Il momento giunge, in genere, a metà del secondo o terzo giorno che i turisti passano sull’isola di Cipro. Dopo essersi bagnati sulle spiagge dalle acque cristalline di Nissi o Coral Bay ed avendo visitato le Tombe dei Re a 20 minuti di distanza dall’aeroporto di Pafo e le affascinanti rovine residuali dell’antica città greco-romana che portava quell’antico nome, non è insolito seguire il vento indagatore della curiosità storica prendendo posto sul trasporto pubblico, se non noleggiando in modo ancora più diretto un auto o motociclo elettrico tra i molti a disposizione. Così da spingersi più avanti, sulla costa meridionale di questa repubblica mediterranea, tenendosi comunque a ragionevole distanza dal confine con la parte militarizzata a seguito della lunga disputa territoriale con la Turchia. Qui dove al termine di un lungo ed arzigogolato sentiero, costruito con i ciottoli disposti in una lunga scalinata, ci si trova innanzi a un terrapieno il cui contenimento sembra garantito da un muro di pietra costruito a secco, ragionevolmente conforme all’impiego di una qualche tecnica tradizionale. Ciò che colpisce ancor di più, sul profilo di un simile paesaggio, è d’altronde la presenza soprastante di una breve serie di casupole, il cui aspetto sembra quello di piccoli edifici del tutto contemporanei, assemblati tramite copiose quantità di cemento armato. Il che non può trare in inganno, comunque, il visitatore armato di scheda informativa o guida acquistata al duty free, immediatamente incline a porre in relazione tale assembramento di elementi a un’epoca ed un tempo particolarmente remoto: circa 9 millenni a questa parte, nel Neolitico remoto, quando antichi gruppi culturali precorrevano le terre e gesti delle civiltà che ormai ci sono familiari. Giacché Χοιροκοιτία, o Khirokitia che dir si voglia, costituisce il chiaro e distintivo segno di uno stile di vita dimenticato; quello di un perduto popolo di costruttori, avvezzi all’uso di terra battuta dal riconoscibile color grigio spento, capace di confondere le attuali generazioni, inclini a collegarla con altre tipologie di approcci strutturali contemporanei.
Primo punto che merita di essere sottolineato, a tal fine: le tre capanne sopraelevate costituiscono una ricostruzione moderna, tuttavia fedele per aspetto e materiali a ciò che qui è stato possibile contestualizzare, grazie a scavi approfonditi per la prima volta nel 1934 ad opera dell’archeologo Porphyrios Dikaios, quindi proseguiti all’inizio del 1970 e fino all’invasione da parte dei Turchi, verificatosi al culmine delle tensioni politiche di quattro anni dopo. Pochi sono i metri da percorrere, d’altro canto, per poter scrutare con i propri stessi occhi le fondamenta delle originali abitazioni, i muri parzialmente crollati e lo scheletro di strade e sentieri per un insediamento di medie dimensioni, probabilmente in grado di estendersi entro un’area pari 2,5-3 ettari complessivi. Caratterizzato dai suoi ritmi e tradizioni, che tutt’ora vengono costantemente sottoposte a revisioni sulla base dei nuovi studi scientifici pubblicati in materia…
luoghi
Cimitero del deserto dopo 4.000 anni: pali e navi nella polvere dell’arido bacino di Tarim
Luogo liminale per eccellenza, il deserto rappresenta il tipo tragitto che prosegue lungo l’asse inospitale della Terra, laddove risulta possibile passare, mai fermarsi. Carovane o gruppi di persone inclini all’avventura lo percorrono, tenendo sempre in mente l’obiettivo e ben sapendo come un calcolo sbagliato nella quantità di liquidi e vivande possa essere sinonimo fallimento, stasi e sempiterna silenziosità. Esistono particolari circostanze, conseguentemente, entro cui quel singolare viaggio può essere allungato il più possibile. Quando l’obiettivo è un punto intermedio, sottoposto ad un’approfondita analisi scientifica e situazionale. Così nel 1934, il giovane archeologo svedese Folke Bergman si trovava al seguito di una grande spedizione esplorativa nel deserto asiatico dello Xinjiang, quando gli capitò di recepire un pregno resoconto dal nativo di un villaggio ai margini di quella landa desolata. Un racconto, di quest’uomo di nome Ördek, relativo al surreale avvistamento di qualcosa di bizzarro ed inusitato: decine e decine di pali verticali, alti fino a 3-4 metri, conficcati su una duna di sabbia allungata, emergente dal deserto come un’isola completamente priva di vegetazione. Difficile comprendere il significato di una tale circostanza, ma del tutto impossibile, per una mente scientifica, pensare di lasciare ad altri l’opportunità di approfondirla. Trascorsi i pochi giorni necessari alla preparazione, armi e bagagli al seguito, un distaccamento della compagnia europea raggiunse il sito non troppo lontano dal lago prosciugato di Lop Nur, un tempo una delle oasi più importanti della regione. Qui dove un transitavano le carovane della Via della Seta, il cui repertorio collettivo dei paesaggi indubbiamente aveva incluso, per i suoi percorritori, l’occasione di vedere con i propri occhi un tale antico, mistico distretto dedicato alla conservazione dei defunti. Allorché non ci volle molto, dal punto di vista di Bergman, per determinare la palese funzione di quello che denominò il “cimitero del piccolo fiume di Xiahoe”, dal toponimo cinese 小河墓地 – Xiǎohé mùdì. Un luogo la cui intrinseca natura, mentre veniva sottoposto ad un’analisi adeguatamente approfondita, diventava sempre più complicato da contestualizzare. Qui giacevano difatti i morti di una società sofisticata, dotata di particolari e sconosciuti rituali. Beni di un certo livello di prestigio, tessili ed alimentari, cesti, maschere di legno, tazze, stuoie e stivali. Persino il primo esempio di formaggio mai trovato, prodotto con metodologie paragonabili a quelle dell’odierno kefir del Caucaso. Oltre ai chiari segni ed un’organizzazione a strati della società vigente, dove non tutte i sepolcri erano uguali, dimostrando l’esistenza di almeno una classe dirigente o sacerdotale. Ma forse la scoperta più incredibile era rappresentata dalla forma degli stessi sarcofaghi impiegati per i defunti. La cui forma chiaramente ricordava, nel bel mezzo di uno dei luoghi più secchi di questo mondo, il profilo di uno scafo avvezzo a navigare sulle onde. Incredibile pensarlo: gli abitanti del deserto, per qualche ragione ancora da determinare, erano stati sepolti all’interno di una vasta collezione di barche…
Dal cratere di un vulcano yemenita, le radici che richiamano l’immenso albero del mondo
Cinque sono le aperture che circondano il villaggio nel distretto arido di Dhamar, nello Yemen occidentale, famoso come punto di ristoro per le carovane commerciali e a causa delle taumaturgiche sorgenti termali, capaci di curare afflizioni della pelle, reumatismi e dolori articolari. Cinque fori aperti nella dura scorza esterna del pianeta, che permettono alle cose di apparire in prospettiva: quanto siamo rilevanti, per davvero, nello schema generale delle cose? Fino a che punto le nostre opere maestose possono costituire un termine di paragone, per l’immenso ingegno di colui o colei che plasma il cosmo da imperterrite generazioni, la Natura? Talvolta per un pratico principio operativo, così facile da interpretare. E in altri casi, a quanto sembra, perseguendo a quanto sembra immagini capaci di evocare il relativamente piccolo nel macroscopico, e viceversa. Allorché scrutando immagini satellitari o le fotografie scattate da un aereo, ciò che appare ai margini del centro abitato non parrebbe incline ad essere frainteso. Costituendo il ceppo dal diametro di circa 50 metri dell’arbusto che sovrasta e unisce gli universi. Completo di propaggini di terra che si alzano sulle pendici, così diabolicamente simili a radici senza tempo. Yggdrasil come albero è un elemento mitologico che appartiene ad altri popoli. Ma Yggdrasil la metafora, riconducibile per tale retorica ad un concetto oltre il suo mero significato culturale, può trovarsi in molti luoghi allo stesso tempo. Ed in effetti proprio questo, da molteplici punti di vista, uno di essi.
Così crescendo all’ombra di un simile orpello per il territorio, completo di bordi percorribili mediante l’uso di una pratica scala in metallo (anche il turismo, dopo tutto, vuole la sua parte) alcuni giovani del luogo paiono disporre di una certa dimestichezza con le altezze. Ed una propensione a dimostrarla con precisa enfasi per il pubblico ludibrio delle genti internettiane, almeno a giudicare dalla quantità di graffiti in lingua araba disseminati sulle ripide pendici interne. Ed i video plurimi su Instagram, TikTok ed altri lidi, nel corso dei quali il cercatore di vertigini si arrampica a sobbalzi verso il basso, giungendo fina a compiere capriole alla ricerca di uno sprezzo del pericolo palese, in qualche modo conducibile ad un’immediato aumento della sua reputazione tra i pari. Il tipo di scene in grado di coinvolgere direttamente ampie fasce di pubblico, sebbene a poco serva nel chiarire l’effettiva origine geologica di una così distintiva caratteristica del perforato paesaggio…
I 25.000 laghi che costellano l’altopiano di Putorana, tetto irraggiungibile della Siberia
Tra i dieci e i dodici milioni di anni fa, la geologia terrestre era la conseguenza di un sistema interconnesso di cause ed effetti, non meno complesso di quello attuale. La scala degli eventi coinvolti, tuttavia, raggiungeva proporzioni impressionanti. Così lo stesso terremoto che causò il sollevamento di una costellazione d’isole nei mari di Barents e di Kara, ebbe un effetto imprevisto sulla placca eurasiatica settentrionale. Spingendo verso l’alto un mare di basalto sotterraneo, creato dall’attività di un mega-vulcano ormai sopìto e dando luogo all’occorrenza in tempi relativamente brevi di quella che avrebbe potuto essere una catena montuosa del tutto nuova. Ma la struttura intrinseca dei cosiddetti Trappi Siberiani, dal termine svedese trappa, “scale” o “gradini” era tale da riuscire a mantenersi livellati anche nel corso di un così sconvolgente processo. Il che impedì alle cime di formarsi, sviluppando il susseguirsi di una serie di vasti altopiani. Con il trascorrere del tempo e il conseguente processo di erosione ambientale, dunque, l’aspetto di questa regione vasta quanto l’Inghilterra o l’Oregon mutò senza un’alterazione sostanziale del suo dislocamento grosso modo pianeggiante. Attraversata dalle acque risultanti dai processi di scioglimento dovuti alla progressione climatica intercorsa, divenne il recipiente perforato di una pletora di gelidi ed irregolari bacini. Il più completo ed esaustivo catalogo di ecosistemi artici, dalla taiga, alla tundra, alle oscure foreste ricoperte dalla neve occasionale. Qui intere discendenze di creature nacquero e prosperarono, affrontarono le progressive trasformazioni dell’evoluzione. Ed in un certo senso riescono tutt’ora a farlo, nonostante i tentativi di espansione da parte dell’uomo.
Da una prospettiva contemporanea, la più vicina città nell’area geografica di Putorana risulta essere Norilsk, situata in corrispondenza del suo confine nord-occidentale, polo minerario e metallurgico risultante dalla creazione dei gulag punitivi sovietici alla metà degli anni ’30 del Novecento. Luogo fiorente nonostante il clima gelido, le cui alte ciminiere liberano nell’aria una significativa dose d’inquinamento e polveri sottili, fortunatamente spinte dai venti dominanti in direzione opposta rispetto all’inestimabile patrimonio naturale della regione di Krasnoyarsk. Proprio in questo luogo, ultimo avamposto della civiltà, è possibile sbarcare presso l’aeroporto internazionale di Alykel, per poi avviarsi nella stessa maniera fatta dai primi esploratori di quei luoghi tramite barche a motore, canoe o nei mesi invernali, gatti delle nevi. Giacché nessuna strada, ancora oggi, attraversa l’altopiano. Fatta eccezione quella metaforica del senso spirituale d’avventura, coadiuvato da una dose problematica di sprezzo del pericolo ed abnegazione. Giacché in qualsiasi modo vadano le cose, nessuno torna invariato dalle terre quasi mistiche di Putorana…



