Sul finire del III secolo a.C, all’apice dell’Ellenismo e il suo sistema ormai perfezionato d’interconnessione culturale e commerciale tra i popoli, le istituzioni di maggior prestigio erano quelle che riuscivano a coniugare la stabilità politica con forza militare e al tempo stesso, un potere economico realmente degno di questo nome. Luoghi simili ad Alessandria d’Egitto con la dinastia dei Tolomei, polo di redistribuzione del grano e gli altri prodotti del Nordafrica, o Atene come culla di una civiltà fondata su filosofia, introspezione intellettuale e osservazione delle fenomenologie del mondo. Nell’antica Persia, con la fondazione della dinastia Arsacide, le tribù nomadi dei Parni già completavano la propria rivolta contro i seleucidi, ponendo in essere la nazione destinata a diventare un grande impero. Mentre i sistemi di collegamento tra le distanti capitali d’India e Cina, ciascuna sotto l’egida d’influenti sovrani, già in parte anticipavano il tragitto destinato a diventare un giorno la Via della Seta. Sembrerà perciò piuttosto sorprendente immaginare che uno degli insediamenti logisticamente più cruciali di una simile costellazione di entità sia non solo fuori dalle strade più battute, bensì per lungo tempo trascurato nelle cronache del Mondo Antico, sebbene furono parecchi i nomi insigni a menzionarlo in epoca coéva ed immediatamente successiva, in qualità di snodo di assoluta rilevanza e città stato in grado di difendere i propri interessi dai propri vicini. Con un primo riferimento, in ordine di tempo, al grammatico e pedagogo di Mileto, Alessandro Poliistore che venendo catturato dai Romani nel corso delle guerre mitridatiche (I sec. a.C.) scrisse in un trattato di geografia: “Allo sbocco del fiume presso il lago di Maeotis, si trova situata la città Ellenica di Tanais, anche nota come Emporion”. Appellativi rispettivamente riferiti, in base alla toponomastica contemporanea, al grande fiume della Russia sud-occidentale Don ed il suo estuario nella baia separata del Mar Nero, tramite lo stretto di Kerč, che prende il nome di Mare d’Azov. In un luogo territorialmente distinto dai centri del potere sino a qui citati, probabilmente fondato dai re del Bosforo Cimmerio come colonia di Panticapaeum, il cui ambito riusciva ad essere caratterizzato da tratti non propriamente desiderabili: circondato da una terra infida di paludi e piane alluvionali, sabbie mobili, sentieri incerti, frequenti inondazioni. Che un luogo simile potesse aver raggiunto, già in quest’epoca, un sistema di organizzazione socio-politico complesso ed una reale prosperità delle istituzioni, potendo anche beneficiare di sistemi difensivi stabili nonché un esercito professionale, lascia intendere un livello di coscienza pubblica e maturità urbana decisamente superiore alla media del periodo rilevante. Così come testimoniato dai limitati frammenti di storiografia e letteratura che permisero, attraverso una lunga e difficile ricerca, di localizzare finalmente il sito ormai praticamente leggendario verso l’inizio del XIX secolo…
La difficoltà inerente in tale impresa, dal punto di vista archeologico, è nei fatti una questione strettamente legata al mutamento delle condizioni climatiche attraverso il corso delle generazioni intercorso. Allorché la zona circostante a tale polo, in un periodo grosso modo corrispondente alla conquista parte dei Romani tra i primi secoli avanti e dopo Cristo, andò incontro ad un’inaridirsi delle condizioni latenti e conseguente ritiro della foce fluviale adiacente, tale da trovarsi gradualmente collocata non più sulla costa, bensì a diverse centinaia di metri, poi svariati chilometri dall’adiacente golfo di Taganrog. Fino agli attuali 10, che allo stato dei fatti costituiscono una distanza indubbiamente significativa per un luogo che riusciva ad essere famoso a suo tempo in modo particolare come punto d’approdo e sbarco per le navi provenienti dal remoto Occidente. Con la prima intuizione avuta dall’archeologo di origini polacche Ivan A. Stempkovskij, che nel 1823 indicò correttamente il punto esatto in cui scavare, dando inizio ad un complesso percorso di approfondimento destinato a continuare per l’intero secolo a venire, come anche ricordato nell’importante museo connesso al sito, in abbinamento al nome dei suoi colleghi ed eredi professionali Tiesenhausen (1867), P. I. Khitsunov (1870) e Nikolai Veselovsky (1908). Continuatori di un percorso destinato a perpetuarsi anche dopo la rivoluzione del 1917, per volere di una Russia fin da sempre interessata a conoscere, e rendere note al mondo le sue sincretistiche radici. Luogo nelle cui ricolme sale, procedendo in senso cronologico, i visitatori vengono chiamati a prendere atto delle istituzioni ed il sistema di governo dell’antica città il cui stesso nome resta incerto, essendo Tanais nei fatti il mero idronimo del fiume destinato a diventare il Don. Laddove abbiamo notizia, coerentemente, di una convivenza tra le genti elleniche di discendenza europea ed i meoti e sarmati originari di questa specifica regione, sottoposti all’autorità di un concilio, possibilmente d’impostazione democratica, i cui membri prendevano il nome di proedroi. Ciò sebbene Strabone di Amaseia avrebbe scritto, attorno al I secolo, di una disparità ormai palese tra il potere temporale dei popoli indigeni ed il facoltoso Emporion edificato dalle genti del Ponto, il quale veniva nei fatti tollerato dietro un’ampia concessione di favori commerciali ed amministrativi, fino al sacco effettuato da Polemone I del Bosforo, a seguito del rifiuto di pagare l’ulteriore tributo. Una situazione d’instabilità crescente destinata a proseguire in epoca Romana, quando la città venne delimitata da possenti mura quadrangolari, a loro volta suddivise in settori che facevano rispettivamente capo ai funzionari che i Romani avrebbero chiamato archontes, collettivamente sottoposti all’autorità del legato imperiale. Interessante, in quest’epoca, è il proseguimento in segreto di una religione locale dedicata al culto del “Dio Altissimo” (Theos Hypsistos) entità enoteistica o pseudo-monoteistica possibilmente creata su influenze di ambito giudaico, seppur mantenendo i crismi del politeismo ed antropomorfismo di matrice greca antica.
Andando incontro ad un rapido declino attorno al V secolo d.C, in un contesto di pressione militare da parte delle orde Tatare e degli Unni così come testimoniato dall’abbandono osservabile dei porti fluviali e i siti di pesca utilizzati dalla popolazione, la città venne infine relegata ad una nota a margine nei racconti dei viaggiatori, fino a scomparire del tutto dalle cronache di un tempo ormai da lungo tempo dimenticato. Soltanto nel XIV secolo, durante il dominio dell’Orda d’Oro, un nuovo centro d’interscambio sarebbe nato a una ventina di chilometri di distanza lungo il Don, per l’espandersi verso Oriente delle imprese commerciali veneziane e genovesi. Entità economica più che un potere politico reale, la perduta Emporion trovò dunque nuova linfa vitale nella costruzione del fondaco di Tana, un magazzino tangibile ricolmo delle preziose merci provenienti dalla steppa, tra cui seta, spezie e pietre preziose, nonché pelli d’animale, il pesce affumicato, il cuoio, il miele e i cereali. E dall’Europa pregevoli panni di lana di produzione fiamminga e lombarda, manufatti in legno e vetro, olio, vino, periodicamente saccheggiati dai fieri cavalieri di quel mondo semplicemente troppo vasto per poter essere in alcun modo placato.
Provando il modo pratico in cui l’essenziale esistenza pratica e logistica di un punto d’incontro non possa essere soprasseduta da alcun tipo di conflitto in essere. Previo drammatico superamento del difficile momento transizionale, ad un costo di vite umane variabile sulla base del periodo socio-politico rilevante a ciascun cambiamento situazionale. Stranamente incline ad aumentare, in seguito al potenziamento delle armi progressivamente migliorate di coloro che purtroppo, sembrerebbero non imparare mai.


