Disporre metodi efficaci è ciò che una persona responsabile dovrebbe fare lungo il progredire delle placide stagioni. Quando il sole splende alto, il cibo abbonda e nel cuore oscuro delle terre più selvagge, avanza addirittura il tempo per pensare al domani. Prepararsi in molti modi pratici, accumulando cibo non deperibile, migliorando la propria dimora, nutrendo ed accudendo il gregge dei propri animali. E farlo al tempo stesso, dal punto di vista spirituale. Poiché non c’è niente di peggio, all’interno di una comunità affamata, che il mancato contributo di uno o più individui fuori dal coro. Esempi negativi per i giovani, consumatori poco responsabili, portatori di quel seme che può portare alla condanna dei più prossimi tra familiari ed amici. Per cui succedeva tanto spesso nelle terre gelide delle tribù Algonchine ed Ojibwe, tra le foreste quasi artiche del Canada e la regione dei Grandi Laghi, che simili individui venissero messi figurativamente al bando da nucleo dei cacciatori ed abili raccoglitori del villaggio: “Non affezionarti troppo al vecchio Makwa, a Bineshii o Nagweyaab: presto potrebbe presentarsi l’occasione. Che perdano del tutto la propria umanità, cedendo all’incessante mormorio della Creatura…”
Wendigo è il tipico rappresentante del nutrito novero di criptidi e mostruosità del Nordamerica, entusiasticamente rappresentato dagli illustratori di epoca contemporanea come una presenza curva e vagamente antropomorfa, la cui testa si presenta come un cranio nudo di creatura cervide, con alti palchi annessi. Visione non direttamente interconnessa con il leggendario dei Nativi, benché alcune delle idee tipicamente menzionate abbiano una base riconducibile all’interpretazione tradizionale. In primis, neanche a dirlo, la voracità e la sofferenza: il Wendigo è sempre affamato, mai sazio mentre vaga per i boschi alla ricerca di soddisfazione arrivando a desiderare il saporito nutrimento offerto dalla carne umana. Insoddisfatto non importa quanti cadano squarciati dalla poderosa forza dei suoi muscoli efferati. Ed in secundis le dimensioni: si dice, a tal proposito, che tale mostro quando in posizione eretta fosse in grado di raggiungere le cime degli arbusti più elevati. Potendo scorgere, in siffatto modo, la precisa posizione della sua preda. Laddove totalmente arbitrario ad opera di noi moderni, è l’aspetto vagamente simile a Kernunnos, il dio cornuto della tradizione celtica europea. Nessuna somiglianza cervide o caprina effettivamente caratterizzava la persona trasformata, relegando tale aspetto a mera conseguenza di una reinterpretazione per lo più arbitraria, operata nelle ultime decadi dai costumisti di pellicole come Pet Sematary (1989), Ravenous (1999) o in tempi più recenti show televisivi quali Hannibal, Until Dawn e Supernatural. Possibilmente per associazione, alcuni affermerebbero denigratoria, con la Donna Cervo delle Grandi Pianure, spirito capace di apparire nei sogni delle persone per portare profezie o annunciare un cambiamento positivo nel proprio destino. Tutt’altra storia rispetto alle tenebrose implicazioni del collega dedicato al cannibalismo, latore di disgrazie le cui proporzioni si spingevano ben oltre il semplice contesto umano. Sfociando nella metamorfosi come una vera conseguenza karmica, dell’incapacità delle persone affette di riuscire a moderare la proprie pulsioni più animalesche e proprio per questo, proibite…
mostri
Hundun senza occhi, bocca o un volto, principio alato dell’inconoscibile realtà immanente
La consultazione degli antichi testi letterari cinesi è un’attività capace di restituire grandi presupposti di conoscenza e cognizioni, anche quando, nell’assenza delle necessarie competenze linguistiche, si scelga di ricorrere a una traduzione verso un diverso idioma. Esiste tuttavia il caso di un testo specifico, le cui ricche illustrazioni tradizionali permettono un elevato grado di fruizione anche senza la conoscenza di un singolo ideogramma. Esso è lo Shanhai Jing (山海经) “Il Libro dei Monti e dei Mari” una sorta di enciclopedia compilata probabilmente per la prima volta attorno al IV secolo a.C, costituita da un catalogo degli animali, mostri e fenomeni naturali che caratterizzavano la Terra di Mezzo, ivi incluse le forme terrene di diverse divinità. Tra cui la più celebre resta probabilmente Nüwa o Nügua, donna creatrice con il corpo di serpente, lungamente venerata dall’antico popolo dei Miao. È tuttavia possibile, continuando a sfogliare quelle pagine, imbattersi in qualcosa capace di suscitare un immediato senso di perplessità e smarrimento, giungendo al cospetto di un’essere probabilmente tra le più bizzarre creature mitologiche di qualsiasi cultura, la cui stessa esistenza fu in effetti concepita come allegoria dell’inconoscibile principio dell’Esistenza. La creatura, identificata con il doppio nome di Hundun (混沌 – Caos) o Dijiang (帝江 – Sovrano del Flusso) era in effetti il nume tutelare di talune scuole ancestrali della filosofia Taoista, posizionandosi all’incontro tra elucubrazioni filosofiche sulla natura dell’esistenza ed il modo in cui taluni princìpi generativi, che oggi saremmo inclini a definire “evoluzione”, possono rendere manifeste le ideali verità inumane. Danzante, volante essere chimerico, dotato al tempo stesso di un corpo peloso dalla forma discoidale e sei zampe come un insetto, nonché quattro ali che battevano in maniera discontinua e imprevedibile, dando l’origine a dei movimenti irregolari capaci di assomigliare ad una mistica danza tra le nubi del Palazzo Celeste. La cui caratteristica fondamentale restava l’assenza di alcun tipo di organo necessario all’acquisizione della conoscenza, nonché una testa propriamente detta, così da rendere difficile la distinzione tra il dietro e il davanti. Con dimensioni imponenti probabilmente paragonabili a quelle di un drago, benché ciò non venisse esplicitamente specificato, il misterioso Hundun fluttuava dunque nello spazio interstiziale tra fenomenologia e significato, volendo alludere in maniera trascendente ad una delle primordiali consapevolezze identitarie della collettività terrena. Una sua analisi più approfondita, grazie alla comparsa in una serie di parabole sia letterarie che folkloristiche, avrebbe per certi versi occupato gli oltre due millenni a seguire…
La trasformazione robo-iconica di un androide nell’incubo notturno della donna ragno
All’incirca 7 milioni di anni fa, nella fascia di territorio africana nota come piana del Sahel, alcuni esemplari di ominide iniziarono a mettere in pratica una strana metodologia di deambulazione. Eretti sulle gambe posteriori, alti e instabili, essi guadagnarono immediatamente alcuni importanti vantaggi, tra cui la predisposizione ad osservare in lontananza, scorgendo in anticipo il pericolo di tigri dai denti a sciabola ed immensi orsi primitivi. Per non parlare della liberazione degli arti anteriori dal bisogno di sostenere costantemente il peso della testa, dedicandoli primariamente alla sistematica manipolazione di oggetti e strumenti. Approccio modale non costante, almeno all’inizio, la postura eretta implicò profonde modificazioni muscolo-scheletriche, diventando totalmente obbligatorio entro una manciata di generazioni. Ciò cambiò essenzialmente, cosa volesse dire essere dei proto-umani comportando nel contempo una significativa perdita di velocità, agilità e versatilità nell’arrampicarsi attraverso un certo tipo di territori. Tanto oggi ora la più funzionale via creativa in grado di condurre alla riproduzione di quell’asse dell’evoluzione, il campo della robotica, sembra soprattutto incline a imporre ai propri figli di metallo & cavi la stessa serie di punti forti accompagnati dalle debolezze intrinseche, sebbene tali esseri del mondo attuale non abbiano il bisogno di scrutare innanzi la savana, né alcun bisogno di essere simmetrici nella disposizione di una quantità e tipologia di arti che risulta più che mai arbitraria. Eppure con l’imposizione pressoché automatica delle logiche dell’economia di scala, i primi automi veramente indipendenti che hanno popolato l’interscambio del mercato globale sembrerebbero effettivamente appartenere a due categorie: un quadrupede chiamato convenzionalmente “cane” ed il cosiddetto androide, a noi simile in qualsiasi aspetto tranne volto, pelle, ossa, muscoli ed organi assembrati attorno al vivente marchingegno del sistema nervoso centrale. L’ultima e forse maggiormente iterazione del quale, può essere individuata nel prodotto largamente programmabile della compagnia cinese di Wang Xingxing, la Unitree Robotics, dal costo unitario di 13.000 dollari ed il nome commerciale alquanto descrittivo di G1 – Humanoid Agent Avatar. Un cui esemplare oggi sappiamo essere stato acquistato, nella primavera del 2025, dall’appassionato del settore nonché possessore di un curriculum pregresso nel campo della programmazione Logan Olson, proprietario di un profilo su X dove appaiono periodicamente i risultati dei suoi esperimenti non del tutto privi di una chiara ed evidente verve creativa. Tra cui l’ultimo e di gran lunga più apprezzato dal pubblico di Internet, che aveva preso come pretesto la ricorrenza di Halloween per fare un qualcosa che nessuno aveva mai tentato fino ad ora: insegnare al suo fedele servitore cibernetico una particolare mossa egualmente familiare ai cinefili e gli amanti dei videogames. Quella consistente, in parole povere, nel chinarsi in modo innaturale a terra, per incedere mediante l’uso di gambe e braccia piegate ad angolo, in un modo che ricorda sottilmente alcune categorie d’insetti o aracnidi, passando per la bambina posseduta ne “L’Esorcista” o il perverso combattente Voldo nella serie di picchiaduro Soul Calibur. O ancora e in modo più calzante, le guardie artificiali diventate ostili all’umanità nella stratificata arcologia decaduta dell’opera di animazione dal manga di Tsutomu Nihei, Blame…
Il mito della lince-drago che riecheggia nelle grotte del lago Superiore
“Io… Noi… Aiutateci, Padre. Abbiamo infranto un Divieto per cercare agi e ricchezze nella vita terrena. Ora lo spirito segreto del Gichi-Gami è adirato con noi. E lo stesso, possiamo presumere, vale per il vostro Dio cristiano!” Claude Dablon, missionario, esploratore, storico e membro della Compagnia di Gesù inviato nel Nuovo Modo per volere di nostra Madre Chiesa, osservò attentamente il nativo degli Objiwe per meglio comprendere la portata del suo terrore. Allorché, facendosi il segno della croce, pose nuovamente la stessa domanda: “Da quale luogo stavate facendo ritorno, figliolo?” Annaspando per riprendere fiato, il giovane atterrito risposte: “Moningwunakauning, dove si posa il piccolo uccello dorato. Là dove Egli, tutt’ora, risiede…” Nel tentativo di decifrare lo strano termine in lingua algonchina, il chierico francese evocò nella mente una mappa memonica delle molteplici isole lacustri che i suoi compatrioti, anni prima avevano battezzato con nomi di varie derivazioni bibliche ed europee. Quindi azzardò un’ipotesi: “Voi state parlando… Dell’isola Madeline, giusto?” Il giovane, sbarrando ancora di più gli occhi, annuì. “La casa del grande manidoog, ahem, lo Spirito protettore delle acque profonde. Che ha difeso e protetto le acque di questo lago dagli… Stranieri.” Qui l’interlocutore congiunse le mani, al fine di enfatizzare di stare riferendo l’opinione di altri. “Ma la cupidigia è peccato, giusto? L’avevo detto a Chayton e gli altri di non andare in cerca del vecchio rame per costruire i tegami. Ma loro non mi hanno ascoltato, Padre, lo giuro!” Lentamente e laboriosamente, Dablon estrasse il significato fondamentale del racconto, che avrebbe in seguito annotato nei suoi diari del 1669-70. Un gruppo di diverse canoe locali aveva intrapreso la traversata con l’idea di raccogliere minerali preziosi presenti all’interno di una vecchia miniera. Impresa per cui i nativi, trascorsa una mezza giornata impugnando vanghe e picconi, erano risaliti a bordo apparentemente soddisfatti per intraprendere il viaggio di ritorno. Ma nel corso della traversata, qualcosa aveva attaccato la piccola spedizione facendola ribaltare ed a quanto pare, costando la vita alla maggior parte dei suoi compagni. Che tipo di essere, esattamente?
“Aveva occhi di brace, alla stessa maniera del Demonio del vostro sacro Libro. Ma quattro zampe simili a quelle di un puma. E una lunga coda uncinata, splendente come se fosse fatta… Di rame. La testa ricoperta di scaglie e una schiena pelosa, protetta da una schiera di fitti aculei…” Qui il gesuita aggrottò la fronte, perché aveva ormai compreso che il mostro non apparteneva ad alcuna categoria di animali precedentemente nota. Per questo alzò la mano, con fare clericalmente pacato. “Ed avete detto che questa creatura poteva parlare?” Ricadendo momentaneamente nell’uso della propria incomprensibile lingua, il Chippewa mimò una frase in particolare, cambiando voce ed agitando le mani alla maniera di affilati artigli: “Figli dell’uomo, avete rubato i giocattoli della mia prole. Follia ricada su di voi e possiate annegare nelle acque di questo lago. Così vi maledice… Mishipeshu, causa di ogni disastro acquatico e marino!”



