Huohu, i fulgidi carboni nella gabbia per gli araldi della fabbrica del fuoco umano

Una sagoma riconoscibile può assumere contorni netti se si staglia contro fonti luminose descrivibili come anticamera situazionale della grande sfera fiammeggiante creata dalla forza gravitazionale del pianeta stesso. Quando esperti praticanti si trasformano in araldi del profondo, mentre spettatori coi telefoni tenuti in verticale filmano le loro imprese per il pubblico ludibrio degli utenti social di Douyin.com. Ma come le leggi della fisica paiono talvolta accantonate dalle imprese di chi ha spirito di abnegazione superiore e indifferenza al rischio dei frangenti irregolari, può succedere talvolta che gli utenti digitali scoprano per caso un qualche cosa in grado di nutrire il fuoco artistico di lunghe e ininterrotte generazioni. Lunga è, d’altra parte, la sinuosa coda del Dragone. Ed entusiastico lo sguardo dei devoti, fortemente inclini a riprodurne le movenze tramite l’impiego di strumenti che competono al regno più tangibile della materia. Così al confine dei contrapposti degli opposti attimi, attraverso cui un oggetto si trasforma in pura luce ed energia, risiede l’elemento fiammeggiante che più di ogni altro è sintomo di ciò che non può essere imbrigliato. Ma soltanto intrappolato, momentaneamente, al termine di un lungo e resistente bastone. Huohu (火壶) lo chiamano, ovvero il “fuoco nello Hu” (壶) bollitore bronzeo trovato nei sepolcri sempiterni dell’atavica dinastia Shang. Laddove trattasi di semplice eufemismo o antonomasia, giacché gli strumenti utilizzati sono già abbastanza pesanti, da rendere la vita ardua ed il momento sufficientemente epico per quanto concerne l’attività dei danzatori. Colui o colei che impavido percorre gli ampi spazi riservati sul selciato, ricoperto di abiti perfettamente ignifughi, nell’esecuzione di una serie di essenziali quanto semplici movimenti: alzare l’enigmatico implemento, farlo roteare nell’accenno di possibili gesti marziali. Non che alcun nemico, in circostanze reali o immaginarie, possa dimostrarsi incline a bloccargli la strada o frapporsi tra costoro e l’obiettivo finale. Così mentre lapilli ne circondano la forma incappucciata, scaturendo dalle gabbie che diventano estensione naturale dei loro arti. In ampie incomparabili volute, metafore tangibili degli archi disegnati sulla superficie di una stella mai sopita.
In merito a cosa sia effettivamente ciò che abbiamo visto fuori dal suo luogo tipico di appartenenza, al di là di mere considerazioni metaforiche, la risposta può costituire una disanima di visibili fattori di contesto. I cultori di quest’arte, derivante da un tipo di danze databili da un punto di vista filologico fino agli inizi della dinastia Ming (1368 – 1644) s’inseriscono all’interno di una logica moderna non più antica del XIX secolo, quando la creazione di possibili contromisure pratiche ha posto sopra un piedistallo l’opportunità di correre ai ripari ogni qual volta il corso degli eventi sembri prendere una svolta sconveniente. E l’unica risorsa disponibile, diventi l’estintore da tenere rigorosamente a portata di mano…

La pratica dello Huohu per quanto ci è dato osservare online s’inserisce dunque nella maggior parte delle opportunità di esecuzione all’interno delle celebrazioni del capodanno, soprattutto se facenti parte delle feste itineranti note come Shehuo (社火) o “fuochi della comunità”. Strettamente associati a luoghi della Cina settentrionale ove la quantità di fondi disponibili per l’acquisto di fuochi d’artificio risulta essere inerentemente limitata. Avendo indotto la gente, nei secoli, a trovare metodi diversi per rendere omaggio agli antichi Dei. Come l’esecuzione del fatidico del Dashuhua (打树花) “Lancio delle scintille” il cui nome descrittivo allude al metodo d’impiego, ancora una volta, di materiale non propriamente convenzionale per l’esecuzione di un appariscente spettacolo notturno. Questa volta consistente, a ben vedere, nel posizionamento ad arte di un intero recipiente di ferro fuso alla temperatura di 1600 gradi. Conseguentemente sollevato con un crogiolo e scagliato, alquanto pericolosamente, verso l’alto e tutto attorno all’esecutore. Da cui si è giunti gradualmente al ruolo successivo di coloro che, abbigliati e preparati con il giusto livello di accuratezza, si sarebbero sostanzialmente sostituiti al ruolo automatico della prevedibile attrazione gravitazionale. Ciò previa l’effettiva accettazione di un fattore di rischio innegabilmente elevato, vista la temperatura pur sempre attorno ai 700-900 gradi del sopra descritto carbone “ingabbiato” ed un peso complessivo pari a 10-12 Kg dell’intero attrezzo simile ad un bilanciere, le cui due estremità presentano d’altronde la caratteristica di lasciar scaturire fuoco e fiamme in ogni immaginabile direzione. Il che complica ulteriormente l’esecuzione di manovre o passi particolarmente elaborati, vista la necessità d’indossare rigide vesti con cappucci o cappelli conici, nella speranza di riuscire a sopravvivere per più di 15 secondi a una scelta tanto problematica di carriera. Esiste, a tal proposito, la tradizione celebrata di una serie di famiglie originarie della città di Hutian, nella regione montuosa dello Hunan, connesse alla creazione dei precisi rituali dello Huohu, possibilmente collegati alla figura mitologica di Fuxi, antico eroe ed imperatore responsabile di aver creato l’umanità assieme alla sorella Nuwa, prima di donargli l’uso del fuoco ed i segreti della cottura del cibo. Nonché il modo in cui le fiamme vive fossero massimamente utili a scacciare la venuta della problematica bestia Nian, origine vorace di ogni guaio e imprescindibile minaccia alla serena società del consorzio civilizzato. Allorché diventi la capacità stessa di mettersi in pericolo, per quanto scenografica e relativamente semplice da controllare, a spaventare il male richiamando i nascosti spiriti a fornire l’opportuna protezione nei confronti di coloro che vivono da questa parte dell’alta muraglia. Confine tra lo scibile ed il meramente probabile, scintilla incandescente dell’Infinito…

I danzatori dello Huohu ci colpiscono, perciò, grazie soprattutto alla capacità di ricordare in modo niente affatto accidentale l’aspetto esteriore e i metodi dialettici dei supereroi dei tempi contemporanei. E più di un commentatore occidentale su Internet si è trovato a citare l’aspetto complessivo di un personaggio della pluri-decennale serie di videogames Mortal Kombat, per l’aspetto orientaleggiante dei vesti e copricapi indossati dai giovani protagonisti di siffatti frangenti.
Il cui significato piò profondo potrà anche essere andato perduto, nel vasto golfo che separa un’usanza regionale di terre lontane dal grande flusso condiviso delle informazioni digitalizzate.
Ancorché nessuno, dinnanzi al risultato estetico ottenuto dagli esperti esecutori, sia incline a rimanere totalmente indifferente ai sottintesi meriti situazionali. Almeno in questo, siamo tutti uguali: il fuoco ci spaventa e al tempo stesso affascina. Come le altezze visitate dai camminatori delle corde sottili. Come il lancio dei coltelli o la lettura della poesia Vogon, forse il più rischioso, sgabazzante attimo di orrore in grado di elevare transitoriamente la nostra tranquilla sanità mentale.

Lascia un commento