Irrompendo tra i precisi argini del mondo, il fiume variopinto disegnava angoli ed anelli, oniriche volute delle circostanze. Come spinta innanzi da una leggiadria costante, la sua forma tridimensionale s’incuneava in mezzo alla topografia di un àmbito, per molti versi grigio ed altri riflettente, la cui stessa costruzione presumeva un certo tipo di utilizzo. Fornendo il materiale basico per una metafora: non soltanto il cielo in una stanza bensì, addirittura, l’Universo. Cos’è in fondo il colore, se non sentimento? E cosa il simbolo fluttuante dell’arabesco interconnesso, quando unisce i lati contrapposti che scandiscono il metronomo del tempo… In un attimo evocando il termine cospicuo: sinestesia. C’è del suono in queste forme, permane un gusto quando lo si tocca. Egli/esso, immane labirinto reso manifesto nonostante le apparenze dal disegno di una singola persona. Il cui nome è Crystal Wagner, scultrice delle installazioni temporanee, la cui opera assomiglia in larga parte alla silente tessitura della tela di un ragno. Osserviamola, per questo, in una delle plurime sequenze pubblicate online, mentre si spende nel seguire con la sua postura il propagarsi di una tela scintillante tra le luci fredde del museo di turno. La cosa in essere sostanzialmente derivante dalla piegatura, annodamento e intreccio di quello che nei suoi nativi Stati Uniti sono soliti chiamare il chicken wire. Quel reticolo d’esagoni, di ferro estruso in senso lineare, che nell’espressione basica di spazi suddivisi funge da barriera tra la volpe e gli uccelli domestici. Traslato in questo caso per tentar di offrire un simile servizio qualora gli agili quadrupedi provengano dall’immateriale spazio dell’Esistenza. Ed al termine di tale avulsa opera procedurale, con l’aiuto di altre mani ed altre menti, inizia come niente fosse a “decorare”. Successivamente dando spazio a quello che costituisce, senza dubbio, il pezzo forte del suo repertorio generativo. Incorporando nello spazio preventivamente definito una pluralità di superfici contrastanti, verdi, azzurre, rosse, viola e bianche ricavate spesse volte da tovaglie di plastica vinilica, del tipo usato per le feste dei bambini. Ricordando l’ora della fioritura dei ciliegi, inusitati. Con la singola e importante differenza nel modo per mettersi a confronto con l’imprescindibile entropia; poiché qui nulla appassisce, ma piuttosto s’integra nel regno puro delle idee latenti. Essendo in larga parte sottoposto al controllo incontrastabile dell’intelletto.
È un approccio che non sembra alludere a soggetti definiti, quello messo a frutto nella soprastante opera Flux (2016) in molti modi rappresentativi di un’offerta straordinariamente vasta. Quanto iterativa, sotto certi aspetti, di una misteriosa e spesso trascurata logica di fondo. Giacché moltissimi si sono chiesti, nell’incedere degli anni trascorsi, mentre la sua fama continuava a espandersi, quali potessero essere in effetti le tematiche trattate dall’originale autrice di tutto questo…
Nata in un piccolo sobborgo di Baltimora nel 1982, Crystal Wagner si trasferisce con la famiglia all’età di dodici anni nella Pennsylvania rurale, dove frequenterà la scuola privata del Keystone College, dedicandosi inizialmente alla scrittura creativa. Finché in seguito al diploma ottenuto nel 2002, trova la sua vocazione per le arti visuali in seguito al completamento del curriculum dell’Atlanta College of Art, seguìto da un master che la porta a Knoxville presso la University of Tennessee, per poi vendere alla stessa istituzione alcune delle sue prime opere di grandi dimensioni. Manifestazioni su scala diversa, per sua stessa dichiarazione, dell’iter creativo iniziato coi disegni realizzati nel corso delle sue frequenti escursioni in mezzo alla natura, mirati a riprodurre la figura di piante, paesaggi ed animali. Il che ci offre il primo spunto per una possibile chiave interpretativa. Giacché il lavoro di questa autrice, non essendo biomimetico in maniera trasparente, si trova generalmente associata ad un intento puramente astratto ed in qualche modo espressionista. “Lo schema è scevro di un intento figurativo” si tende compatibilmente a dichiarare. Laddove il fondamento stesso di una tale produzione pertiene, come sin qui dato ad intendere, all’intreccio sottostante di radici, all’esplosione estetica di un florilegio, alle traiettorie degli uccelli e dei piccoli mammiferi che s’inseguono attraverso i corridoi della foresta. Tutto è vivido perché vivente. E persino al termine del tempo definito, viene incorporato nel processo ciclico del suo eventuale ritorno.
Vera praticante interdisciplinare di diversi approcci funzionali alle tematiche di fondo, la Wagner ha dunque perseguito l’ottenimento di quel sostanziale metodo creativo a molte scale o situazioni sostanziali di riferimento. Dalle piccole opere “da galleria” simili a quadri tridimensionali realizzati con la carta, ai già citati metodi delle installazioni monumentali architettoniche, generalmente (ma non sempre) temporanee. Così concretizzando la sua opera nei primi anni di carriera a partire dal 2008, mentre lavora in qualità d’insegnante nello stesso college di Knoxville, partecipando a fiere d’arte e dando inizio a progetti collaborativi. Fino alla prima mostra del 2013, intitolata Hyperplastic, dove compaiono opere come Deluge ed Urban Kudzu II. Esperienza in seguito alla quale decide di dedicarsi completamente alla produzione artistica, lasciando l’insegnamento e dando inizio a sporadiche collaborazioni in campo pubblicitario, sebbene il suo contengo autorale resti in larga parte quello di un’autrice indipendente. Il che la porta ad acquisire fama internazionale, ponendo le basi per specifici interventi architettonici come quello di Hyperbolic (2016) il torrente violaceo ramificato che s’inerpicava sopra un palazzo a Lodz, in Polonia. Approccio utilizzato nuovamente in occasione della mostra Traverse (2020) ponendo una membrana cellulare variopinta sull’intera facciata del Burlington Arts Center, evento per mostre e spazi culturali nella città omonima in Vermont.
Lavorando con metodologie istintive tramite l’impiego di materiali in larga parte riciclati, che ella stessa riutilizza nuovamente al concludersi di ciascuna esposizione, Wagner rientra nell’attuale categorizzazione degli artisti inclini ai temi dell’ambientalismo e dell’ecologia applicata. Una tematica, quest’ultima, che pur non risultando esplicita nelle sue produzioni risulta aderente al concetto di fondo, basato sulla logica interconnessione tra l’opera umana e tutto ciò che la circonda e ne precorre l’effettiva sussistenza generazionale. In tal senso trascendendo, nella configurazione del contesto sin qui descritto, il mero intento decorativo in larga parte sottinteso dal repertorio fotografico pubblicato online. Esempio pratico di quello che lei stessa definisce in alcune interviste il vigente “glaucoma tecnologico”, una visione limitata dal bisogno d’integrare ogni frazione dello scibile all’interno di un semplice schermo. Dimenticando in questo modo l’effettiva dimensione tattile dell’universo di cui siamo una minima, ma significativa parte.
Ed all’interno del quale, a suo dire, la creatività risulta propensione imprescindibile del consorzio umano, piuttosto che l’aspirazione di particolari e consapevoli individui. Offrendoci lo spunto per alimentare il grande corso del suo stesso inesauribile torrente. Sia questo immaginifico o materialmente pervasivo. Purché si scelga collettivamente di passare sotto l’arco geometricamente accidentale del suo flusso inusitato.


