendogli la metafora del nome comune “sigaro del diavolo”. Appellativo non propriamente desiderabile, almeno fino all’inizio dell’epoca post-moderna. Così Chorioactis geaster, originariamente posto nella famiglia dei Sarcosomataceae a causa della vaga somiglianza del corpo fruttifero alle specie del genere Urnula, avrebbe costituito fin da subito un’anomalia nel panorama biologico fungino del Nuovo Mondo, guadagnandosi la doppia qualifica di essere endemico ed al tempo stesso monotipico, come riconfermato anche dalla classificazione del 1936 da parte di Finn-Egil Eckblad. Il che non precludeva la possibilità, ad esso strettamente interconnessa, di suscitare un senso ancor più approfondito d’inspiegabile mistero. Quando l’anno successivo, vari avvistamenti registrati all’altro capo del pacifico, nelle prefetture giapponesi di Nara e Miyazaki, confermarono in via preliminare l’associazione di questa inconfondibile presenza nel fungo conosciuto localmente come kirinomitake, per via della somiglianza del fungo non ancora maturo ai baccelli neri dei semi dell’albero di kiri, alias Paulownia tomentosa. Anomalia nella distribuzione biologica che vede una singola specie micologica presente in due diversi luoghi ai rispettivi capi del globo terracqueo, e solamente quelli. Che tutt’ora, in assenza di ulteriori indizi, la scienza stenta a spiegare…



