Oltre l’applicazione di un semplice canone, o la ricalibrazione dei modelli. Come culmine di un singolare approccio, al tempo stesso pubblico e profondamente personale. La Grundtvigs Kirke nel distretto Bispebjerg della capitale e città più celebre di Danimarca potrà non essere tra le attrazioni generalmente visitate dai molti turisti internazionali, ma costituisce nondimeno un distintivo d’importanza singolare per l’approccio scandinavo a determinate questioni filosofiche ed estetiche, giunge al principio del XX secolo a rappresentare una società ormai prossima alla mescolanza dell’epoca post-moderna. Sebbene ancora in grado, con marcata enfasi espressiva, di ottenere ispirazione dal suo passato. Il che non significa che un edificio simile avrebbe potuto esistere, senza il diretto contributo di un singolo individuo, l’architetto Peder Vilhelm Jensen-Klint, che ne seppe fare l’opera della sua vita e al tempo stesso, il suo indiscusso capolavoro. Avendo ormai raggiunto la sua maturità professionale e massima reputazione come ingegnere edilizio, dopo la laurea conseguita nel 1877, quando 36 anni dopo tale data stava attraversando un periodo di pausa nelle sue commesse lavorative. Decidendo dunque all’ultimo momento di partecipare alla competizione, indetta da un comitato civico-culturale privato con finanziamenti statali, per la costruzione di un nuovo ed imponente monumento cittadino. Era il 1912 quando tra 29 proposte, la maggior parte delle quali di carattere scultoreo, la sua proposta di una chiesa improntata al carattere dell’espressionismo architettonico di matrice tedesca venne accantonata. Per poi perdere di nuovo, salvo un fortuito ripensamento, l’anno successivo in cui venne deciso nonostante tutto, per assenza di alternative giudicate valide, di assegnargli il compito di edificarla in base al suo progetto iniziale. Il che fu una fortuna giungendo nei fatti a costituire, in modo quasi paradossale, uno degli edifici più riconoscibili e influenti della modernità danese. Qualcosa d’iconico, ancor prima che gigantesco, in grado di fare della dialettica espressiva e puramente artistica il suo pilastro centrale. Con una facciata che non manca di evocare nei fruitori ed utilizzatori, ormai da oltre un secolo, l’oggetto immediatamente riconoscibile per ogni luterano degno di questo nome: il grande organo a canne, strumento necessario all’enunciazione degli inni ecclesiastici, impiegati come tramite per lo stato di meditazione necessario a percepire il senso collettivo della trascendenza. Qui rappresentata in modo quasi tangibile, grazie ad un’atmosfera oggettivamente difficile da riprodurre altrove. Certamente non alta quanto le cattedrali di Colonia, Beauvais o Amiens, con i suoi “appena” 22 metri torre campanaria inclusa, la chiesa in questione offre di suo conto ai visitatori l’impressione di trovarsi in uno spazio proiettato in senso verticale aspirando alle iperboree circostanze del Regno dei Cieli. Senza nessun tipo di ornamento o rappresentazione sacra bensì l’esclusiva, inarrivabile, proposta di coinvolgimento offerta sul piano spirituale…
Europa
Toppler Haus, la svettante casa sul pilastro che si specchia nella storia della Baviera
Il possesso di un castello all’apice del Basso Medioevo era molto più che un mero investimento immobiliare. Simbolo di status, privilegio di un signore ereditario, metodo effettivo per l’ottenimento del dominio su un preciso territorio, molto spesso come conseguenza di un accesso all’eminente condizione della nobiltà coéva. Nonostante questo sussistevano speciali condizioni, al verificarsi delle quali l’importanza di un singolo individuo poteva raggiungere la massa critica verso l’ottenimento di diritti superiori ai trascorsi dei suoi immediati predecessori. Casi come quello di Heinrich Toppler verso la metà del XIV secolo, borgomastro eletto dal concilio della liberà città imperiale (Reichsstädte) di Rothenburg ob der Tauber, oggi celebre nella cultura popolare per il proprio impiego come sfondo in una delle primissime scene dell’iconico videogioco Secret of Monkey Island. Luogo che in quel particolare periodo storico, stava attraversando uno dei suoi trascorsi di maggior prestigio, con i circa 5.500 abitanti, ed altri 14.000 negli immediati dintorni, sufficienti a renderla una delle 20 città più vaste del Sacro Romano Impero. Ciò anche grazie all’oculata amministrazione di costui, che per il tramite di nobili alleati ormai decaduti fece riacquistare mulini, borghi e villaggi per gestirli come infrastrutture centralizzate, invitando inoltre i facoltosi mercanti ebrei a tornare a vivere al sicuro tra le mura della città. Una storia di successo destinata a riecheggiare nell’intero land, tanto da indurre il duca di Baviera, possibilmente Herzog Stephan III, a nominarlo feldmaresciallo della Lega Sveva col diritto di farsi disegnare ed esporre un wappen o vessillo di famiglia. Per il quale lo stimato sindaco optò di far riferimento a un gioco di parole sul suo cognome Toppler, simile alla parola in medio-alto-tedesco significante “giocare a dadi”. Allorché un paio di topel recanti le cifre più alte di cinque e sei campeggiano al centro, sormontati da un elmo coronato da cui sporgono due braccia, recanti anch’esse un’ulteriore coppia di dadi. Il che gli permise di finalmente di portare e termine ed inaugurare un suo progetto risalente al 1388, consistente nella costruzione di una Festes Haus o dimora fortificata poco fuori il borgo, con l’intento dichiarato di proteggere la valle antistante della Tauber e le preziose risorse agricole contenute al suo interno. Il che, sfruttando la presenza di un laghetto artificiale non più esistente, avrebbe dato luogo ad una delle strutture più interessanti e successivamente imitate delle campagne medievali della Germania. L’elevato, oblungo e stranamente fiabesco Topplerschlösschen (“Piccolo Castello di Toppler”) il cui aspetto generale sembra richiamarsi a quello di una pratica dimora di campagna, doverosamente intonacata, in equilibrio sopra la torretta in bruchstein o pietra grezza di arenaria rossa franconiana, tanto drammaticamente simile all’aspetto di una possente fortezza dell’epoca delle Crociate…
Silenziosa e immobile, la ciambella che minaccia di cambiare il paradigma del volo aerostatico
Il ciclo vitale di molte specie di ragni, durante lo stadio più giovane prevede una modalità di spostamento utile a disperdere il proprio patrimonio genetico a distanze sorprendentemente significative: gli aracnidi attaccati, individualmente, a piccoli pezzi di ragnatela, del tutto simili a piccole mongolfiere, si lasciano trascinare via dal vento, in maniera analoga a quanto avviene per i semi o le spore di creature vegetative. Con una significativa differenza: l’essere dotati del fondamentale dono del movimento. Allorché aggrappati saldamente a quelle fibre appiccicose, agitano le proprie zampe, spostano le masse fluide nel tentativo di dirigere la propria traiettoria, quasi come stessero nuotando. Non è forse immaginabile, a questo punto, una speciale circostanza in cui tre di questi esseri si trovassero ai lati equidistanti della propria pseudo-sfera? Ed agendo con esperto sincronismo, riuscissero a efficientemente ad effettuare delle vere e proprie manovre, incluso il volo librato per guardarsi attorno… E se invece il loro mezzo fosse, guarda caso, una ciambella?
Questa l’effettiva configurazione, con dodici motori elettrici distribuiti su quattro propulsori, ciascuno di essi un effettivo quadrupede del tutto in grado di articolare un piano di volo individuale. E che avrebbe anche potuto farlo, se non fosse per il piccolo dettaglio di essere stato integrato saldamente all’interno di un giunto cardanico, a sua volta parte della struttura esterna di quel misterioso artefatto volante. Oggetto molto facile da identificare, grazie al nome orgogliosamente impresso lungo il fianco della propria parte di maggior preminenza: l’aérOnde, gioco di parole in lingua francese che vede confluire in appena tre sillabe i termini aria, onda e ronde (rondella, cerchio). La sovrastruttura fabbricata in materiale tessile, per entrare nel particolare, che ricorda a tutti gli effetti il pallone di una mongolfiera. Pur avendo un maggior numero di punti in comune, a conti fatti, con le aeronavi del conte Zeppelin e tutto quello che è venuto dopo. Con riferimento alla maniera in cui una simile invenzione, frutto della startup omonima fondata nel 2022 dall’ingegnere e docente universitario Jérôme Delamare, riesce a raggiungere la meta designata dal suo pilota. Proprio come fosse, dal punto di vista meramente utilitaristico, la versione sovradimensionata di un moderno assemblaggio plurimo di droni, sebbene tali quadricotteri non siano di lor conto sufficienti a sollevare il peso complessivo del velivolo. Essendo tale compito in effetti attribuito ai quattrocento metri cubi di gas elio contenuti nella sacca toroidale. La prova pratica che tanto spesso, in tecnologia come in natura, soluzioni ibride possono portare al coronamento del progetto iniziale…
Nomadi del nettare: l’incomparabile impero motorizzato degli apicoltori rumeni
Le auto potenti ruggiscono, quelle attempate rombano. Soltanto i veicoli elettrici, nella maggior parte delle condizioni… Producono un ronzio costante. E se ora vi spiegassi che sussiste un luogo, nella parte orientale del continente europeo, dove viaggiando sulle strade è possibile udire tutti e tre i rumori allo stesso tempo, provenire da un singolo veicolo di grandi dimensioni? Da ogni punto di vista osservabile, una vettura itinerante. Da ogni punto sostanziale, più che altro, una colonia. Astronave dell’asfalto che migrando insegue un’unica importante missione: perseguire ad ogni costo il necessario vitto e alloggio per i suoi abitanti. Molte centinaia, o migliaia, di familiile come le chiamano da queste parti, gruppi di creature imparentate per il tramite di una singola madre che regna, incontrastata, sul Trono di Propoli, ovvero il dominio sacrosanto dell’alveare. Tutti ben conoscono, d’altronde, gli impliciti vantaggi offerti dai sistemi dell’apicoltura contemporanea. Molto meno risultano al corrente, fuori dal settore, dell’importanza che può avere una collocazione strategica ricerca per il proprio allevamento, giorno dopo giorno, in base alla natura stagionale di quegli stessi fiori che costituiscono, in aggiunta alla benzina, il sacrosanto carburante delle moltitudini eusociali asservite ai desideri della collettività umana. Nozione di suo conto largamente messa a frutto, fin dai tempi dell’antico Egitto, quando i praticanti con i propri hotel in miniatura erano soliti seguire la rinascita primaverile delle piante lungo il fiume Nilo, scatenando le api lungo gli argini del fiume fornitore di vita. Approccio noto anche ai Romani, che di loro conto utilizzavano carri trainati lungo strade il più possibile prive di asperità, così come fatto, in modo più difficile, per l’intero estendersi dell’epoca medievale. Questo perché ciò che i praticanti apicoli potevano impiegare, a tal fine, erano sempre stati dei semplici recipienti costruiti in terracotta, la cui resistenza implicita era inversamente proporzionale al valore del proprio insostituibile contenuto. Almeno fino alla rivoluzione lignea e modulare, raggiunta tramite l’approccio concepito dall’ucraino Petro Prokopovych nel 1806, di strutture mobili che permettono l’accurata ispezione, prelievo e pulizia della api nella loro sacrosanta dimora. Un punto di partenza totalmente naturale, per gli eredi di quei possessori, al fine di congiungere il sistema con quello dei nascenti veicoli a motore. Dotati di sospensioni, ruote gommate ed una propensione importante: quella di poter raggiungere qualsiasi luogo, in ogni momento. Fu questo l’inizio, in molti paesi allo stesso tempo, del concetto odierno dell’apicoltura mobile o motorizzata. Sebbene sia possibile affermare che in alcuno di essi, nonostante la più rapida ed al tempo stesso sistematica industrializzazione, esso abbia raggiunto lo stesso livello d’integrazione con la cultura popolare che si può individuare nella storia moderna della Romania. Un luogo dove le api sono una parte della vita stessa. Sia questa condotta in luoghi stabili, o lungo la strada delle valide opportunità future…



