Ucronia e cemento a Bucarest: quattro milioni di tonnellate per il domicilio di una nazione

Nelle torbide stagioni di un passato dove il sangue non scorreva come acqua, bensì lava del vulcano della sofferenza condivisa dalle moltitudini, la creatura fuoriusciva dalla veste rigida della propria strisciante fase larvale. Dissepolta di recente, del colore della primavera, la cicala che gestisce l’esercizio del potere emerse dunque con l’intento dichiarato di cambiare in meglio il mondo, il suo paese, le persone. Ma furono soltanto i giudici della prosperità, ed il popolo col sacrosanto compito di nutrirla e mantenerla in salute, a possedere le ragioni per esprimere un giudizio in materia. Quando questo essere, sinonimo dell’esercizio del potere, concluso il grido riecheggiante della sua mansione, dovette confrontarsi con le conseguenze delle proprie dispendiose decisioni. Eppur parecchi anni dopo il suo decesso, il magnifico splendore di quell’esoscheletro tutt’ora spicca sopra la corteccia del contorto albero della Storia. Non è forse magnifica visione, quell’esuvia, persino per le schiere d’imenotteri che furono costrette a venerarla? Non è una memoria di grandezza, sebbene costruita sulle schiene di coloro che dovettero lasciare indietro ogni diritto, ogni proposito d’umanità residua?
Come molte altre zone d’Europa in tempi sorprendentemente prossimi all’epoca contemporanea, anche il principale paese comunista non-sovietico dell’Est dovette fare i conti con un’approssimazione del Faraone. Già oltre un decennio e mezzo era durata, tra feroci repressioni e un culto della personalità d’inusitata ferocia, il predominio di Nicolae Ceaușescu, erede di una Rivoluzione che non aveva mai direttamente conosciuto. O almeno, non ancora. È tuttavia indubbio come la particolare convergenza di fattori storici e sociali, uniti ad una mano ferrea nell’impugnare e sventolare i magnifici colori del vessillo nazionale, avessero permesso alla sua cricca di offuscare il vero stato delle cose, nascondendo la miseria dietro alla munificenza di un paese che credeva veramente ai meriti del predominio ininterrotto. Fu a questo punto una comune conseguenza dello spirito comune, la reazione indotta da Colui che Aveva il Compito nell’ora più terribile vissuta dalla capitale: quando il 4 marzo del 1977, non troppo lontano dalla città di Bucarest ebbe luogo un grave terremoto della magnitudine di 7,5, destinato ad uccidere 1.578 persone e demolire o danneggiare un gran totale di 32.900 edifici. Ponendo le basi in essere, in via collaterale, per il più grande progetto di ricostruzione edilizia nella storia recente di quel paese. Un’occasione irripetibile, avrebbero detto alcuni, per fare le cose in maniera migliore. “Costruite una piramide più alta”, disse allora il Faraone. E che sia magnifica alla vista e in ogni modo, priva di difetti! Questo il nocciolo della questione per la costruzione del nuovo centro cittadino, dominato dall’alta collina di Dealul Spirii, in passato un luogo di venerazione e il sito dell’arsenale. Che fosse in quel fatidico momento, il punto di partenza per un nuovo simbolo di riconoscimento nonché utile ad ognuno, in quanto utile a colui che aveva dato l’ordine di farlo in quel particolare modo. Il potere assoluto, dopo tutto, non è un cuscino…

Leggi tutto

Il dedalo della sghimbescia Moreton, cittadella sotto un solo tetto ai margini della vecchia torbiera

Uno dei più drammatici momenti di transizione sul finire del periodo medievale inglese fu la dissoluzione di monasteri, sistematica serie di processi e conseguenti provvedimenti legali di confisca messa in moto per volere del sovrano Enrico VIII per il tramite del suo primo ministro, il laico Thomas Cromwell. Era l’estate del 1534 quando, con l’approvazione del parlamento, quest’ultimo iniziò a visitare le sacre istituzioni abitate da monaci e suore, con il fine segreto d’inventariare le loro ricchezze terrene. Affinché l’anno successivo, attraverso accuse ad ampio spettro di crimini come stregoneria, corruzione e sodomia, lo stato potesse provvedere a sequestrarli. Ciò senza riuscire ad ottenere la quantità d’introiti originariamente prospettati dal sovrano, il che non tolse, ad ogni modo, la creazione di un vuoto economico e nell’amministrazione delle terre, da cui alcuni riuscirono a fare la propria fortuna. Tra questi, si ritiene, la famiglia Moreton, proprietaria di una vasta tenuta agricola a sud-ovest di Congleton nel Cheshire, già cresciuta in modo esponenziale nei due secoli antecedenti, a seguito della ridistribuzione dei terreni per le conseguenze della peste nera. Operando a partire da una semi-sconosciuta dimora fortificata, circondata da un fossato accessibile soltanto tramite l’impiego di un ponte di pietra, da cui per l’appunto il nome di mor (palude) e ton (cittadella). Il cui aspetto è ad oggi meramente immaginabile, causa l’estensivo progetto di rinnovamento ed ampliamento portato avanti da tre generazioni della famiglia nel corso dell’epoca dei Tudor, a partire dal suo capo William attorno al 1480 aveva già iniziato a costruire l’estensiva magione destinata a rendere, più di ogni altra cosa, il nome della propria discendenza incancellabile dai libri della storia architettonica d’Inghilterra. Sua l’idea dunque, analogamente a quanto fatto da molti altri membri dell’ascendenza della nuova gentry, classe media non composta da nobili o depositari di particolari privilegi, a parte quelli economici, di costruire sul terreno della vecchia casa una great hall, il tipo di ambiente comunitario normalmente utilizzato per eventi formali e ricevimenti nei castelli dei signori feudali. Privo d’altro canto in questo caso di funzioni difensive inerenti, essendo le vigenti mura edificate tramite la tecnica del rinforzo ligneo a graticcio, il che avrebbe donato all’edificio centrale e successiva ala est il caratterizzante cromatismo chiaroscuro, capace di spiccare come un elegante gemma nel paesaggio della brughiera. Struttura con la pianta simile ad una lettera H in questa prima fase, la magione aveva tuttavia il destino di crescere ancora, quando l’erede William Moreton II, succeduto all’amministrazione del patrimonio familiare dopo il decesso del padre nel 1526, decise di aggiungere un secondo piano, estenderne le progressioni adiacenti con cortili, gallerie e magazzini, nonché aggiungere ampie sale panoramiche con vetri piombati all’indirizzo degli antistanti giardini. Famosa l’iscrizione aggiunta sotto i timpani della finestra principale della grande sala, che recita: “Dio è Tutto in Tutte le Cose. Questo splendido lavoro fu portato a termine da William Moreton nell’Anno del Signore 1559”. Fu dunque il figlio di quest’ultimo, il cui nome era John, a continuare dal 1563 l’estensivo progetto multi-generazionale, con l’aggiunta di un’ala sud ed una spettacolare galleria situata al terzo piano, adibita alla pratica di eventi sociali come giochi, attività fisica e la pratica delle arti civili. Idea, quest’ultima, destinata ad avere un effetto non propriamente benefico per la solidità della struttura. Giacché la pianta stretta dell’ambiente, non appoggiato in modo diretto su alcuna parete strutturale, avrebbe indebolito la struttura già posticcia del tentacolare complesso, già situato sopra un suolo non propriamente né eccessivamente compatto. Così che la grande casa, gradualmente, cominciò a piegarsi sopra il proprio stesso, enorme peso…

Leggi tutto

Cento statue in mezzo ai petali della pagoda, che sovrasta come un ananas il vecchio tempio di Changzhou

Cruciale nell’estetica del gusto trasversale dell’Estremo Oriente, è la commistione sincretistica d’influenze provenienti da passato, presente e futuro. Quasi come se il concetto di una linea temporale fosse secondario nei confronti della percezione olistica dell’Universo, percepito tramite il poliedrico strumento della mente umana. Scalinata che conduce gradualmente lungo l’effettiva comprensione dei modelli trasversali, non soltanto quelli artistici ma il fondamento stesso di una pratica filosofia di vita. Ciò che satura e pervade le venerazioni, concepite al fine sostanziale di raggiungere la pace che deriva dalla trascendenza della mente stessa. Per questo un tempio dedicato a Buddha ed i suoi molti aspetti può riuscire a trasformarsi, ancor prima che un luogo di pace dedicato al Tutto, nel culmine del tutto sensoriale di una vera e propria esperienza. Dalla giustapposizione si raggiunge l’empatia. E da questa, se guidati nella giusta direzione, la saggezza? Giudicate un po’ voi. Mettendovi nei panni di un visitatore che, raggiunta la Cina orientale di uno dei principali centri urbani prossimi alla vecchia “capitale del Sud” Nanchino, ovvero la città portuale di Changzhou, potrebbe scorgere al di sopra dello skyline fatto d’imponenti grattacieli cubici e altri arredi parametrici dei tempi odierni, qualcosa sulla via di Yancheng che può essere paragonato molto facilmente a un ananas di 91,9 metri, o pigna che indica convintamente tra le regioni dell’azzurro cielo soprastante. In cui ogni spazio per i semi è adibita a residenza di una singola statua dorata; l’espressione pacifica e distante, gambe conserte e mani giunte, l’acconciatura che ricorda vagamente il profilo di una montagna. Resta indubbio in tali circostanze come la condivisione di nozioni possa essere la chiave della comprensione del contesto. Per cui un sinologo che abbia esperienza delle propensioni iconografiche locali, non tarderà di certo ad identificare tale oggetto con il fiore che dal fango nasce al fine di raggiungere la perfezione delle forme, il loto (gen. Nelumbo). E colei che tanto fieramente si palesa in plurima sequenza lungo il suo cilindrico schema reticolato, niente meno che la dea Guanyin/Avalokiteśvara, salvatrice dalla sofferenza, accompagnatrice di coloro che la venerano verso l’ulteriore stato della consapevolezza che conduce alla suprema pace interiore. L’entità che abbraccia questo mondo e riesce a farlo grazie ad una compassione senza limiti, così efficientemente declinata in una moltitudine di braccia, volti e manifestazioni. Una valida fonte d’ispirazione, nella persistente verità dei fatti, per ornare gli ampi spazi sacri ad ella dedicata con la moltitudine di statue in grado di rappresentarla. Laddove l’aspetto esterno non è altro che un anticipo, delle impressionanti meraviglie custodite entro le mura del rivisitato Bǎo Lín Sì (宝林寺) o Tempio della Foresta del Tesoro a Changzhou…

Leggi tutto

Il grande uovo che veleggia sulla Senna sotto il sole della musica e l’innovazione strutturale

Spazi emersi lungo il corso urbano d’importanti fiumi assumono talvolta la comune cognizione di strutture nautiche, con gli argini artefatti posti ad ergersi come lo scafo, la “prua” capace di dividere le acque ed un boschetto, villetta od ospitale a fungere come il castello di comando dell’invero inamovibile bastimento. Lasciando aspetto più difficile, in questa metafora ipotetica, l’effettivo riconoscimento di quella sovrastruttura ormai più rara eppur mai del tutto desueta. Una vela, che altro? Utile a trascinare, se non la massa troppo radicata nel sostrato, i sogni verso le remote lande immaginate dagli osservatori. Creazioni pratiche, non sintomatiche. Impostate sulla base di un leggiadro aspetto ingegneristico delle salienti circostanze. Seppure le aspettative possano variare. E nel contempo, il modo pratico in cui essere possano riuscire a concretizzarsi. Tale il senso logico, o quanto meno una delle possibili chiavi interpretative, di uno dei primi capolavori di Shigeru Ban dell’ultimo decennio, l’imponente sala da concerti ed auditorium cum negozi e ristoranti (giammai si possa tralasciare questo aspetto) nato e sorto presso l’Île Seguin nella parte ovest di Parigi, nello spazio un tempo celebre per ospitare la tentacolare fabbrica del grande marchio automobilistico Renault. Prima di venire chiusa definitivamente nel 1989, causa spostamento degli interessi dell’industria in luoghi meno problematici dal punto di vista dell’inquinamento territoriale, dando inizio a un lungo periodo di bonifica e recupero del suolo ormai da tempo contaminato. Finché per il modo in cui la strategia d’investimento della società contemporanea non può certo disinteressarsi a un simile cratere di opportunità, venne decretato nel 2013 che il Concilio Generale di Hauts-de-Seine, il gruppo Tempo Île Seguin, Sodexo, OFI ed Infravia mettessero da parte circa 150 milioni di euro per la costruzione di una nuova sala da musica a beneficio del popolo e della nazione. Una che, scegliendo di coinvolgere il sopracitato archistar giapponese celebre per l’attenzione ai temi dell’ambiente e della sostenibilità, vantasse un qualche tipo d’interconnessione con il flusso della coscienza ecologista vigente in buona parte dell’Emisfero Occidentale. Tramite l’impiego di una vasta serie di pannelli solari, che altro? Ma posizionati in modo che nessuno potrebbe definire niente meno che innovativo. Così presso la superficie esterna di quella che può essere descritta soltanto come una vela, che racchiude a sua volta un colossale uovo di vetro. Senza nessun tipo di albero maestro, bensì un sistema di traslazione orizzontale su rotaia. Per permettergli di girare intorno ad una simile sovrastruttura. Inseguendo, non senza una certa ostinazione, l’astro diurno che ci illumina e ricarica le batterie dei nostri cellulari…

Leggi tutto

1 2 3 54