Sotto il ticchettio scrosciante della doccia, durante una tranquilla passeggiata nei boschi, entro il perimetro analogico del dormiveglia, l’istantaneo profilarsi di una presa di coscienza: “Gli organi sono sopravvalutati, comunque!” A cosa potrà mai servire, se non preoccuparsi e accumulare inutili quesiti, un cervello? E sarebbe veramente meno edificante questa nostra vita, senza occhi per anticipare il rischio, corroborando la costante sensazione di essere assediati dai predatori? Ma soprattutto e più di ogni altra cosa immaginabile, sarebbe bello poter fare a meno di un sistema digerente. Meccanismo complicato dove tutto sembra spesso andare per il verso errato, con lo stomaco che grava nella cavità interna, l’intestino attorcigliato su questioni che dovrebbero esulare dalle sue competenze. Addirittura l’ano in fondo a tutto, troppo angusto ed invisibile pertugio non del tutto risolutivo che pretende, con ostinazione, di decidere il profondo senso dei momenti. Il desiderio dopo tutto genera la sofferenza ed ancor prima di tutto, la responsabilità ricade sulla dote stessa di collocare la propria coscienza in un punto definito, dello spazio, del mare e del tempo. Ma se un angelo o potente bodhisattva discendesse adesso in queste stanze, con pillole azzurra ed un vermiglio intenso, sono pronto a immaginare che ben pochi sceglierebbero effettivamente la seconda. Per incedere in anticipo allo stato superiore dell’esistenza, reincarnandosi nella creatura più serena di questa Terra.
Xenoturbella o “strano verme”, tanto alieno che in effetti ha ben poche caratteristiche di tale classe di creature striscianti. Se non la propria forma grosso modo oblunga, in condizioni ideali simile a quella di un calzino bucato. Dove il buco è per l’appunto situato sotto il ventre, avendo l’obiettivo principale di assorbire il cibo e lasciar fuoriuscire, successivamente, le scorie. Ancorché sia singolare sottolineare come addirittura tale aspetto possa definirsi tutt’altro che obbligatorio, essendo l’intero genere di cui stiamo parlando, al momento suddiviso in sei diverse specie, dotato della singolare capacità di assumere sostentamento anche grazie ai pori della sua epidermide violacea dalle molte piegature esterne. Questo perché dall’osservazione genetica condotta negli ultimi tre quarti secolo si è scoperta la versatilità inerente delle sue cellule del tutto intercambiabili, capaci di occuparsi della digestione, riproduzione e motilità allo stesso tempo. Quasi tutte fatta eccezione per quelle all’interno dell’organo frontale simile alla forma di uno statocisto. Struttura dei crostacei e cefalopodi comunemente utilizzata per l’equilibrio. Non che un simile piatto e oblungo progenitore, non soltanto rispetto agli esseri che abitano gli ambienti sottomarini bentonici ma il concetto della vita stessa, possa risultare caratterizzato da particolari esigenze in materia…
Inizialmente inserito per errore all’interno del phylum dei molluschi, causa la presenza del DNA compatibile all’interno del suo corpo, il genere Xenoturbella fu finalmente descritto nel 1949 ad opera del naturalista svedese Einar Westblad con la specie X. bocki, sulla base per l’appunto di esemplari pescati dal collega Sixten Bock 34 anni prima durante una spedizione di ricerca a largo delle coste del suo paese. Operazione non propriamente semplice in linea di principio, vista la maniera in cui animali simili non più lunghi di 1-3 cm e dal corpo molle tendano a gonfiarsi come un palloncino nel momento stesso in cui raggiungono la superficie, confondendo e mitigando ogni spunto possibile di approfondimento sul tema della loro anatomia inerente. Sebbene ciò tenda in effetti a passare in secondo pianto, nel caso di un soggetto tanto semplice come il tubiforme abitante dei nostri momenti di meditazione più transitori ed inaspettati. Soltanto molti anni dopo, nel 1985, si sarebbe giunti dunque alla creazione di un gruppo parafiletico, quindi un vero e proprio phylum (Acoelomorpha seguìto da Xenacoelomorpha) mirato a raggruppare la misteriosa presenza con multiple varietà di minuscoli vermi interstiziali raramente più lunghi di qualche millimetro nei casi più eclatanti, identificati come forma primitiva e possibilmente, ancestrale del concetto stesso di creature bilatere, ovvero dotate di una simmetria del corpo. Laddove gli Xenoturbella propriamente detti, diversamente da questi ultimi, possono raggiungere delle proporzioni decisamente più massicce, fino al caso limite dello X. monstrosa abitante degli abissi del Pacifico in varie zone d’interesse sismico con emissione termica di vapore, vermiforme senza organi capace di raggiungere agevolmente i 20 cm di lunghezza. Identificato nello studio topico del 2016 di Rouse, Wilson, Carvajal & Vrijenhoek, responsabile di suddividere il genere in una serie di varietà dai nomi programmatici: lo X. profunda, che abita i fondali a largo della California fino a 2.700 metri dalla superficie; lo X. hollandorum, perché caratterizzato primariamente dalla loro stessa ricerca; ed il preferito dai gastronomi ovvero lo X. churro, dal nome dello snack oblungo tipico della cucina spagnola, per l’aumentata preminenza delle sue flange. Variegata cui si sarebbe in seguito aggiunto lo X. japonica (Nakano, 2017) simile alle altre varietà oceaniche ma trovato in corrispondenza del più remoto arcipelago dell’Estremo Oriente.
Diversi dunque nelle forme e dimensioni, ma simili dal punto di vista ecologico. Ed è qui che insorge un ulteriore punto inaspettato, poiché ben pochi avrebbero pensato che creature simili potessero acquisire il proprio principale sostentamento da un’innegabile attività di tipo predatorio. Spostandosi con fare placido, mediante l’utilizzo di una coppia di muscoli impiegati per chiudersi a palla o distendersi e scavare nel terreno, assieme a ciglia in grado di spingere innanzi le loro forme senza un chiaro davanti. Per fagocitare come è stato dimostrato in laboratorio non soltanto la neve organica che cade lungo l’asse verticale della colonna marina, ma anche la forma larvale o il muco protettivo dei molluschi di profondità, responsabile come sopra indicato dell’originale errore commesso nella loro classificazione tassonomica di fondo. Nient’altro che un ulteriore enigma, tra tanti altri.
Difficile soprassedere a tal proposito su sull’altra questione singolare degli Xenoturbella, relativo al loro effettivo metodo riproduttivo impiegato al raggiungimento di dimensioni sufficientemente grandi. Che vede gli esemplari contrapposti con due “sessi” distinti, effettivamente differenziati soltanto dal tipo di gameti prodotti, nel corso della stagione riproduttiva invernale causa un minore disturbo dei sedimenti. Per un processo, possibilmente ermafrodita, veicolato tramite la proliferazione di una delle due tipologie di cellule sulla superficie esterna dell’animale, onde lasciar scaturire il materiale genetico in maniera totalmente casuale ed inaspettata. Così confidando che le correnti e la natura si occupino di fare il resto. Come facciano in definitiva simili entità prive di strutture sensoriali o un vero e proprio sistema nervoso a trovarsi vicendevolmente, mantenere un’appropriato livello di aggregazione o decidere il momento giusto per l’operazione resta un mero oggetto di elaborazione speculativa. Ma forse la risposta è sempre quella elaborata dai filosofi dell’Asia di un tempo: wu wei, affidarsi all’efficienza implicita dell’inazione. Sulla base del proprio equilibrio ereditato, in mezzo agli ingranaggi responsabili del meccanismo universale. Immobili, immobili, silenti…


