Tra foreste samoane, in cerca del richiamo disarmonico del piccolo dodo che sopravvive

Probabilmente l’animale più frequentemente avvistato dagli abitanti degli ambienti urbani, tollerato in larga parte a causa dell’assenza d’implicazioni problematiche, diversamente dai furtivi roditori, portatori di malattie trasmesse all’uomo. Cionondimeno detto nei contesti colloquiali, “il topo con le ali” è l’abitante dei più alti cornicioni, visitatore di giardini e piazze frequentate dai turisti. Il tipico piccione non può in alcun modo definirsi una creatura oggetto di alcun tipo di tutela. Ed è in tal senso sorprendente immaginare che un appartenente alla sua stessa schiatta, per quanto esotico e distante, possa fare formalmente parte degli elenchi di creature maggiormente a rischio di estinzione sul pianeta Terra. Là, dove il sempiterno incedere della proliferante diversificazione biologica non è meramente un albero, ma un fitto reticolo fatto d’interconnessioni reciproche che disegnano e ridefiniscono costantemente il concetto stesso di evoluzione. Ecco dunque tra arcipelaghi del Pacifico Meridionale, taluni uccelli che appartengono effettivamente alla famiglia dei columbidi, pur essendo connotati da caratteristiche di adattamento estremo a luoghi un tempo ameni, privi prima dell’inizio dell’Antropocene del concetto stesso di predazione. Esseri come il Goura victoria, piccione coronato dalle ornate penne sopra il capo, o quello delle Nicobar, mantello smeraldino al sèguito che incorpora e riflette i raggi del distante astro solare. Entrambi imparentati, dal punto di vista genetico, con due delle creature alate più compiante dell’epoca moderna: il dodo delle Mauritius ed il solitario di Rodriguez, abitante delle isole Mascarene. Nel novero dei discendenti d’altra parte, più o meno esteriormente simili loro estinti predecessori, soltanto una specie superstite può dirsi la più simile dal punto di vista comportamentale e la nicchia ecologica di appartenenza agli originali, essendo endemica di quello stato tra le acque oceaniche famoso per aver tenuto vivide le proprie antiche tradizioni tribali, tra cui solenni cerimonie e distintivi tatuaggi dal significato culturale importante. Samoa dove, tra foreste sacre agli antenati, si aggirano in silenzio i rimanenti 50-249 esemplari (stimati) del Didunculus strigirostris o piccione dal becco dentato, il cui nome latino significa letteralmente “piccolo dodo” così come suggerito dal naturalista Sir Richard Owen, dopo la prima classificazione operata da William Jardine sulla base di un esemplare riportato negli Stati Uniti dal loro collega a bordo di una spedizione del 1839, Mr. Titian Peale. Aprendo la preliminare strada di approfondimento, per uno degli esseri più singolari e distintivi del suo ambiente, facilmente desumibile come destinato a risentire in modo significativo dell’innarestabile processo di trasformazione, ormai avviatosi oltre le tranquille sponde di quei legittimi luoghi d’appartenenza…

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Le avventure di un’acchiappamosche di mare

Un ronzio insistente udito nelle regioni silenziose della Zona Economica Americana delle isole Samoa, nell’Oceano Pacifico Meridionale. Qualcosa di completamente nuovo, al cospetto della suprema rappresentazione dell’abitudine e la familiarità. Ovvero questo fiore negli abissi, che si agita nella corrente, impegnato nell’attesa perenne della cosa più importante della sua giornata. Cibo svolazzante, minuscolo, fluttuante, sfarfallante e insettile, com’è l’usanza per la sua consimile di superficie, la pianta che Darwin volle definire “la più splendida del mondo”. Un cibo che non ha le ali, in questo caso, né ronza. Ma potrebbe. Come scossa da uno strano brivido, la cosa del fondale si agita da un lato, quindi l’altro. Nuove e imprevedibili correnti la raggiungono agli oltre 2.000 metri della montagna sottomarina, presso cui ha scelto di trascorrere la sua esistenza. Tramite un sommovimento semi-volontario del suo scheletro idrostatico, contenuto fluido del’involucro esterno, l’essere pianta/animale compie un leggiadro movimento, riorientandosi verso la sua prossima preda. Che avvicinandosi diventa grande, sempre più grande, fino a sovrastarlo con l’immane massa rigida e giganteggiante. Quindi un segnale a banda larga si propaga nelle fibre ottiche del cavo, trasportando una parola fin dentro l’impressionante controparte. “Luce” dicono da terra. E luce fu.
Ora, qualsiasi pesce, gambero, granchio, mammifero marino, verme predatore, scoiattolo e cicogna del profondo, a questo punto avrebbe avuto un solo tipo di reazione: fuggire nella remota speranza di aver salva la vita. Ma Actinoscyphia aurelia, altrimenti detta l’anemone acchiappamosche di Venere, non soltanto non conosce la paura, ma non ha occhi, orecchie o altri organi di senso in grado di offrire un quadro effettivo della situazione. È soltanto uno stomaco largo fino a 30 cm, con una pratica apertura che funge da bocca ed ano. Tutto ciò che vuole capire, è che qualcosa “arriva” e quindi spalancare la sua apertura agitando i tentacoli, nella speranza di riuscire a fagocitare quel che non può semplicemente ignorare. O mettere in fuga, grazie all’innato terrore del veleno paralizzante contenuto nel suo corpo all’interno di milioni di minuscoli arpioni, ciò che non potrà fagocitare. Molti metri sopra questa scena, nella nave da esplorazione sottomarina Okeanos della NOAA, l’Ente Americano dell’Amministrazione Oceanica e Atmosferica, un gruppo di scienziati esulta, potendo scarsamente credere ai suoi occhi: “Guardatela, sembra che ci stia…Sfidando?” Presso le coste del vicino centro di ricerca, in una sala di controllo non troppo diversa da quella usata nelle missioni spaziali, l’addetto alla regia sussurra il suo consiglio: “Andate…Andategli più vicino. Il pubblico di Internet impazzirà per questa cosa!” I click aumentano sul sito della spedizione, connesso a svariati canali di Twitter, YouTube ed altri attrezzi similari. Il pilota a bordo spinge avanti la sua leva. Con l’incrementarsi di quel suono roboante, il sommergibile telecomandato Deep Discoverer si muove con la telecamera dinnanzi all’obiettivo. Che si chiude a questo punto come un’ostrica. A quanto pare, qualche cosa da mangiare l’ha trovata.
Questo tipo di cnidaria, phylum di esseri del fanno parte anche le meduse, appartiene al sottogenere dei polipi, che non sono, contrariamente all’opinione comune, quegli esseri con gli otto tentacoli che si aggirano liberamente nel mare. Il termine scientificamente corretto, in quel caso, è polpo. Qui stiamo parlando di creature sessili (ovvero fisse in un solo luogo) che hanno la prerogativa di ancorarsi ad una roccia con il loro piede basale, per poi agire come un ostacolo nella corrente. Per migliaia di microrganismi ogni giorno, che cadono preda della loro inesauribile fame. È una scelta chiara, questa, e funzionale ad uno scopo. Nel calderone delle forme di vita che si agitano nel profondo, scegliere di fare a meno dell’ostilità significa aprirsi ad ogni tipo di abuso del proprio spazio vitale. Ma una mosca non oserà mai sfidare una di queste cose…

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