Il Buddha di tre piani intento a meditare nell’alto castello dei dinasti del Ladakh

Due aspetti comprimari di un vortice che insegue se stesso, potere temporale e senso del sacro difficilmente tendono a trarre vantaggio da alcun tentativo di separarli. Laddove con simbiotica occorrenza, il primo riesce a trarre legittimità dall’altro, mentre il secondo, viene vicendevolmente posto sopra un intoccabile piedistallo. Così attraverso le generazioni e fin dai tempi antichi, schiere di sovrani hanno tentato d’incarnare il ruolo alternativo di supremi sacerdoti, piuttosto che reincarnazioni del tutto tangibili della divinità. E quando ciò non fu più praticabile, per l’adozione di un più complesso e stratificato sistema di venerazione, fecero il possibile per mantenersi il più possibile vicino alle spiritualità superne, costruendo chiese, monasteri e monumenti assieme agli altri maestosi simboli della propria essenza. Ma è senza dubbio singolare, e al tempo stesso raro, l’approccio scelto in modo particolare dai due più celebri sovrani della dinastia al potere dei Namgyal, nell’odierna regione amministrativa indiana e precedente regno pluri-secolare di Ladakh: chiamare Buddha a vivere nella loro stessa dimora, facendo delle auguste sale anche un luogo di venerazione, con tutto ciò che questo comporta. Trasformandosi a tutti gli effetti in attendenti di un gompa o monastero, affinché il proprio contributo alla sfera della fede potesse sopravvivergli, come in effetti avvenne al disgregarsi dell’unità politica per l’invasione dei propri nemici. Approccio adattato e migliorato dalle scelte dei propri predecessori del potente stato di Maryul, che furono capaci estendere i propri domini fino alle pendici dell’antistante Himalaya. E che trova la sua massima realizzazione presso il villaggio montano di Shey, situato in posizione strategica tra la moderna capitale, Leh e l’antecedente gompa di Thikse, che ne condivide alcuni aspetti architettonici e funzionali. Nel sito esatto dove lo stesso committente di quest’ultimo, il Re Lhachen Palgyigon (r. 930-960 d.C.) aveva fatto costruire la sua fortezza e centro amministrativo del dominio, sebbene la maggiore parte dei fondi investiti fossero stati concessi ai discepoli della scuola Gelug del recentemente adottato Buddhismo tibetano, così come avrebbero fatto molti dei suoi insigni successori. Forse il punto di partenza del ragionamento che avrebbe portato Deldan Namgyal, seicento anni dopo, a costruirsi un luogo abitativo che fosse al tempo stesso un luogo di culto. Destinato a fare la storia presso questi luoghi, in più di un senso…

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Lupus monogatari, capitolo finale: si è davvero estinto il canide che percorreva i boschi giapponesi?

La più famosa statua di Tokyo non è certo la più grande, non è la più magnifica, non rappresenta neanche un importante personaggio storico dell’epoca dei samurai. Per il principio culturale che individua un importanza spirituale negli esseri e il comportamento naturali, essa è dedicata a un differente tipo di eroe nazionale: Hachiko, il cane iconico che in seguito al decesso del suo padrone, andò per dieci anni ad aspettarlo alla stazione di Shibuya, dove l’uomo partiva per andare al lavoro. Concettualmente speculare al celebrato piedistallo risalente al 1934, ne figura d’altra parte un altro, nel meno frequentato villaggio montano da 1.300 abitanti di Higashiyoshino, nella prefettura di Nara. Piuttosto che un Akita accovacciato, esso mostra una creatura alquanto differente, in piedi e con la coda folta, le orecchie dritte, il muso spalancato in un silenzioso richiamo alla luna. La sua storia, risalente all’inizio del secolo scorso, è forse più breve ma non meno tragica dell’altra: esso è infatti il lupo senza nome catturato ed ucciso a Washikaguchi, ultimo di una stirpe vecchia almeno di 25.000 anni. In data e circostanze assai precise, grazie al resoconto del naturalista occidentale Malcolm Anderson, che il 21 gennaio del 1905 ne aveva acquistato in situ la pelle per conto del Duca di Bedford, che la donò al British Museum, dove si trova tutt’ora. Il che permette d’intuire ciò di cui stiamo parlando: non l’equivalenza esteriormente sostanziale del tipico quadrupede cosmopolita, attestato ai margini della moderna civiltà nella maggiore parte dell’emisfero settentrionale. Bensì una creatura fortemente distintiva, classificato per la prima volta come sottospecie da Coenraad Jacob Temminck soltanto 61 anni prima, ispirandosi agli studi pre-moderni dell’erborista Ono Ranzan. Da lui ribattezzato prontamente come Canis lupus hodophilax, dal termine in lingua giapponese ōkami – 狼 etimologicamente complesso al punto di poter essere tradotto come “grande cane”, “grande bocca” o ancora, “grande spirito” da cui l’assonanza probabilmente non casuale con il termine kami – 神 divinità. Ancorché il predecessore di Kyoto, non limitandosi a tratteggiarne un’immagine meramente folkloristica, aveva nei fatti individuato due canidi selvatici nell’arcipelago, da una parte il lupo a tutti gli effetti e dall’altra lo yamainu, un tipo di cane di montagna, probabilmente di origini ferali. Descrivendo le caratteristiche necessarie a distinguerli in modo molto dettagliato, sebbene a causa di una traduzione incompleta, Temminck confuse le due creature abbinando al suo lavoro sul lupo descrizione e note relative a un esemplare di cane preservato dal botanico tedesco Siebold. Fraintedimento comprensibile, quando si acquisicono nozioni in merito ai tratti riconoscibili del vero e proprio ōkami: esempio evolutivo di nanismo insulare, con i suoi soli 39 cm di altezza e zampe sorprendentemente corte, il muso poco sviluppato, le orecchie alte e triangolari, un mantello grigio fulvo simile a quello dei cugini europei. Una visione stranamente familiare per ogni cinofilo dei nostri giorni, persino dopo la problematica deriva degli eventi locali…

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Tra tori e suini di granito, letture discordanti in merito alle usanze statuarie dei progenitori spagnoli

Comparativamente ad altre zone oggetto di approfonditi studi archeologici in Europa, poche sono le certezze in merito alle metodologie di allevamento tradizionale e gestione delle altre risorse animali tra gli antichi popoli della penisola iberica. Sebbene almeno una delle identità culturali coinvolte ci abbia lasciato, come supremo tratto distintivo, un’intera classe d’imponenti manufatti collegati a tale aspetto del proprio stile di vita. Scolpiti in modo quasi espressionista nella nuda roccia, i circa 400 esempi di verracos (let. “maschi di maiale”) sparpagliati nell’intera area centro-occidentale della Spagna, oltre ad alcune regioni di confine del Portogallo, sono stati lungo gli anni interpretati come rappresentazioni a seconda dei casi non soltanto dei quadrupedi porcini, ma anche bovidi riconoscibili dai buchi per le corna lungamente scomparse ed in almeno un singolo caso in Estremadura, un orso. Accantonata l’eccezione dunque, quel tipo di animali che nell’epoca interessata tra il VI e I secolo a.C. avrebbero rappresentato l’espressione tangibile della ricchezza di un insediamento e la sua classe dirigente, in base alla quantità di capi di cui potevano disporre come fonte di benessere e nei momenti di maggiore abbondanza, merci di scambio con i popoli vicini. Un punto cardine probabilmente, a quanto ci è dato desumere, per l’organizzazione sistematica dei Vettoni, discendenza di una migrazione di matrice celtica portata a compimento nella tarda Età del Ferro, verso le terre ancora non sfruttate né controllate dai loro storici vicini ed alleati, i Lusitani. Così come le armate della Repubblica Romana li avrebbero trovati, all’apice della seconda guerra punica, chiedendo ed ottenendo di partecipare allo sforzo bellico contro il potere dello storico avversario cartaginese. Del tutto superficiale risulta essere, d’altronde, l’idea secondo cui queste genti prive di scrittura fossero dei meri barbari in attesa di ricevere il dono della civilizzazione; a del tutto autosufficienti ed efficientemente organizzati, possessori di manufatti complessi e tecniche di metallurgia sofisticata, il popolo della meseta (altopiano centrale) si trovava ai tempi dislocato in una serie di città fortificate con edifici imponenti e chiari segni di opere costruite pubblicamente, tra le quali rientravano con alta probabilità le stesse statue animali. Luoghi come l’oppidum di Ulaca nella provincia di Ávila, ai tempi circondato da una cinta muraria di 3.000 metri e composto da almeno 250 case, occupate da una cifra stimata di 1.000-1.400 abitanti. Per cui oltre al santuario in pietra di 16×8 metri dedicato ad un pantheon divino di cui sappiamo poco e nulla, un presumibilmente rilevante punto di riferimento religioso era rappresentato nel contempo dalla letterale costellazione di bestie di pietra situate poco fuori dai confini cittadini, stolidi guardiani e possibili osservatori designati delle febbrili attività umane. In altri casi spostati o modificati con iscrizioni in lingua latina nel corso dei lunghi secoli, dalle proprie collocazioni rurali verso punti di riferimento celebri come il monastero di El Tiemblo nella regione di Castiglia e León, o a guisa di decorazioni presso il ponte di Salamanca costruito ai tempi dell’Imperatore Traiano. Espressioni ad ogni modo totalmente scevre degli antichi significati, che ad oggi restano l’oggetto di una serie di enfatiche, quanto contrastanti interpretazioni…

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Ascesa e prossima estinzione del tirannosauro colossale che ha ombreggiato la città dei dinosauri, Drumheller

Gli oggetti che compaiono negli specchietti retrovisori possono sembrare più piccoli di quello che sono, il che può risultare ironico in particolari circostanzi cinematografiche o all’interno di eventuali, per lo più speculativi Jurassic Parks. Anche senza ripescare il canone di serie cinematografiche che hanno fatto la storia, tuttavia, è indubbio che sussistano creature tanto forti e impressionanti, così maestose nella propria propensione ad inviare e spargere il terrore, che le proporzioni contano fino ad un certo punto. Trasformandole, al di sopra di una massa critica, nel culmine svettante del più puro ed assoluto senso di meraviglia. Così come Rodi aveva il suo Colosso, statua in bronzo che voleva dare il benvenuto ai naviganti, gli automobilisti che si spingono verso gli aridi calanchi dell’Alberta orientale, in Canada, si ritrovano ad un certo punto avvezzi a una figura nello skyline che non parla tanto di creazioni architettoniche o pregiate soluzioni ingegneristiche al problema abitativo. Quanto la dinamica tra prede e predatori, ovvero l’implicita ed imprescindibile spietatezza della natura. Adesso come allora, lassù nella Preistoria, prima che il Cretaceo terminasse aprendo il passo all’infinito susseguirsi delle epoche ulteriori. Ed i giganti camminavano, o talvolta percorrevano di corsa, valli e monti di quel mondo dove gli orizzonti si estendevano in assenza di evidenti interruzioni fino al colle o la montagna successiva. Fatta eccezione, s’intende, per le teste dei dinosauri. Dal collo lungo e flessibile, oppur compatto, taurino, sormontato dalla bocca in grado di afferrare e sminuzzare il corpo degli erbivori eccessivamente lenti per poter raggiungere lo stadio successivo dell’evoluzione. Così l’esemplare (a quanto pare) femmina di Tyrannosaurus Rex che è stato ormai da un quarto di secolo il simbolo e l’orgoglio di una simile Drumheller, capitale dei teropodi nel vasto territorio nordamericano, ancora svetta con estetica magniloquenza sopra il prato da picnic e l’adiacente spazio del parcheggio a beneficio degli stanchi viaggiatori, inclini nonostante tutti a risalire quella scala interna, dietro pagamento di un biglietto ragionevole, per osservare il panorama dalle fauci soprastanti. D’altro canto la sua altezza, pari a 26 metri e la lunghezza che ne occupa 46, semplicemente, non conoscono l’eguale. Giacché più simili a Godzilla che qualsiasi tipo di creatura appartenente a tale schiatta, per quanto ci è stato possibile determinare tramite l’applicazione della paleontologia contemporanea. Ma le cose, come spesso capita, potrebbero ben presto sconfinare nell’entropico disfacimento di ogni cosa che in tanti amano e ricordano dagli anni della propria infanzia priva di eccessivi pensieri. Poiché non è facile, o in alcun modo risolvibile dal punto di vista pecuniario, continuare a mantenere operativa un’attrazione simile. Ed è comprensibile che il concilio cittadino ad oggi pensi, con saliente ostinazione, al modo più pratico di chiudere una vicenda che ha oggettivamente ormai fatto il suo tempo…

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