Tra tori e suini di granito, letture discordanti in merito alle usanze statuarie dei progenitori spagnoli

Comparativamente ad altre zone oggetto di approfonditi studi archeologici in Europa, poche sono le certezze in merito alle metodologie di allevamento tradizionale e gestione delle altre risorse animali tra gli antichi popoli della penisola iberica. Sebbene almeno una delle identità culturali coinvolte ci abbia lasciato, come supremo tratto distintivo, un’intera classe d’imponenti manufatti collegati a tale aspetto del proprio stile di vita. Scolpiti in modo quasi espressionista nella nuda roccia, i circa 400 esempi di verracos (let. “maschi di maiale”) sparpagliati nell’intera area centro-occidentale della Spagna, oltre ad alcune regioni di confine del Portogallo, sono stati lungo gli anni interpretati come rappresentazioni a seconda dei casi non soltanto dei quadrupedi porcini, ma anche bovidi riconoscibili dai buchi per le corna lungamente scomparse ed in almeno un singolo caso in Estremadura, un orso. Accantonata l’eccezione dunque, quel tipo di animali che nell’epoca interessata tra il VI e I secolo a.C. avrebbero rappresentato l’espressione tangibile della ricchezza di un insediamento e la sua classe dirigente, in base alla quantità di capi di cui potevano disporre come fonte di benessere e nei momenti di maggiore abbondanza, merci di scambio con i popoli vicini. Un punto cardine probabilmente, a quanto ci è dato desumere, per l’organizzazione sistematica dei Vettoni, discendenza di una migrazione di matrice celtica portata a compimento nella tarda Età del Ferro, verso le terre ancora non sfruttate né controllate dai loro storici vicini ed alleati, i Lusitani. Così come le armate della Repubblica Romana li avrebbero trovati, all’apice della seconda guerra punica, chiedendo ed ottenendo di partecipare allo sforzo bellico contro il potere dello storico avversario cartaginese. Del tutto superficiale risulta essere, d’altronde, l’idea secondo cui queste genti prive di scrittura fossero dei meri barbari in attesa di ricevere il dono della civilizzazione; a del tutto autosufficienti ed efficientemente organizzati, possessori di manufatti complessi e tecniche di metallurgia sofisticata, il popolo della meseta (altopiano centrale) si trovava ai tempi dislocato in una serie di città fortificate con edifici imponenti e chiari segni di opere costruite pubblicamente, tra le quali rientravano con alta probabilità le stesse statue animali. Luoghi come l’oppidum di Ulaca nella provincia di Ávila, ai tempi circondato da una cinta muraria di 3.000 metri e composto da almeno 250 case, occupate da una cifra stimata di 1.000-1.400 abitanti. Per cui oltre al santuario in pietra di 16×8 metri dedicato ad un pantheon divino di cui sappiamo poco e nulla, un presumibilmente rilevante punto di riferimento religioso era rappresentato nel contempo dalla letterale costellazione di bestie di pietra situate poco fuori dai confini cittadini, stolidi guardiani e possibili osservatori designati delle febbrili attività umane. In altri casi spostati o modificati con iscrizioni in lingua latina nel corso dei lunghi secoli, dalle proprie collocazioni rurali verso punti di riferimento celebri come il monastero di El Tiemblo nella regione di Castiglia e León, o a guisa di decorazioni presso il ponte di Salamanca costruito ai tempi dell’Imperatore Traiano. Espressioni ad ogni modo totalmente scevre degli antichi significati, che ad oggi restano l’oggetto di una serie di enfatiche, quanto contrastanti interpretazioni…

Sottoposte ad analisi e scrutinio approfondito fin dall’inizio dell’epoca moderna, in qualità di tratti distintivi alquanto rari tra le culture relativamente uniformi della propria zona di riferimento, le presenze statuarie in questione sarebbero per gradi giunte alla qualifica encomiabile di elementi iconici di una vera e propria identità culturale latente, quella riferibile a coloro che tanto spesso continuarono, attraverso le peripezie e i risvolti della Storia, a costruirle. Ma perseguendo quale classe di obiettivi, e perché? Qui l’analisi tende a farsi più complessa e diventa necessario porre alcuni limiti alla precisione delle conclusioni raggiungibili sulla base di fatti acclarati. Essendo nei fatti situati, nella maggior parte dei casi, fuori dal nucleo degli oppida costruiti dai Vettoni, vige tra le idee più accreditate la teoria che essi volessero costituire un tipo di marcatori territoriali, potenzialmente dislocati lungo l’estensione di pascoli ad esclusiva disposizione di un’elite regnante, del tutto inaccessibili da parte della gente comune dei loro incontrastati domini. Il che ci dice poco o nulla, d’altro canto, per quanto concerne l’effettivo significato che all’epoca veniva attribuito a quei quadrupedi, nonché la ragione per cui un determinato rapporto proporzionale ed esteriore ne facesse una visione tanto familiare ed immediatamente riconoscibile nella propria vasta zona di attestazione. Da qui l’approccio mirato a caratterizzarli come numi tutelari di un’economia per lo più agricola e pastorizia, forse interconnessi alla fertilità animale ed il concetto universale di abbondanza. Attribuendogli, in tal senso, un ruolo ricorrente relativo alla venerazione di un culto animista che faceva del paesaggio stesso il proprio tempio, cercando forza, resistenza e protezione per le proprie aspirazioni terrene. O magari, come spesso capitava in altre culture coéve, l’accompagnamento all’altro mondo dello spirito dei defunti. Soltanto in epoca recente e tramite l’impiego di metodologie avanzate come l’analisi statistica della disposizione e distanza dalle possibili cave di provenienza, grazie all’approfondimento della composizione geochimica di ciascun esemplare, si è cercato di trovare un canone di riferimento per attribuire l’una o l’altra funzionalità ad interi gruppi di statue, raggiungendo la conclusione in un certo senso anticlimatica che i diversi significati potessero coesistere nella stragrande maggior parte dei casi. Di questo parla, ad esempio, lo studio pubblicato nel 2018 da Rangel, García-Giménez et al, mentre la ricerca di un contesto inconfutabile continua a rivelarsi assai difficoltosa soprattutto per il modo in cui determinati territori un tempo solitari di Ávila e zone limitrofe furono in seguito colonizzati, portando all’inglobamento o spostamento dei verracos di un tempo.

Mistero irrisolto e per molte valide ragioni non del tutto risolvibile, l’esercito granitico scolpito dai Vettoni è ad oggi un marcatore di quel sinuoso tragitto, incline tanto spesso a intersecarsi e sovrapporsi ripetutamente, capace di costituire il fondamento di un mistero che oltrepassa in modo indifferente le generazioni. Così scrutando statici dalle proprie alte sedi verdeggianti, i possenti maiali, tori e l’orso sovrastano le valli dell’odierna indifferenza. Così notevoli, nella propria apparente incompletezza procedurale. Ma chi può dire veramente dove inizi la mancanza di perizia tecnica, e finisca l’intenzione pratica degli artisti di un tempo? Forse i possessori della sagoma in questione dovevano risiedere nella regioni, non propriamente tangibili, del mito e del sogno. Meri abbozzi di creature solo in parte familiari agli umani. Come spiriti connessi alle ragioni dell’eternità. Che nel plinto ignoto della pietra stessa, aspiravano ad espandere le proprie metaforiche radici.

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