Il grande uovo che veleggia sulla Senna sotto il sole della musica e l’innovazione strutturale

Spazi emersi lungo il corso urbano d’importanti fiumi assumono talvolta la comune cognizione di strutture nautiche, con gli argini artefatti posti ad ergersi come lo scafo, la “prua” capace di dividere le acque ed un boschetto, villetta od ospitale a fungere come il castello di comando dell’invero inamovibile bastimento. Lasciando aspetto più difficile, in questa metafora ipotetica, l’effettivo riconoscimento di quella sovrastruttura ormai più rara eppur mai del tutto desueta. Una vela, che altro? Utile a trascinare, se non la massa troppo radicata nel sostrato, i sogni verso le remote lande immaginate dagli osservatori. Creazioni pratiche, non sintomatiche. Impostate sulla base di un leggiadro aspetto ingegneristico delle salienti circostanze. Seppure le aspettative possano variare. E nel contempo, il modo pratico in cui essere possano riuscire a concretizzarsi. Tale il senso logico, o quanto meno una delle possibili chiavi interpretative, di uno dei primi capolavori di Shigeru Ban dell’ultimo decennio, l’imponente sala da concerti ed auditorium cum negozi e ristoranti (giammai si possa tralasciare questo aspetto) nato e sorto presso l’Île Seguin nella parte ovest di Parigi, nello spazio un tempo celebre per ospitare la tentacolare fabbrica del grande marchio automobilistico Renault. Prima di venire chiusa definitivamente nel 1989, causa spostamento degli interessi dell’industria in luoghi meno problematici dal punto di vista dell’inquinamento territoriale, dando inizio a un lungo periodo di bonifica e recupero del suolo ormai da tempo contaminato. Finché per il modo in cui la strategia d’investimento della società contemporanea non può certo disinteressarsi a un simile cratere di opportunità, venne decretato nel 2013 che il Concilio Generale di Hauts-de-Seine, il gruppo Tempo Île Seguin, Sodexo, OFI ed Infravia mettessero da parte circa 150 milioni di euro per la costruzione di una nuova sala da musica a beneficio del popolo e della nazione. Una che, scegliendo di coinvolgere il sopracitato archistar giapponese celebre per l’attenzione ai temi dell’ambiente e della sostenibilità, vantasse un qualche tipo d’interconnessione con il flusso della coscienza ecologista vigente in buona parte dell’Emisfero Occidentale. Tramite l’impiego di una vasta serie di pannelli solari, che altro? Ma posizionati in modo che nessuno potrebbe definire niente meno che innovativo. Così presso la superficie esterna di quella che può essere descritta soltanto come una vela, che racchiude a sua volta un colossale uovo di vetro. Senza nessun tipo di albero maestro, bensì un sistema di traslazione orizzontale su rotaia. Per permettergli di girare intorno ad una simile sovrastruttura. Inseguendo, non senza una certa ostinazione, l’astro diurno che ci illumina e ricarica le batterie dei nostri cellulari…

I volumi osservabili di tale complesso completato nel 2017 e battezzato con il nome arduo da fraintendere di “La Seine Musicale” possono per questo ritrovarsi suddivisi in due elementi contrapposti tra loro: da una parte il corpo principale lungo 280 metri, che segue in senso obliquo l’andamento dalla Senna ricordando vagamente la struttura monolitica ma ormai scomparsa della fabbrica di un tempo. E sopra di esso, svettante come uno stendardo in mezzo a un semplice giardino, il globo sopracitato con la vela simile a una foglia, esso stesso una cupola geodetica dotato montanti costruiti in legno architettonico di tipo lamellare e pannelli in vetro che permettono d’intravedere gli spazi interni. Dualismo che riprende in via specifica gli ambienti offerti al pubblico di ascoltatori che sarebbero in seguito stati accolti al susseguirsi della pletora di eventi organizzati all’interno. Inclusivi dello spazio principale dentro il vasto plinto sottostante, ospitante il palcoscenico teatrale del “Grande Seine” da fino a 6.000 spettatori, concepito per concerti di musica contemporanea ed altri eventi d’interesse pubblico e multi-generazionale. Contrapposto a quello della sfera sopra menzionata, dedicata di suo conto all’ex ministro e segretario del partito neogollista/UMP, Patrick Devedjian. Al cui interno, 1.150 ascoltatori possono trovare posto comodamente in una serie di spazi concentrici, con l’obiettivo ideale di assistere ad esecuzioni di musica classica apprezzabili da qualsivoglia direzione, causa l’acustica attentamente studiata della struttura in questione. Così come ogni altro aspetto che si trovi a caratterizzarla, dai cromatismi caldi degli ambienti al soffitto realizzato in tubi di cartone, vero marchio di fabbrica ricorrente nei lavori dell’architetto Shigeru Ban. Giungendo ad evocare, in tal senso, le molte costruzioni temporanee e non solo realizzate in precedenza, per la propria celebre inclinazione a portare assistenza nei luoghi colpiti da disastri naturali. Così come la struttura reticolare propriamente detta della sfera in questione, costituisce una versione sovradimensionata del tetto parametrico da lui concepito per il Centro Pompidou Metz del quartiere parigino dell’Anfiteatro.

Struttura all’avanguardia da molti di punti di vista, sebbene non esente dalle critiche estetiche di una certa parte degli abitanti della città (cosa, realmente, lo è?) La Seine Musicale è riuscita ad oggi a imporsi nel panorama culturale di una città già strabordante di scintille culturali come la capitale francese, soprattutto grazie ai fino a 300 concerti di vario genere tenuti annualmente, oltre alla residenza offerta a ben tre orchestre formalmente incluse nei repertori della città: la storica scuola per coristi di Master of Hauts-de-Seine, quella polifonica di Insula, formata nel 2012 e l’ensemble della Philippe Jaroussky Music Academy creata nel 2017 dal tenore Philippe Jaroussky. Ancorché altrettanto importante, nell’incrementare la popolarità del sito, si siano dimostrati i concerti di star internazionali come Bob Dylan, Sting e Ben Harper.
La prova di un investimento innegabilmente funzionale allo scopo per cui era stato originariamente accantonato, non senza proteste, un così raro spazio verde nel grande caos parigino. Mostrando come l’attenta pianificazione urbana, nella migliore delle ipotesi, possa consentire di aggiungere al patrimonio utilizzabile di un centro già sovraffollato. A patto del superamento dei crismi imposti dal canone del cosiddetto decoro. Veleggiando liberi lungo il corso di quel flusso. Verso l’oceano offerto dalla musica, e altri possibili terreni inesplorati.

Lascia un commento