Aveva detto “Vola!” Ed ogni sforzo nei momenti residuali, in quei lunghi ed operosi anni, fu impiegato al fine di raggiungere quel giorno significativo. Dell’estate milanese in cui, nella cornice momentaneamente gremita dei giardini pubblici di Porta Venezia, un sbuffo di calore si alzò dall’apposita caldaia, scollegata da quello che pareva essere il più singolare degli accessori. Un seme dell’altezza di un paio di metri. Una vite infinita, del peso complessivo di 4,5 Kg. Un uccello inanimato capace di raggiungere l’altezza di 13 metri, restando in aria per un gran totale di 20 secondi circa. Anticipando il drone sperimentale Ingenuity dal Rover marziano Perseverance, che a partire dal 2024 avrebbe compiuto i primi 72 voli a beneficio degli umani attraverso l’atmosfera di quel rosso pianeta. Ottenendo in più di un senso lo stesso tipo di primato, ma con 137 anni d’anticipo e nel luogo azzurro che da sempre siamo, idealmente, posizionati per chiamare la nostra dimora. Superando a ritroso di una mezza vita, per lo meno dalla prospettiva dell’odierna posterità, il concetto storiografico del Secolo dell’Aviazione, andando dimostrare ai suoi contemporanei la praticabilità del sogno leonardesco. Di spedire oltre le cime degli arbusti uno strumento in grado di essere, diversamente dagli aerostati costruiti fino a quel momento, più pesante dell’aria.
Egli era Enrico Forlanini, il geniale ingegnere ottocentesco che, a discapito dei suoi molti traguardi, il senso comune dell’italiano medio tende oggi a dimenticare. Vero titolare, in effetti, dell’aeroporto che definiamo con il semplice toponimo “Linate”, per un onore devolutogli in parte proprio a causa del frangente sopra menzionato. Laddove il termine specifico nel senso tecnologico deriva dalla simile esperienza compiuta dal visconte Gustave de Ponton d’Amécourt, che nel 1861 aveva costruito alcuni modelli in scala di velivoli capaci di sollevarsi verticalmente grazie all’energia dell’acqua trasformata in stato gassoso. Gli hélicoptères, aveva scelto di chiamarli, persino quando il tipo di successi che gli riuscì di ottenere inviandoli verticalmente in aria furono oggettivamente alquanto limitati. E tutti avrebbero chiamato quel risvolto un binario morto nella storia dei decolli ed atterraggi futuri, se non fosse stato per l’opera quasi immediatamente successiva del nostro connazionale. Membro del Genio, diplomato alla scuola militare e l’Accademia di Torino, che si era visto assegnare già nel 1870 un hangar presso la caserma di Casale Monferrato, dove poter praticare in modo libero ed indisturbato le proprie innovative sperimentazioni. Svariati i suoi scritti, in questi anni, in cui teorizzata il valore potenziale posseduto da un sistema sollevabile di avvistamento e perlustrazione dei campi di battaglia, più maneggevole e veloce dell’ormai lungamente acquisita mongolfiera. “Un ritrovato pratico” annotava nei suoi diari “quanto i fucili a retrocarica, i cannoni da 100 tonnellate, la dinamite ed altri simili gingilli della guerra moderna.”
Sebbene in apparenza irraggiungibile, almeno finché grazie alle operose prove pratiche non ebbe modo di comprendere un fattore rilevante; relativo all’utilizzo di una possibilità intrinseca dell’allora diffusissimo motore a vapore: quella di rimanere operativo per un certo tempo, anche successivamente alla separazione dalla propria fonte di calore e relativo combustibile. Sinonimo effettivo e assai desiderabile, in effetti, dell’auspicabile levitazione…
ingegneri
Avrocar: il titubante lancio del disco volante creato per scrutare dietro il fungo dell’ultimo Inverno
Anno: 196X. Al suono insistente dell’allarme più temuto, sei coppie di membri dell’equipaggio già correvano verso la parte più ampia del complesso sotterraneo, il bunker impiegato per lo squadrone incaricato di difendere le città rimaste ancora integre successivamente alla seconda risposta di bombardamenti con testate dal potenziale nucleare. Ovvero quando la potenza nemica, qualunque fosse quella responsabile, aveva già subito la devastazione vicendevole di campi di volo, hangar siti di atterraggio nell’intero estendersi del suo territorio. Così come precisamente prospettato negli addestramenti, il portellone degli apparecchi intercettori era già in fase di apertura, lasciando filtrare verso il basso la luce ancora forte, ma già di un colore atipico del sole di mezzanotte delle isole Aleutine. Ora già questi uomini e donne, del tutto coscienti di essere i probabili rappresentanti dell’ultima generazione di eroi americani, proseguirono con passo rapido verso le carlinghe discoidali dei propri apparecchi, dalla forma direttamente riconducibile a quella dei dischi volanti scaturiti dalla fantasia degli autori coévi. Saliti a bordo, ciascun duo all’interno delle proprie gibbose bolle trasparenti, furono avviati gli speciali compressori centrifughi dal profilo ribassato, che permettevano al resto del velivolo di mantenere uno spessore longitudinale per il resto inferiore a quello della sola ala di un tradizionale aeroplano. Il massiccio rombo dei 18 motori complessivi, in quel momento, cancellò per qualche attimo la sensazione del malessere profondo che deriva dall’apocalisse incombente. Nessuno, in quel momento, aveva tempo di lasciarsi andare alla malinconia. Come un singolo dispositivo, i mezzi della base segreta num. 527 si sollevarono verticalmente verso il cielo. Ciascuno di loro, dedicato ad una singola e unitaria missione: individuare i bombardieri nemici. Ostacolarli. Colpirli con le proprie armi. E se necessario, andarci contro ma non al fine di effettuare un attacco kamikaze. Bensì confidando, secondo solide basi progettuali, di poterne recidere nel mezzo l’intera carlinga, grazie al bordo tagliente delle proprie formidabili Avrocar volanti.
Esistono in effetti delle immagini di desueta propaganda, speculative da ogni punto di vista rilevante, in cui l’allora denominato Silverbug tagliava virtuosamente la strada a un imponente Tupolev Tu-95 sovietico. Con l’aereo in secondo piano, letteralmente tagliato a metà tra coda e parte frontale, ormai nulla più che un rottame destinato a precipitare rovinosamente verso quello che potrebbe essere soltanto sacro suolo nordamericano. Fantasie di una portata significativa, per comprendere la natura e le ragioni di un fenomeno straordinariamente dispendioso, destinato a coinvolgere e concentrare per un totale di 9-10 anni significative risorse dell’eponima compagnia canadese e l’intera aviazione statunitense. Non per l’influenza e il fascino inerente di un disco volante avvistato nei cieli notturni, come avrebbero a posteriori affermato in determinati ambienti, bensì la straordinaria eloquenza e il fascino di un singolo, eccezionale individuo. L’ingegnere di provenienza britannica John Carver “Jack” Frost, il cui nome degno di un romanzo cappa e spada presagiva il fato di stravolgere e instradare il paradigma di un’intera generazione. In risposta al più terribile timore di quegli anni, che il blocco Orientale giungesse alla realizzazione dell’implicita minaccia latente. E che l’oscurità dovuta all’uso delle armi atomiche calasse, come un mantello inamovibile, sopra le teste impreparate dell’intera popolazione mondiale. Ma non quelle impreparate, auspicabilmente, di coloro che avevano l’essenziale responsabilità di continuare a tenere alto il bastone dell’acerrima risposta in armi e protezione dei pochi bersagli rimasti in piedi…
Sotto il suolo dello stadio, lo scheletro incompiuto della Torre quasi-Eiffel di Londra
Quattro fori verticali, oscuri e quasi totalmente ingombri, di detriti, ghiaia aggrovigliati resti di vegetazione. Nient’altro che gli ennesimi, profondi scavi oltre la scorza della superficie londinese, sopra cui l’esponenziale crescita della città britannica per eccellenza propagò le sue propaggini, coprendo ciò che era per dar spazio a quello che sarebbe diventato. Un luogo di gioia, si, divertimento. Di scontri epici per il piacere delle moltitudini. E non ci sono dubbi che lo stesso Edward Watkin, facoltoso Baronetto, membro del Parlamento, capitano d’industria controllore di ben nove (nove!) linee ferroviarie, sarebbe rimasto profondamento colpito dall’arco metallico reticolare dell’odierno Wembley Stadium, sostegno per un tetto che riesce a fare a meno di colonne, travi o altri opachi elementi capaci d’ostruire l’osservazione della partita. Eppure, “Perché non costruire qualcosa capace di svilupparsi maggiormente verso l’alto?” Si sarebbe assai probabilmente chiesto dal pulpito dell’Oltretomba. “Il primato in quel particolare campo, ancora oggi, sembrerebbe appartenere ai soliti, implacabili, fieri oltre ogni ragionevolezza… Francesi!”
Nessuno può d’altronde potrebbe individuare con cognizione di causa la sequenza logica d’eventi o considerazioni, attraverso cui questa figura sorprendentemente accantonata dalla storia giunto all’età di 72 anni guardò dall’altra parte della Manica e decise che a partire da quel fatidico momento, il suo campo d’investimento sarebbe stato lo sviluppo di un parco dei divertimenti. Oltre al superamento del record conseguito soltanto tre anni prima nel corso dell’Esposizione Universale parigina, con la gremita inaugurazione di quello che potremmo tranquillamente definire come il primo grattacielo europeo. Acquistato dunque un appezzamento di terreno presso il sobborgo ai margini, un villaggio di periferia con soli 200 abitanti noto in epoca medievale come Wemba Lea, egli chiamò presso i suoi uffici alcuni dei più rinomati architetti dell’epoca. Esponendo in modo esauriente le sue direttive, inclusi giardini, giostre, laghetti per escursioni acquatiche ma soprattutto, un ago acuminato all’indirizzo delle nubi, sotto forma di struttura per lo più metallica che potesse superare con largo avanzo l’ambizione quasi utopica della Tour. Con forse la più significativa delle sue missive indirizza, nello specifico, a Monsieur Gustave Eiffel in persona, il quale non esitò a rispondere: “Devo purtroppo rifiutare la sua generosa offerta. Se progettassi adesso un edificio più alto, temo che il popolo di Francia non mi considererebbe più il buon francese che io spero di essere.” Il che costituiva un eufemismo alquanto blando, per ciò che avrebbe indotto i più integralisti dei suoi compatrioti a chiedere l’impiego della sempre popolare, non ancora del tutto arrugginita ghigliottina del Champ-de-Mars. Lungi dal perdersi d’animo per tale contrattempo, l’industriale dai lunghi trascorsi decise allora di fare quello che chiunque altro avrebbe immaginato a quel punto: indire un concorso, capace di attirare l’attenzione di tutto il regno…
Il prototipo autocostruito di un motoscafo in grado di sfruttare l’interfaccia tra cielo e mare
La ben collaudata capacità di far convergere una forma funzionale ed un aspetto accattivante del prodotto finale rientrano rispettivamente nelle competenze del progettista ingegneristico e del designer industriale. Il che non toglie che in determinate circostanze, queste figure contrapposte solamente in linea teorica possano convergere in qualcuna o qualcuno di adeguatamente preparato in entrambi i campi, così da dare forma al miglior tipo di creazioni tecnologiche, dispostivi che si mostrano perfettamente realizzati da ciascuna angolazione si scelga di guardarli. Essendo giunti a costituire la perfetta manipolazione da parte della mano umana, di quelli che sono i princìpi d’armonia ed integrità espressi normalmente dalla natura. Non è un pesce e nemmeno un insetto pattinatore, d’altra parte, questa sfuggente imbarcazione radiocomandata Hydrajet 701, mostrata con contegno al tempo stesso espressivo e professionale dalla sua creatrice Tamara Ivancova, giovane ingegnere di Southampton, Regno Unito. La cui velleità procedurale in questo campo, lei stessa ama raccontare, nacque negli anni del Covid successivamente al concludersi di un’esperienza lavorativa presso il team di sviluppo aerodinamico della scuderia di Formula 1 AlphaTauri, rimasta per tre anni parte del vasto repertorio di RedBull. Espressione di un’idea nata per caso, dall’effettiva qualità dei componenti di cui ella poteva disporre in quel particolare frangente. E la domanda che poteva derivarne: che cosa potrebbe mai succedere in senso pratico, se un battello radiocomandato non fosse più dotato di un comune propulsore idrico, bensì un’elica intubata situata totalmente fuori dall’acqua? In maniera non dissimile da quanto avviene in determinate incarnazioni del classico hovercraft, il mezzo anfibio per eccellenza. Soluzione qui abbinata tuttavia non a un cuscino d’aria galleggiante, bensì un corpo sagomato in grado di sfruttare il principio dell’aquaplaning, così come fatto dalle thunderboat ed altri motoscafi ad alte prestazioni utilizzati a partire dall’inizio del secolo scorso in alcune delle più veloci, pericolose gare acquatiche mai sperimentate nella storia. Questo per l’annullamento pressoché totale dell’attrito nei confronti del fluido sottostante, trasformando come unico limite di resistenza quello costituito dalla capacità di deviare il flusso dell’aria attorno al cuneo della carenatura in pieno stato di emersione. Da qui l’iniziativa, da parte di Tamara, di utilizzare come configurazione per il suo progetto una particolare linea aggressiva, che non sfigurerebbe di sicuro nel parco veicoli di Batman o altri supereroi del fumetto post-modernista…



