Il rospo che fermò il progresso, sentinella del torrente condannato allo sfruttamento

Sconosciuti ed invisibili, migliaia di scienziati perlustrano annualmente luoghi come il Sudamerica, dove la biodiversità inerente del pianeta Terra non è ancora andata incontro all’annichilimento che deriva dall’espansiva propagazione dei distretti sottoposti all’attenzione dello sfruttamento umano. Come i loro colleghi, la squadra costituita da Marcos di Bernardo, Raùl Maneyro e Horacio Grillo si trovava nel 2006 nel distretto brasiliano di Arvorezinha, lungo il corso d’acqua del Forqueta, importante tributario del bacino idrico Taquari-Antas, quando nel corso di un sondaggio capitò loro di scorgere una macchia di colore tra la vegetazione ripariale; verde, rapido e bitorzoluto, il piccolo batrace di voltò d’un tratto all’indirizzo degli intrusi. Sollevandosi sopra le zampe posteriori in tutta la sua altezza di circa 3 cm ed esponendo, come una bandiera, il proprio ventre del colore sanguigno di un pomodoro al culmine della vigente primavera. “Ammirevole!” Disse qualcuno. La traduzione in latino, come di consueto, venne soltanto dopo. Basandosi sui dati pregressi, il gruppo non ebbe ad ogni modo significative esitazioni ad identificare l’appartenenza dell’anfibio al genere Melanophryniscus, sotto-categoria di bufonidi diffusi nella geografia limitrofa, caratterizzati da colorazione al tempo stesso aposematica e mimetica, a seconda di quale lato ci si trovi a guardare. Ma di un tipo, senza dubbio, privo di menzioni precedenti in letteratura, il che poneva sotto i riflettori l’immediata cognizione di un latente problema. Giacché nessuno, in altri luoghi, aveva visto precedentemente un rospo come quello. Il che tendeva a farne un raro caso di micro-endemismo: il figlio prediletto di una serie di specifiche condizioni ambientali, possibilmente ripetibili, ma non per questo raggiungibili causa la limitata capacità di spostamento o proliferazione caratterizzante quel prezioso, irriproducibile animale. Ipotesi ben presto confermata, con l’inserimento della specie nell’indice delle specie a rischio critico secondo l’ente internazionale dello IUCN entro il 2008, ovvero a metà strada prima di quello che avrebbe costituito il successivo, sorprendente capitolo nella storia del Melanophryniscus admirabilis. Quando col passaggio di un’ulteriore paio d’anni la zona di Arvorezinha assurse nuovamente alle cronache tecnico-scientifiche causa la scelta elettiva da parte dei comitati governativi per un innovativo progetto SHP (Small Hydroelectric Plants) mirato alla costruzione di molteplici siti di generazione elettrica disseminati nell’umida rete di fiumi dell’Amazzonia, piuttosto che poche centrali più grandi e dal maggiore impatto in termini di ingombro e disturbo ai danni dell’ambiente naturale. Una questione chiaramente al centro di normative e regolamenti per un paese come questo, dove il patrimonio naturale costituisce una delle leve più importanti del turismo e non solo, il fondamento di un ragionevole coscienza culturale ormai lungamente assente nel senso comune delle collettività di altri distretti dell’inquinata ed inquinante epoca contemporanea. Ma cionondimeno capace di condurre a tragici fraintendimenti operativi, come nel caso del piccolo e misconosciuto rospo attestato unicamente in quella striscia, destinata a risentire tanto gravemente di qualsiasi tipo d’intervento inopportuno, portato a termine sul corso del torrente e il suo gracchiante tesoro…

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Il saltellante cercatore di tartufi che permette agli eucalipti di prosperare

Possente e ruvida colonna con le sue diramazioni, l’alto tronco di eucalipto può sembrare la più solida delle presenze presso il vasto margine del bush. Con i suoi 80 metri massimi d’altezza, e fino a 2 metri di diametro, distribuiti lungo l’asse verticale di un arbusto che soltanto il vento può riuscire a scuotere, soltanto il peso della pioggia può portare temporaneamente a flettersi alle ombrose estremità della sua chioma. Eppure stolido e naturalmente quasi indistruttibile, mai potrebbe profilarsi con queste caratteristiche senza la convergenza di una serie di essenziali condizioni, svariate di queste riconducibili al continuo intervento di specie animali. Tra cui forse la più umile, e di gran lunga meno conosciuta fuori dall’Australia può essere individuata nella partecipazione doverosa di un minuto marsupiale il cui appellativo generalista si configura come ratto-canguro, nettamente distinto del topo-canguro di Merriam, roditore originario del meridione degli Stati Uniti. Questo perché gli appartenenti all’intera famiglia dei Potoroidae/Potoroo, o per meglio specificare la quantità relativamente ridotta delle specie ancora sopravvissute, presentano un’effettivo grado di parentela con il più imponente e celebre dei saltatori australiani, facendo anch’essi parte del gruppo dei Macropodidi con somiglianze sia dal punto genetico che morfologico. Il che non toglie il fatto, chiaramente determinante, di come le loro abitudini e comportamenti siano quanto di più diverso possa esistere sotto l’incombente Sole d’Oceania. O per rimanere in tema, la Luna, giacché siamo qui di fronte al tipico e palese esempio di una compatta creatura notturna (400 mm di lunghezza, 2 Kg di peso) la cui esistenza consiste nell’uscire dal suo rifugio ben nascosto tra la fitta vegetazione dopo l’ora del tramonto, andando in cerca di fonti di cibo mentre resta in stato d’allerta per l’arrivo di eventuali predatori, che dovrebbero idealmente includere esclusivamente rapaci, serpenti di media taglia ed in particolari zone geografiche, il varano. Se non che questa terra lontana, fin dagli albori e con l’inizio dell’epoca Moderna, ha visto estendersi per sua sfortuna l’ombra vorace di creature come la volpe, il gatto e il cane inselvatichito, per cui nulla appare maggiormente appetitoso che un mammifero a misura di spuntino, la cui unica tecnica di autodifesa include salti corti e irregolari, decisamente non paragonabili alla rapida e affinata corsa della sua controparte trofica europea, la lepre. Un danno le cui ramificazioni iniziano soltanto adesso a palesarsi, con la tardiva presa di coscienza di cosa occupi in maniera dominante la dieta di questi erbivori obbligati, tra cui sussistono determinate varietà il cui scopo nella vita sembra essere soltanto quello di scavare e andare in cerca di un nascosto, preziosissimo tesoro: i corpi fruttiferi ipogei delle molteplici varietà di funghi micorrizici presenti nell’altrimenti arido ed infertile territorio australiano. Il tipo di laboratorio sotterraneo creato lungo il corso d’incalcolabili millenni da parte degli arcani meccanismi della natura, soltanto per essere ogni giorno calpestato con totale indifferenza dalle successive schiere delle alterne generazioni umane…

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Negli abissi trofici del mondo, il vermiforme aspetto di un calzino alieno, altrimenti detto il churro vivente

Sotto il ticchettio scrosciante della doccia, durante una tranquilla passeggiata nei boschi, entro il perimetro analogico del dormiveglia, l’istantaneo profilarsi di una presa di coscienza: “Gli organi sono sopravvalutati, comunque!” A cosa potrà mai servire, se non preoccuparsi e accumulare inutili quesiti, un cervello? E sarebbe veramente meno edificante questa nostra vita, senza occhi per anticipare il rischio, corroborando la costante sensazione di essere assediati dai predatori? Ma soprattutto e più di ogni altra cosa immaginabile, sarebbe bello poter fare a meno di un sistema digerente. Meccanismo complicato dove tutto sembra spesso andare per il verso errato, con lo stomaco che grava nella cavità interna, l’intestino attorcigliato su questioni che dovrebbero esulare dalle sue competenze. Addirittura l’ano in fondo a tutto, troppo angusto ed invisibile pertugio non del tutto risolutivo che pretende, con ostinazione, di decidere il profondo senso dei momenti. Il desiderio dopo tutto genera la sofferenza ed ancor prima di tutto, la responsabilità ricade sulla dote stessa di collocare la propria coscienza in un punto definito, dello spazio, del mare e del tempo. Ma se un angelo o potente bodhisattva discendesse adesso in queste stanze, con pillole azzurra ed un vermiglio intenso, sono pronto a immaginare che ben pochi sceglierebbero effettivamente la seconda. Per incedere in anticipo allo stato superiore dell’esistenza, reincarnandosi nella creatura più serena di questa Terra.
Xenoturbella o “strano verme”, tanto alieno che in effetti ha ben poche caratteristiche di tale classe di creature striscianti. Se non la propria forma grosso modo oblunga, in condizioni ideali simile a quella di un calzino bucato. Dove il buco è per l’appunto situato sotto il ventre, avendo l’obiettivo principale di assorbire il cibo e lasciar fuoriuscire, successivamente, le scorie. Ancorché sia singolare sottolineare come addirittura tale aspetto possa definirsi tutt’altro che obbligatorio, essendo l’intero genere di cui stiamo parlando, al momento suddiviso in sei diverse specie, dotato della singolare capacità di assumere sostentamento anche grazie ai pori della sua epidermide violacea dalle molte piegature esterne. Questo perché dall’osservazione genetica condotta negli ultimi tre quarti secolo si è scoperta la versatilità inerente delle sue cellule del tutto intercambiabili, capaci di occuparsi della digestione, riproduzione e motilità allo stesso tempo. Quasi tutte fatta eccezione per quelle all’interno dell’organo frontale simile alla forma di uno statocisto. Struttura dei crostacei e cefalopodi comunemente utilizzata per l’equilibrio. Non che un simile piatto e oblungo progenitore, non soltanto rispetto agli esseri che abitano gli ambienti sottomarini bentonici ma il concetto della vita stessa, possa risultare caratterizzato da particolari esigenze in materia…

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Tra foreste samoane, in cerca del richiamo disarmonico del piccolo dodo che sopravvive

Probabilmente l’animale più frequentemente avvistato dagli abitanti degli ambienti urbani, tollerato in larga parte a causa dell’assenza d’implicazioni problematiche, diversamente dai furtivi roditori, portatori di malattie trasmesse all’uomo. Cionondimeno detto nei contesti colloquiali, “il topo con le ali” è l’abitante dei più alti cornicioni, visitatore di giardini e piazze frequentate dai turisti. Il tipico piccione non può in alcun modo definirsi una creatura oggetto di alcun tipo di tutela. Ed è in tal senso sorprendente immaginare che un appartenente alla sua stessa schiatta, per quanto esotico e distante, possa fare formalmente parte degli elenchi di creature maggiormente a rischio di estinzione sul pianeta Terra. Là, dove il sempiterno incedere della proliferante diversificazione biologica non è meramente un albero, ma un fitto reticolo fatto d’interconnessioni reciproche che disegnano e ridefiniscono costantemente il concetto stesso di evoluzione. Ecco dunque tra arcipelaghi del Pacifico Meridionale, taluni uccelli che appartengono effettivamente alla famiglia dei columbidi, pur essendo connotati da caratteristiche di adattamento estremo a luoghi un tempo ameni, privi prima dell’inizio dell’Antropocene del concetto stesso di predazione. Esseri come il Goura victoria, piccione coronato dalle ornate penne sopra il capo, o quello delle Nicobar, mantello smeraldino al sèguito che incorpora e riflette i raggi del distante astro solare. Entrambi imparentati, dal punto di vista genetico, con due delle creature alate più compiante dell’epoca moderna: il dodo delle Mauritius ed il solitario di Rodriguez, abitante delle isole Mascarene. Nel novero dei discendenti d’altra parte, più o meno esteriormente simili loro estinti predecessori, soltanto una specie superstite può dirsi la più simile dal punto di vista comportamentale e la nicchia ecologica di appartenenza agli originali, essendo endemica di quello stato tra le acque oceaniche famoso per aver tenuto vivide le proprie antiche tradizioni tribali, tra cui solenni cerimonie e distintivi tatuaggi dal significato culturale importante. Samoa dove, tra foreste sacre agli antenati, si aggirano in silenzio i rimanenti 50-249 esemplari (stimati) del Didunculus strigirostris o piccione dal becco dentato, il cui nome latino significa letteralmente “piccolo dodo” così come suggerito dal naturalista Sir Richard Owen, dopo la prima classificazione operata da William Jardine sulla base di un esemplare riportato negli Stati Uniti dal loro collega a bordo di una spedizione del 1839, Mr. Titian Peale. Aprendo la preliminare strada di approfondimento, per uno degli esseri più singolari e distintivi del suo ambiente, facilmente desumibile come destinato a risentire in modo significativo dell’innarestabile processo di trasformazione, ormai avviatosi oltre le tranquille sponde di quei legittimi luoghi d’appartenenza…

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