Lupus monogatari, capitolo finale: si è davvero estinto il canide che percorreva i boschi giapponesi?

La più famosa statua di Tokyo non è certo la più grande, non è la più magnifica, non rappresenta neanche un importante personaggio storico dell’epoca dei samurai. Per il principio culturale che individua un importanza spirituale negli esseri e il comportamento naturali, essa è dedicata a un differente tipo di eroe nazionale: Hachiko, il cane iconico che in seguito al decesso del suo padrone, andò per dieci anni ad aspettarlo alla stazione di Shibuya, dove l’uomo partiva per andare al lavoro. Concettualmente speculare al celebrato piedistallo risalente al 1934, ne figura d’altra parte un altro, nel meno frequentato villaggio montano da 1.300 abitanti di Higashiyoshino, nella prefettura di Nara. Piuttosto che un Akita accovacciato, esso mostra una creatura alquanto differente, in piedi e con la coda folta, le orecchie dritte, il muso spalancato in un silenzioso richiamo alla luna. La sua storia, risalente all’inizio del secolo scorso, è forse più breve ma non meno tragica dell’altra: esso è infatti il lupo senza nome catturato ed ucciso a Washikaguchi, ultimo di una stirpe vecchia almeno di 25.000 anni. In data e circostanze assai precise, grazie al resoconto del naturalista occidentale Malcolm Anderson, che il 21 gennaio del 1905 ne aveva acquistato in situ la pelle per conto del Duca di Bedford, che la donò al British Museum, dove si trova tutt’ora. Il che permette d’intuire ciò di cui stiamo parlando: non l’equivalenza esteriormente sostanziale del tipico quadrupede cosmopolita, attestato ai margini della moderna civiltà nella maggiore parte dell’emisfero settentrionale. Bensì una creatura fortemente distintiva, classificato per la prima volta come sottospecie da Coenraad Jacob Temminck soltanto 61 anni prima, ispirandosi agli studi pre-moderni dell’erborista Ono Ranzan. Da lui ribattezzato prontamente come Canis lupus hodophilax, dal termine in lingua giapponese ōkami – 狼 etimologicamente complesso al punto di poter essere tradotto come “grande cane”, “grande bocca” o ancora, “grande spirito” da cui l’assonanza probabilmente non casuale con il termine kami – 神 divinità. Ancorché il predecessore di Kyoto, non limitandosi a tratteggiarne un’immagine meramente folkloristica, aveva nei fatti individuato due canidi selvatici nell’arcipelago, da una parte il lupo a tutti gli effetti e dall’altra lo yamainu, un tipo di cane di montagna, probabilmente di origini ferali. Descrivendo le caratteristiche necessarie a distinguerli in modo molto dettagliato, sebbene a causa di una traduzione incompleta, Temminck confuse le due creature abbinando al suo lavoro sul lupo descrizione e note relative a un esemplare di cane preservato dal botanico tedesco Siebold. Fraintedimento comprensibile, quando si acquisicono nozioni in merito ai tratti riconoscibili del vero e proprio ōkami: esempio evolutivo di nanismo insulare, con i suoi soli 39 cm di altezza e zampe sorprendentemente corte, il muso poco sviluppato, le orecchie alte e triangolari, un mantello grigio fulvo simile a quello dei cugini europei. Una visione stranamente familiare per ogni cinofilo dei nostri giorni, persino dopo la problematica deriva degli eventi locali…

Creatura rigorosamente endemica, sebbene si ritiene possa essere giunta sulle isole attorno all’epoca del Pleistocene, estinguendosi soltanto successivamente nella sua originaria Siberia, il C. l. hodophilax potrebbe nei fatti essere uno degli ultimi rappresentanti, assieme al lupo italiano, dell’aplogruppo 2, vantando in tal senso un antenato comune che in tempi preistorici doveva popolare l’intero continente d’Eurasia. Essendo andato incontro, diversamente dal canide nostrano, ad un evento di estinzione totalizzante con l’apertura del paese ai commerci internazionali all’inizio dell’epoca Meiji (1868-1912) quando le razze domestiche a bordo delle navi provenienti da ogni parte del mondo sbarcarono sul suolo sacro, portando con se malattie come la rabbia ed il cimurro. Esattamente nel periodo in cui, all’apice della pluri-secolare colonizzazione dell’isola settentrionale di Hokkaido, l’implementazione di strategie agricole e di allevamento sul modello occidentale diedero inizio alla sistematica eliminazione del Canis l. hattai, una sottospecie totalmente diversa, possibilmente proveniente dagli antenati degli attuali lupi nordamericani. Anch’esso estintosi verso l’inizio dell’epoca contemporanea, sebbene quello che successe all’ōkami propriamente detto nell’isola centrale dello Honshū fu, se possibile, ancor più repentino e paradossale. Immaginate, a tal proposito, una creatura venerata al punto da figurare in qualità di sacro simbolo delle montagne e statua protettrice in santuari come Mitsumine (Chichibu) Tamaki e Takataki (Kii) venendo messo al posto del solito komainu (狛犬) il cane leone mitologico famosamente importato dall’antichità cinese. Che in questo paese notoriamente meno incline a sovrascrivere le proprie usanze con i mutamenti culturali dei tempi che corrono, viene d’un tratto percepito a guisa di un pericolo per la spinta all’urbanizzazione. Impeto il quale, privandolo di prede naturali lo induce ad attaccare il bestiame, i cavalli e in seguito alla contrazione della zoonosi virale, addirittura l’uomo. Che cosa restava a quel punto da fare, se non dargli la caccia fin quasi all’ultimo esemplare? Attribuendogli persino una taglia (7 yen per esemplare nel 1878, poi aumentata a 10). Fermandosi soltanto molti anni dopo, per comprendere le conseguenze di un simile gesto scriteriato.
Eliminare il predatore principale di un ambiente non è mai, nei fatti, un gesto privo di conseguenze. Il che ci porta al Giappone odierno, con le sue ampie zone soggette a relativamente recenti opere di deforestazione, ma ormai letteralmente invase da popolazioni di cervi sika e cinghiali, capaci di arrecare danni agricoli ben oltre ciò che il lupo avrebbe mai potuto pensare di conseguire. Ed una quantità di cacciatori di questi ultimi sempre più ridotta e in là con gli anni, aprendo la sfera del possibile a ulteriori e non meno devastanti opere di annientamento istituzionalizzato. Da che l’implementazione di soluzioni estreme nella propria bizzarria, come i “lupi robotici”, spaventapasseri semoventi da film horror della Ohta Seiki Co. (vedi articolo precedente) o ancora il programma proposto dal Prof. Naoki Maruyama della Japan Wolf Foundation, d’introdurre artificialmente il lupo occidentale nell’arcipelago, sperando in questo modo di arginare il problema. Ipotesi molto prevedibilmente invisa alla popolazione agricola, per la tradizionale reputazione temibile associata alla storia di questo animale.

Ma forse la storia più memorabile connessa alla sparizione della specie resta quella di Hiroshi Yagi, il naturalista autodidatta che nel 1969, allora diciannovenne, udì un ululato distante mentre riforniva un rifugio montano. Esperienza a seguito della quale giurò a se stesso che avrebbe un giorno incontrato e documentato l’esistenza, cripticamente proseguita, dell’ormai quasi leggendario ōkami. Il che avvenne nei fatti nel 1996, presso il Parco nazionale di Chichibu-Tama-Kai, quando costui scorse dal finestrino della propria automobile un canide dall’aspetto insolito, del tutto conforme alle descrizioni storiche del C. l. hodophilax. Il quale non scappò, lasciandosi piuttosto avvicinare permettendogli di scattare una serie di fotografie ormai celebri, paragonabili nel mondo della criptozoologia all’incontro lungamente auspicato con il l’uomo scimmia dei boschi americani o il misterioso plesiosauro del lago di Lochness. Il lupo era lì, di fronte a lui, come nella leggenda popolare dell’okuri-ōkami (送り狼) creatura incline ad accompagnare e vegliare sui viandanti e che soltanto ricevendo gli appropriati ringraziamenti, avrebbe in seguito evitato di divorarli. Se in quel momento egli avesse avuto la presenza di spirito di accelerare, mettendo sotto ed uccidendo l’animale, la leggenda avrebbe finalmente guadagnato i contorni realistici di un’acclarata verità. Ma Hiroshi Yagi non era quel tipo di ricercatore. Per fortuna. E in ogni caso, che cosa mai sarebbe cambiato? Il Grande Spirito, la Bocca Insaziabile di un tempo è ormai creatura di leggende ed epici racconti popolari. Non più una verità gravosa della vita quotidiana delle persone. Da un certo punto di vista, la vita è più semplice adesso, di quanto lo sia mai stata nel corso degli ultimi tredici o quattordici millenni. Per gli umani!

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